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Gian Luigi Zucchini. L’immaginario poetico di Ludovico Ariosto in una mostra a Ferrara
07 Ottobre 2016
 

Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi? Indubbiamente gli passavano davanti frammenti di vita, ricordi, impressioni, immagini, visioni. Molti trattengono tutto per sé, poi dimenticano. L’artista no. Rielabora, reinventa, fantastica. Anche chi fa del realismo la base del proprio laboratorio intellettuale e psicologico, spesso non può sottrarsi a spingere l’immaginazione oltre il reale, trasformando il vero. E Carducci, davanti a San Guido, ricorda lontane scene di vita, mentre Pascoli, in momenti di quiete nel silenzio dei campi romagnoli, vedeva ‘in quelle ore bruciate’, correre ippogrifi e cavalli alati, immaginando di cavalcare insieme ad Astolfo ed a Guidon selvaggio. Montale aveva un muro cosparso di ‘cocci aguzzi di bottiglia’ davanti a sé, ed evitava l’immaginario, levigando con lucidità una sottile pena esistenziale, però soffrendo. E l’immaginario invece potrebbe aiutare ad affrontare il penoso passaggio della vita, ricreando il mondo. Ludovico Ariosto lo fece. Da quanto tempo vedeva “le donne e i cavalier, l’arme, gli amori / le cortesie, l’audaci imprese…” che erano del suo tempo, ed anche molto più indietro negli anni, nei secoli, nel tempo cioè in cui “passaro i Mori / d’Africa il mare…”? Forse da sempre, da quando, ancora bambino, frequentava con il padre la corte Estense, poi via via, nella giovinezza, quando - studente all’Università a Ferrara - divenne amico di Pietro Bembo e si inoltrò in quel mondo di raffinatezze intellettuali, di gioia creativa, di fantasie cavalleresche, di miti e favole di cui era ricca la cultura e la terra ferrarese. Ed infine quando fu al servizio del cardinale Ippolito d’Este, che non lo capì mai e lo tenne come un servo; e, in seguito, della stessa corte, divenendo poi anche governatore in Garfagnana, e frequentando così quel mondo di battaglie, scontri di cavalieri, feste, musiche e dame, in un susseguirsi di eventi che non erano proprio ciò che desiderava fare, ma a cui era costretto per dovere e necessità di vita. Ma “le donne, i cavalier, l’arme, gli amori” erano dentro di sé, si muovevano con ritmi di grazia e di bellezza, e così, man mano, nel tempo, li descrisse su carta, creando scene ed azioni ed intrecciandole nella vastissima trama del suo immaginario.

Che cosa si poteva mai fare, ora, in questo anno in cui ricorre il cinquecentesimo anno della pubblicazione dell’Orlando furioso? Forse una mostra. Sì, ma come costruirla? Ed ecco la scintilla, poi il fuoco da cui ha preso il via questa esposizione: riprendere proprio i versi iniziali del poema, e collocare intorno ad essi oggetti, dipinti, monili, armi e armature, e tutto quant’altro citato nel poema, e descritto in relazione a questo ‘incipit’. Lo spazio qui manca per segnalare tutto, ma qualche riga merita sicuramente la pittura.

Le donne (ed ecco, tra gli altri dipinti, la Venere pudica di Botticelli e bottega; e la musa come amante, con importanti dipinti d’epoca), i cavalieri (molte immagini di battaglie, tra cui il grande arazzo della battaglia di Pavia, stampe ed incisioni, San Giorgio e il drago di Paolo Uccello, e La liberazione di Andromeda, di Piero di Cosimo, sottratta al mito e ricollocata in un attivo ed ampiamente descrittivo immaginario); l’arme (con un bell’esempio di armatura di Niccolò Silva e la spada di Francesco I, re di Francia, che, sconfitto a Pavia, dovette consegnarla all’Imperatore Carlo V vittorioso); e i Mori, con l’evocazione delle mitiche storie arturiane, dell’epopea dei paladini e dell’epico scontro di Roncisvalle. Infine gli amori, ben rappresentato, tra altri dipinti esposti, dal Baccanale degli Andrii di Tiziano. In tale contesto, è stupenda l’immagine con cui si chiude questa splendida mostra: La Maga Melissa, di Dosso Dossi, levigata in un chiarore di perla, tra vegetazione lussureggiante e quasi magicamente trasfigurata da bagliori dorati: una testimonianza del soffuso mistero e dell’ineffabile magia che si respirava (e ancor oggi, talvolta, si respira), in questa città. Si vedano, a questo proposito, le belle immagini che la pittrice ferrarese Maria Paola Forlani ha dipinto per la mostra che si tenne nello scorso maggio a Migliarino, con i cavalieri del mito e della poesia, e il solenne passo dei cavalli, tra cui, bellissimo, Boiardo, cavallo di Orlando. Qui, tra ricchezze quasi liberty e grovigli di colori matissiani, emerge, originale, antica e sempre nuova, la fantasia suggestiva dell’arte in questa città; la quale fu molto amata anche dall’Ariosto, che scriveva, nella Satira III: “Chi vuole andare a torno a torno, vada; / vegga Inghelterra, Ongheria, Francia e Spagna: a me piace abitar la mia contrada”.

 

Gian Luigi Zucchini


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