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Alberto Figliolia. Irene Camber: “Ho fatto un fioretto... d’oro”
23 Maggio 2010
 

Un’Europa senza euro (seppur in crisi, ma chi ricorda le Am-lire?) quella del 1948, impegnata a ricostruire sulle macerie della Grande Guerra e su quelle future, ideologiche, della Guerra Fredda, il Piano Marshall in pieno atto, l’euforia di una nuova vita, che si estrinsecava con la rinascita delle arti, della letteratura, della musica e del cinema, ma anche il terrore della neo era atomica.

1948 nel Bel Paese... Luigi Einaudi era divenuto il presidente della Repubblica; Coppi e Bartali correvano come inseparabili complici-nemici ed erano divoratori onnivori di vittorie e popolarità; l’attentato a Togliatti e la provvidenziale maglia gialla del grande ciclista toscano che, si dice, salvò con il suo trionfo nella Grande Boucle la nazione dalla guerra civile distogliendo l'attenzione da un'insostenibile tensione sociale; le imprese del Grande Torino.

Londra 1948: il consesso delle nazioni si ritrova per rinnovare il rito della fratellanza olimpica. Giochi in bianco e nero, senza sfarzi né trionfalismi mediatici (pensate all’onnipotente delirio di Berlino 1936). Una pura competizione per scacciare incubi e veleni. Adolfo Consolini e Beppone Tosi trionfano nel disco, mentre Irene Camber s’affaccia sulle scene, anzi sulle pedane del fioretto, con una semifinale individuale: «Non c’erano manifesti a Londra né alcuna pubblicità; un avvenimento quasi normale all’indomani di una guerra che ci aveva provati. Oggi le Olimpiadi sono uno show».

L’avvenente ragazza di Trieste (mule sono chiamate dai figli della bora...) è una splendida signora di... non vi diciamo l’età. Uno spirito indomabile è sempre stato quello di Irene, volitiva nella vita come nei giorni delle gare e dei successi. 1952, Helsinki, la patria del Re del vento Paavo Nurmi: furono le Olimpiadi dell’Uomo Cavallo Emil Zatopek: 5.000 m, 10.000 m e maratona d’oro. Mai più riuscito ad alcuno. Anche Irene Camber salì sul gradino più alto, vera domina e dominatrice della scherma: «L’avversario non è chi hai di fronte, bensì quel che hai dentro. Bisogna imparare anche a superare gli stati d’angoscia. In finale incontrai l’ungherese Ilona Elek, grandissima schermitrice, la quale era stata campionessa a Berlino e a Londra. Ilona era anche una musicista e ciò le dava un senso del tempo speciale, un ritmo, che, uniti con le qualità atletiche, la rendevano capace di una scherma dal fortissimo temperamento, moderna. Qualche mese prima, però, l’avevo cappottata a Budapest. Del resto io non volevo assolutamente perdere. L’avevo già battuta nello scontro diretto. A parità di vittorie, nello spareggio per l’oro, ho vinto io».

Ma che tipo d’atleta era la nostra Irene? «Avevo un’ottima parata ed ero molto rapida in attacco; quando decidevo di partire, ero velocissima. Avevo buone gambe (da brava triestina ero una discreta polisportiva). Mio primo maestro era stato il napoletano Carlo De Palma, poi sono stata affidata a Dino Turio, il quale era stato un allievo del gran livornese Nedo Nadi».

Melbourne, 1956... «Non vi andai. Rinunciai, poiché mi ero appena sposata e lavoravo alla Montecatini. Non potevo fare troppe cose insieme. L’anno dopo, però, sono andata a Como al Trofeo Esperia e ho vinto, pur essendo due anni che non tiravo. Ma il mio bagaglio tecnico era notevole e il fisico mi confortava, sebbene non mi fossi più allenata».

Quindi ai Mondiali di Parigi... «Una lunghissima tedesca, pur non eccezionale, m’inchiodò con la sua statura». Ma Irene non si può lamentare: anche in quella circostanza un bronzo individuale e l'oro a squadre. Continua, Irene, il suo racconto: «È stato un mollare e riprendere. 1958: mi nasce un figlio. L’anno successivo, un altro. Chi pensava più alla scherma? Tuttavia, in prossimità dei Giochi di Roma, accettai d’andare a fare delle selezioni, dopo le quali rientrai in squadra. Ricordo bene la maratona di Abebe Bikila a piedi nudi, mi piaceva molto l’atletica. Con la squadra di fioretto arrivammo terze. Ma io avevo due figli a casa, dovevo volare da loro. Non potei neppure presenziare alla premiazione».

Finita qui l’avventura della Signora Camber in Corno? «Nel '63 il terzo figlio. Con mio marito andammo a vedere i campionati del mondo di Danzica e mi resi conto che avrei ancora potuto competere a buon livello, rendendomi utile alla squadra che sarebbe andata a Tokio. Invece, là, fui esclusa dallo scontro con le russe, che, se l’avessimo vinto, ci avrebbe condotte in finale. Forse fui messa fuori gioco, pur essendo stata sino ad allora una delle migliori, perché avevo 38 anni. Fui bruciata, rimasi svuotata. Precedentemente quelle stesse russe, al Trofeo Esperia a Como, erano state da me battute».

Vari nipoti dopo Irene Camber ha mantenuto intatto il suo amore per lo sport molto amando lo stile e la tecnica della sua erede Valentina Vezzali: «La Vezzali è una delle più grandi di tutti i tempi». Sorelle, senza tempo, di classe e agonismo.

Irene Camber, fiorettista, figlia di un poeta, diplomata in pianoforte e laureata in chimica industriale, è stata nominata da un sondaggio di qualche anno fa la più grande sportiva triestina di tutti i tempi e la terza a prescindere dal genere, dietro soltanto a due califfi quali il pugile Nino Benvenuti e Nereo Paròn Rocco e davanti a gente come Cesare Rubini e Cesare Maldini. Una triestina che ha poi vissuto in Lombardia, tanto da avere ottenuto la cittadinanza onoraria di Valmadrera, provincia di Lecco. Un'italiana, la prima, a vincere un oro individuale sia alle Olimpiadi (anche un bronzo a squadre nel 1960) sia ai Mondiali (un altro oro a squadre + un argento e cinque bronzi, di cui uno individuale). Per capirci, solamente dieci connazionali sono arrivate a tanto, per ultima l'immensa Federica Pellegrini.

Irene Camber, una sportiva leggendaria. Soprattutto, una grande persona.

 

Alberto Figliolia


 
 
 
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