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Maria G. Di Rienzo. Bosnia. Le ciliegie di Srebrenica 
Due testimonianze da “Women for Women International”
Sarajevo.
Sarajevo. 'Raggiungimi sul ponte', iniziativa per l'8 marzo di 'WFWI' 
09 Agosto 2010
 

Per più di quindici anni, Women for Women International ha condotto programmi diretti alle sopravvissute di guerra bosniache: ad oggi, più di 7.000 donne hanno ricevuto istruzione professionale, aiuto finanziario ed educazione scolastica. Due membri dell’organizzazione, Laura e Teisha, raccontano di seguito le loro esperienze. (10/06/2010, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

 

Srebrenica. Teisha

Nel luglio 1995, più di 8.000 uomini e ragazzi bosniaci furono uccisi in quello che divenne poi noto come “il massacro di Srebrenica”. Inoltre, fra i 25.000 ed i 30.000 rifugiati nell’area di Srebrenica furono vittime di “pulizia etnica”. Oggi nella città vi sono molte donne che partecipano ai programmi di Women for Women International, in maggioranza vedove di guerra o donne che hanno perso i loro figli in guerra.

La loro ultima idea è stata quella di rendere la città più fruibile ai turisti, perché ad esempio c’è un forte che molti vanno a visitare ma non ci sono ristoranti, o posti dove stare. Dopo uno dei nostri seminari, si sono riunite ed hanno deciso di intraprendere una prima azione che avrebbe lasciato un segno nella città ed allo stesso tempo sarebbe stata di sostegno alle loro famiglie.

C’è un “Festival delle Ciliegie” che si tiene ogni anno in città, ma che non ha mai portato guadagni a Srebrenica. Le donne si sono presentate al Consiglio comunale ed hanno chiesto di avere il controllo sulla festa. Il Consiglio, composto unicamente da uomini, si mostrò abbastanza scettico ma diede loro il permesso richiesto.

Per la prima volta il Festival è stato un successo. Le donne hanno fatto pubblicità, hanno venduto cibo, hanno guadagnato dei soldi, si sono organizzate tra loro per dividersi le responsabilità, ed era la prima volta che lavoravano insieme al di fuori del nostro programma, ma anche la prima volta in cui parecchie di loro hanno avuto occasione di incontrare i propri vicini, perché a parte gli incontri con noi non escono praticamente di casa.

Le loro case sono il solo posto dove andavano una volta uscite dai seminari. I loro mariti fanno la spesa, fanno qualsiasi cosa richieda l’uscire di casa, e le donne erano veramente rinchiuse fra quattro mura precedentemente a questa vicenda. Prima che io lasciassi la Bosnia, stavano discutendo i prossimi passi da intraprendere, fra cui l’eleggere una donna al Consiglio comunale: se ci riescono, sarà la prima volta nella storia della città.

 

Sarajevo. Laura

Sugli edifici ci sono ancora i segni lasciati dalle pallottole e da altri proiettili. I bosniaci hanno ricostruito davvero molto, ma alcuni danni sono tuttora visibili. C’è questo stridente contrasto, perché è un paese davvero bello, in una campagna collinosa, ma ad esempio in una vecchia parte della città, dove ci fu un’esplosione, il cratere è stato riempito di asfalto rosso, e sui pendii delle colline ci sono croci bianche sin dove puoi spingere l’occhio.

Le tensioni etniche esistono ancora, il paese è diviso. Non lo sapevo questo, prima di arrivare là e constatarlo di persona. Quando ero in Ruanda non c’era così tanta evidenza del genocidio e la gente non era propensa a parlarne. In Bosnia, le persone sono più disposte a parlare delle tensioni che persistono nel loro paese, ed ancor di più dei problemi che lo stesso fronteggia. Il conflitto in Bosnia non è stato risolto: si è fermato, ed è tutto.

La gente probabilmente pensa che la Bosnia sia uno dei posti più tranquilli in cui noi lavoriamo, perché dalla guerra è passato abbastanza tempo. Ma ciò che è accaduto durante la guerra è ancora parte delle vite delle donne, e l’economia distrutta dalla guerra non ha avuto una ripresa sufficiente, così le donne hanno ancora un gran bisogno di aiuto.

 

(diffuso da Telegrammi della nonviolenza in cammino, 9 agosto 2010)


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