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Marisa Cecchetti. “Le donzelline” di Luciano Luciani
20 Luglio 2014
 

Luciano Luciani

Le donzelline

Donne d’amore nell’Italia rinascimentale

Edizioni ETS, 2014, pp. 128, € 12,00

 

«Tre specie di persone finiscono male – recita un proverbio risalente al XVI secolo – i soldati, le puttane e gli usurai». Questo dal libro di Luciano Luciani, Le donzelline.

Del destino dei primi abbiamo avuto conferma dalla storia, anche se oggi il numero dei civili morti a causa di guerre è oltremodo superiore a quello dei soldati. Gli usurai si sono trasformati nei secoli, assumendo le vesti di istituti purtroppo poco perseguibili. Sulle terze tirate in causa ci sarebbe tanto da dire, perché è il mestiere più antico del mondo che si è trasformato in conformità ai tempi, alle leggi, ai contesti.

Ci viene in aiuto Luciano Luciani. Uomo di cultura, apprezzato critico, si è avvicinato all’argomento con uno scrupoloso lavoro di ricerca bibliografica, come è suo solito: il contrasto che si percepisce tra la serietà del metodo, la scientificità dei dati, e la tematica trattata, rende intrigante la lettura. È facile intuire il sorriso dell’autore nascosto dietro le parole, unito a umana pietas nei confronti delle donzelline, sorriso che sfuma tuttavia in ironia quando si tratta dei loro frequentatori, pur nella consapevolezza già terenziana che: Homo sum: nihil humani a me alienum puto (sono un uomo, niente che capiti ad un uomo considero a me estraneo).

E proprio perché troppo ci sarebbe da dire, Luciani ha limitato l’indagine al “carnevale rinascimentale”, i primi tre decenni del 1500, prima della calata dei Lanzichenecchi. Che il limite temporale non induca il lettore a pensare di essere deprivato di qualcosa, perché il libro trabocca di storie sorprendenti.

Si scopre che il mestiere più antico del mondo ha avuto una forma di tacito imprimatur da parte della Chiesa, terrorizzata da sempre dalla sodomia e dalla pratica dell’autoerotismo, per cui la prostituta era ritenuta un male minore che faceva evitare mali più grandi gravati da un’aura nera di peccato: prostituta come soluzione socialmente utile, anche in grado di contenere la violenza da sempre rivolta al genere femminile.

Eppure, se si parla di sodomia, già Dante ne aveva svelato l’appartenenza sociale, individuando soprattutto “cherci/ e litterati grandi e di gran fama/ d’un peccato medesmo al mondo lerci” (Inferno, XV, 106-108), mettendo a nudo un’ipocrisia evidente e scandalosa su cui neppure il trascorrere dei secoli ha avuto la meglio. Di letterati grandi e di gran fama ne scopriamo in queste pagine, colti in situazioni che lasciano un profondo senso di disagio.

Si delinea una Chiesa sessuofobica – questione purtroppo ancora aperta ai nostri giorni – fatto che ha gravemente condizionato e orientato i comportamenti in generale, in modo particolare quelli all’interno del matrimonio fin oltre la metà del secolo scorso, in quanto, secondo la Chiesa, l’atto sessuale doveva essere volto solo alla procreazione, con la mortificazione di qualsiasi piacere, soprattutto quello della donna. Limitazione che spingeva anche gli uomini sposati a soddisfare i loro istinti altrove, senza accusa di immoralità né di infedeltà.

La donna-oggetto-merce, se da un lato ne è stato riconosciuto il ruolo, quasi una necessaria accogliente cloaca, dall’altro è stata oggetto delle peggiori definizioni e dei più offensivi pregiudizi, diavolo la cui bellezza tentatrice scagionava da ogni colpa la carne debole del maschio. Forma mentis che ha ancora i suoi strascichi e le sue deplorevoli conseguenze.

Interessante scoprire che la prostituzione è stata fonte di introiti a Roma come in tante altre città d’Italia, per il notevole l’indotto che creava. Regolata, sorvegliata, tassata, era di grande utilità per l’erario, tanto che a Lucca, una delle prime città a istituzionalizzare la prostituzione dopo la peste del 1348, una parte delle somme derivanti dal lavoro delle puellae lupanaris, “contribuì alla costruzione del ponte sul fiume Serchio” nel 1369.

Le donzelline di cui parla Luciani non sono solo puttane di bassa lega, comprese le cortigiane “da candela”, la cui prestazione durava quanto la tacca incisa su una candela – una mezz’ora –, qui si parla di cortigiane di lusso, colte, che sapevano di letteratura e di musica, raffinate, piacevolissime e insieme spregiudicate. Donne che hanno conosciuto la fama e la ricchezza, come Tullia D’Aragona, Veronica Franco, che si sono prese una rivincita sulla “quaresima medioevale”, ma la cui stella non ha brillato a lungo.

La rigidità della Controriforma porterà ad una politica di persecuzione della prostituzione, ponendo tutti i presupposti della drammatica caccia alle streghe e ad una diminuzione, ma non alla scomparsa delle donzelline. A mietere vittime ci pensò anche il treponema pallidum, la sifilide, che ha appestato molte teste coronate e uomini di cultura, a cominciare dalla fine del XV secolo, quando le cure erano ancora artigianali e poco efficaci.

 

Marisa Cecchetti


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