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Enrico Marco Cipollini. B. Spinoza
18 Settembre 2014
 

Sono quasi quattro secoli che è deceduto questo grande e superbo pensatore. Baruch de Spinoza è doveroso ricordarlo non solo come magnifico filosofo, ma anche come esempio di forte personalità e di coerenza tra pensiero teorico e essere pratico che non è facile riscontrare.

Di famiglia ebraica portoghese, esiliata ad Amsterdam, Spinoza studiò presso l’istituto ebraico di quella città. Il suo spirito acuto ed indomabile lo portò ad una critica radicale della Bibbia, iniziando l’esegesi del Vecchio Testamento. Accusato d’empietà e perseguitato dalla comunità ebraica, Spinoza, per attendere agli studi e al sostenimento, si adattò a mestieri umili quali il pulitore e tornitore di lenti. Povero, corroso dalla tisi, rifiutò, all’insegna della sua Filosofia, assetata di ragione e di morale, un lauto aiuto da un facoltoso amico e una eredità. Anche quando gli fu assegnata la cattedra presso l’università di Heidelberg, Egli non accettò il prestigioso incarico sempre per quel significato della vita come ricerca continua dell’eterno e preferì mantenere quell’indipendenza che gli permise di arrivare alle più alte mete della speculazione umana.

Il miserabile Spinoza, come lo chiamava un suo contemporaneo, il filosofo Malebranche, o, come i metafisici del tempo, sordidus et lutulentus atheus, troverà più tardi, soprattutto nell’epoca romantica, una ammirazione incontrastata tra gli immanentisti.

La sua coerenza, ribadisco, tra essere teoretico e pratico, lo fa assurgere alla dignità di “filosofo puro”.

Nel Tractatus de intellectu emendatione è alla ricerca di come la mente umana si possa sgravare da certi tipi di errore e come questi possano nascere, per giungere finalmente alla verità. È la ragione, foggiatasi dai suoi profondi studi, “dal neoplatonismo a Cartesio”, che guida la ricerca: troverà la realtà cioè Dio, o Natura (Deus sive Natura), slegato tale Dio dal platonismo e dal dio ebraico e cristiano. È un Dio-Tutto, razionale, non finalistico, rivoluzionario.

Il filosofare ha già assunto una nuova dimensione: la liberazione dall’errore e dal vano delle cose del mondo («Omnia vanitas vaitatum»).

I sensi, procede Spinoza, non sono falsi di per sé ma ci conducono all’errore quando azzardiamo a fare dei giudizi senza l’adeguata ponderazione della nostra conoscenza. Per esempio, il concedere alla facoltà di immaginazione, alla fantasia, l’esistenza di “ciò che non è”, ci fa cadere in fonti di errori. Quindi siamo portati a confondere l’esistenza dei corpi, afferrata dai nostri sensi, con l’essenza dei corpi medesimi.

Il culto della ragione pura, porta il Filosofo a svolgere il suo capolavoro, l’Ethica ordine geometrico demonstrata, come un trattato matematico. Si trovano infatti teoremi, assiomi e qualche scolio, ovvero un particolare ragionamento, usato nelle scienze deduttive, per risolvere teoremi o per dare chiarezza alla proposizione che si è voluta dimostrare. Il pensiero di Spinoza non è facile per l’eredità filosofica di cui è portatore e poiché fondatore di un grandioso sistema.

La riduzione di spirito e materia, il dualismo sostenuto da Descartes, nel concetto di una sola sostanza, è espressa nella prima e terza definizione dell’Ethica:

1ª) Per “causa sui” intendo ciò la cui essenza implica l’esistenza…

3ª) Per “Sostanza” intendo ciò che è in sé e che per sé viene concepito… (quod in se est et per se concipitur).

Anche Descartes aveva esplicitamente dichiarato che la sostanza è ciò che non ha bisogno d’esistere di altri concorsi, ma estendeva questo concetto agli esseri finiti.

Invece il filosofo olandese ne allarga il significato: questa sostanza è Dio e Dio è il mondo, Deus sive Natura, poderosa macchina da guerra contro ogni credenza giudaico-cristiana (Trattato teologico-politico).

Un Dio non cristiano od ebraico ma immanente, cioè che trova nell’essere stesso il suo principio e il suo fine. Ogni barriera che distingue l’uomo da Dio è tolta definitivamente.

Questi (Dio) è ormai identificato con il Mondo di cui è il molteplice che appare mentre la causa unica è solo Lui, Dio deterministico non finalistico.

Il pensiero e l’estensione, la res cogitans e la res extensa di Descartes, non esistono di per sé, come qualità ben distinte, ma logicamente, in Spinoza, sono solo aspetti, essenze della stessa sostanza che è per se concipitur. Rimane il problema che era rimasto insoluto anche nell’Occasionalismo: il rapporto degli atti del pensiero e degli atti della materia.

Spinoza, nel suo monismo panteistico, ci dice che l’esperienza degli oggetti o rimane semplice dato, fine a se stesso, oppure lo si trascende per situarlo in una sineresi, riunione totale, delle leggi della mente.

Poiché, per lui, la vera conoscenza è cogliere l’eterno delle cose, appare logico e compatibile che situi le leggi del nostro intelletto in un parallelismo con quelle delle cose; da qui «ordo et connexio idearum idem est ac ordo et connexio rerum». L’ordine e i nessi delle idee non solo non interferiscono con quelli delle cose o viceversa, ma sono coincidenti all’ordine e ai nessi delle cose.

Ogni problema conoscitivo anteriore su queste premesse metafisiche, non ha ragione di essere per il Nostro.

Questa grandiosa concezione teoretica e di spirito matematico, more geometrico, è senza dubbio feconda per i successivi sviluppi dati alla ricerca umana. Ma non bisogna dimenticare l’intento etico che mosse Spinoza. L’uomo non è passivo ma spetta a lui il compito di realizzarsi poiché questo dovere si connette alla libertà. Anche il “problema morale” è affrontato con rigore matematico. Come essere conscio e finito, l’uomo può errare e questa azione, dal lato pratico si traduce nel Male.

L’uomo dapprima è schiavo delle passioni (cupiditas) ma può muoversi con sforzo da uno stato minore (tristitia) a quello di maggior perfezione, prova la laetitia o viceversa.

Da questo stato, ancorato alla vita emotiva, l’uomo capisce che tutto (anche gli oggetti d’odio e d’amore) è causa necessaria in quanto obbedisce a leggi logiche. Le passioni, ora, appaiono insane, ma l’uomo non cerca di isolarsi nell’immaginazione, anzi capisce di non poter sfuggire alla Necessità Universale. Dopo questa catarsi, intuisce l’eternità. Dalla calma e chiarezza e chiarezza mentale, purezza delle emozioni, nasce l’amore intellettuale in Dio. L’uomo, senza depersonalizzarsi, si sente far parte del Tutto. Il suo animo ha raggiunto un processo verticale, l’ascesa all’eterno che in fondo è la religione del “saggio”, lo scopo ultimo della filosofia, scopo teoretico e etico. Questa beatitudine, data dall’amore razionale in Dio, questa essenza di conoscere le cose sono concepite sub specie aeternitatis.

Ciò comprova la spiritualità che Spinoza provò in modo sorprendente: dalla identificazione tra l’Amore Intellettuale in Dio con la filosofia, al suo speculare, dettato forse più da una legge morale che gnoseologica, o meglio ancora, inscindibilmente unite nel procedere nel suo cristallineo sistema. Quella di Spinoza non è, come si è visto, una religione positiva ovvero storica. Ma ciò non significa che il filosofo neghi che le religioni si siano mosse da un intento pratico, morale. Ogni religione storica, innestandosi in diversi tessuti sociali, culturali, ha vari e diversi riti per manifestarsi che non hanno base se non nella superstizione, ma in fondo, il precetto è riducibile ad una sola realtà pratica: “ la validità del rispetto per il proprio simile”.

Come istituzione, mossa da un intento morale, ogni religione deve essere gestita dallo stato che è regolatore della vita del popolo. Stato e regime democratico, eletto dal popolo affinché equanime assicuri giustizia. Uno stato “etico” che, come tale, protegge ma non deve interferire con la libera attività del pensante. Una considerazione di avanguardia, si direbbe oggi, tra i rapporti tra l’intellettuale, il cittadino e il potere.

Ma lo stato è considerato come qualcosa di transitivo: la libertà consiste con la fine dello stato stesso: Finis rei publicae libertas est. Spinoza aveva troppa fiducia nella ragione umana e spera che tutti arrivino all’amor Dei intellectualis.

Con la coerenza teorica e pratica, Spinoza ci insegna a noi, uomini proiettati nel futuro e dimentichi della storia del pensiero, come la Filosofia possa giocare ancora una volta la sua carta: meditare sulla vita e non lasciarsi trascinare dalle meschine velleità, forse troppo facili e attraenti, che presenta il mondo. La elevazione dell’uomo avviene non agganciandosi ad ideologie o ad istituzioni politiche, ma attraverso il proprio sforzo etico. Questa lezione sembra essere dei nostri giorni dove alcuni uomini hanno abbracciato un cieco pragmatismo per mete vacue sempre più facili e, dietro nobili vessilli, si celano abili mestatori. Quegli stessi mestatori che vollero distruggere le opere del Nostro, messe coraggiosamente in salvo dagli amici dello strenuo difensore della Libertas Philosophandi o libertà di parola, di pensiero e omaggio ed elogio della tolleranza.

 

Enrico Marco Cipollini


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