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Daniele Dell'Agnola. “Cosa tiene accese le stelle?” di Mario Calabresi
27 Luglio 2011
 

Mario Calabresi

Cosa tiene accese le stelle

Monadadori, pagg. 144, € 17

 

IL LIBRO IN POCHE PAROLE

Cosa tiene accese le stelle è il racconto di un’indagine curata dal quarantunenne giornalista torinese Mario Calabresi, direttore de La Stampa dal 2009. Grazie alla frequentazione di numerosi personaggi di calibro (giovani e anziani, conosciuti o meno) leggendo con attenzione le lettere inviate da persone comuni alla redazione del giornale, l’autore di questo saggio offre varie interpretazioni di un’epoca, dagli anni ’50 fino ai giorni nostri, che ha cambiato l’Italia e il mondo. Ne esce un tracciato che invita soprattutto i giovani talentuosi a nutrire la speranza, a muoversi. Nel libro, edito da Mondadori, emergono scetticismo, nostalgia di un passato ritenuto da taluni migliore, ma anche un sentimento di favore nei confronti dell’avvenire: esistono infatti individui che guardano le stelle ad occhi aperti. Cosa tiene accese le stelle offre al lettore una serie di incontri tra il giornalista Calabresi, che pure racconta la propria gavetta, e “gli altri”: semplici lettori del suo giornale, giovani studenti, liberi professionisti, ricercatori, sociologi. Un dialogo italiano sulla strada del tempo.

 

UN'ANZIANA SCETTICA E UN ONCOLOGO FAMOSO

L’attrice Franca Valeri, donna elegante, denuncia la decadenza delle buone maniere, dei rituali di una certa borghesia. «E ai giovani che volessero fare teatro cosa consiglia?» chiede Calabresi. «Di non sedersi mai. Non basta talento per riuscire, senza esercizio ci si ferma, si resta a un livello basso; nella vita e nel lavoro, ci vuole soprattutto un lavoro su se stessi. Bisogna esercitarsi, proare, studiare, cercare di cambiare sempre. Ma questo vale per tutto, mica solo per il teatro» (p. 15).

Sono molti, coloro che sostengono la tesi secondo la quale “una volta le cose andavano meglio”. Ma da dove veniamo? si chiede Calabresi, riprendendo un’inchiesta condotta dall’operaio Franco Alasia e dal sociologo Danilo Montali nel 1960, intitolata Milano, Corea (oggi edita da Donzelli). Sono storie di poveri italiani, come Nino, che all’epoca aveva 24 anni, stava lontano da casa e di notte doveva dormire con il cavallo per svegliarsi a dargli la biada, “altrimenti erano frustate”. Storie che riteniamo lontane, eppure erano persone (molte) piene di speranza, perché nella psicologia della gente, povera, emigrante, c’era l’idea di migliorare, di lottare per uscire dalla miseria e regalare ai propri figli un avvenire più dignitoso. Oggi questo margine pare annebbiato perché, mediamente, non viviamo in miseria, ma nel benessere. “Una volta era meglio” è quasi uno slogan. Eppure l’oncologo Umberto Veronesi disegna con la precisione dei numeri quel passato. «Nel 1991 ci furono 1.984 omicidi, mentre nel 2009 sono stati 626. Vent’anni fa, in Italia le persone uccise furono 3,5 ogni 100.000 abitanti, secondo l’ultimo dato disponibile siamo scesi a 1» (p. 27). Senza contare l’evoluzione nella ricerca contro i tumori.

 

I MEDIA

Stiamo peggio? Pare di no. C’è però un meccanismo mediatico che scatta e produce dei casi, magari percentualmente non significativi: due fatti che accadono in tempi ravvicinati, per coincidenza; i media riportano in buona fede gli eventi, ma strategicamente li esaltano a dismisura. E allora nasce l’allarme, emerge il tema del momento: violenza giovanile, immigrazione, fiscalità, scandali decadenza della classe politica. Si chiama “EFFETTO PITT-BULL”. Ascoltiamo le notizie e il mondo pare alla fine. Sorgono così le paure. Umberto Veronesi critica i media e quindi il mercato dell’informazione. «Il nostro modo di essere informati è cambiato il 10 giugno 1981, il giorno in cui un bambino di sei anni cade in un pozzo… profondo 80 metri… sulla strada tra Roma e Frascati. Si chiamava Alfredino Rampi… La Rai fece una diretta non stop, a reti unificate, per 18 ore. Giunse sul posto il Presidente della Repubblica Sandro Pertini. I tentativi di salvare il bimbo furono strazianti e tennero il Paese con il fiato sospeso e in preda all’ansia per tre giorni. Dopo sessanta ore si capì che Alfredino non ce l’aveva fatta, ma quello che andò in scena fa stare male ancora oggi» (p. 37). “Quello che andò in scena”: un reality che però non aveva copioni, canovacci, finzioni. Sta nell’uomo, questo bisogno di sbirciare nel male altrui. Nel 1932 il figlio del più famoso aviatore della storia, Charles Lindberg, fu rapito e ritrovato morto. La cosa tenne in scacco l’America. I media lo sanno.

Oggi stiamo peggio? Pare di no. Sono cambiati gli strumenti e forse, in questo benessere i giovani «mancano di spazi e di orizzonti» … «si sentono soli, orfani» (pp. 41-43).

 

I GIOVANI E I SOGNI

I sogni hanno bisogno di spazio. E dall’altra parte, chi governa mostra poco interesse per cosa accade veramente nel Paese. Interessante, in questo senso, il riferimento ad Aldo Moro: «Luigi La Spina, già condirettore della Stampa… vide Aldo Moro al Palalido di Milano all’inizio degli anni Settanta. Era seduto in disparte, con un quadernetto in mano, e prendeva appunti sulla prima grande uscita pubblica di Comunione e Liberazione. Era andato a vedere che erano… era là per capire cosa si stesse muovendo nella società» (p. 44). È curioso osservare come oggi Comunione e Liberazione, che gestisce un certo potere, è invece parecchio interessata a quanto accade nella società civile, infatti gli eventi di Comunione e liberazione sono parecchio frequentati proprio dai giovani. Più delle assemblee dei partiti tradizionali, storici. È tutto dire. Qualcuno potrebbe preoccuparsi. C’è bisogno di senso di comunità, di acquisire forza reciproca. Aggiungo, a quanto dice Calabresi, che forse urgono delle alternative in grado di dibattere apertamente, nutrendo un certo spessore intellettuale. Questo vale anche quando si mette in discussione Comunione e liberazione (sempre che da quella parte ci sia volontà di aprire il dibattito).

 

INDIVIDUALISMO E COMUNITÀ

Oggi stiamo peggio? Dipende. Il Potere, da sempre, naviga nel silenzio, ma nella gente comune il senso di comunità si è indebolito, così come il senso civico, del bene comune. Il sociologo De Rita, incontrato dall’autore, spiega che il «primato dell’Io non convince più, e il concetto di libertà è stato degradato, ridotto alla soddisfazione di ogni pulsione in modo sregolato. Non è pensa che tutto si tuo: il lavoro, il tempo libero, le vacanze, il corpo, il peccato; che tutto sia soggettivo e mai visto in rapporto agli altri». Sono pure scomparsi «i genitori e la capacità di fare fatica» (p. 47) e questo fatto lo possiamo condividere, parallelamente alla necessità di «tante rivoluzioni individuali che riescano a connettersi fra loro».

 

LORIS, UN INFORMATICO DI SUCCESSO

A colpire, in questo libro, è la vicenda di Loris, montanaro sceso dal proprio paesino per frequentare il Politecnico di Torino. Oggi ha 35 anni. Dieci anni fa, nella sua tesi di laurea, ha studiato un software che analizzava la rete internet. Dopo la laurea un professore dell’università di Davis, alle soglie della pensione, lo invita negli Stati uniti. Il professore lascia l’università e i due, il ragazzo e il pensionato, fondano una società. Metto 50.000 franchi a testa. 50.000 franchi? Un 26enne neo laureato? E dove li ha presi? Papà? Non proprio. «Erano tutti i soldi che avevo risparmiato in quasi quindici anni, sommando i regali di Natale e di compleanno dei genitori e dei parenti, e i molti lavoretti che avevo fatto… Da noi ti insegnano così: si mette da parte» (p. 108). Non male, il nostro Loris. L’avventura ha quindi inizio e i due hanno successo. La società lavora per il nuovo Boeing, 12 ore al giorno, per anni, Loris e John fanno davvero fatica. «Abbiamo cominciato a sviluppare prodotti che potessero migliorare e completare il programma distribuito gratuitamente in rete. Lanciammo Wiresherk, uno dei più important progetti per analisi di rete: oggi lo usano 5 milioni di persone nel mondo…» (p. 109). La ditta passa a 30 diependenti, tutti provenienti dal Politecnico di Torino, e in questi anni Loris riesce, assieme al professore, John, a costruire. Nell’autunno 2010 la «Riverbed, multinazionale dell’informatica quatata al Nasdaq di New York… offre di pagare cash». Così la società viene acquisita. 25.000.000 di franchi? Forse. Circa. Potrebbe essere. Non facciamo i conti in tasca a Loris, che oggi ha deciso che non passerà ad una vita di lusso, ma pensa al futuro dei suoi figli (nel frattempo sono nati due gemelli). Ha però modificato il progetto della casetta che stavano costruendo. Ora ha fatto fare due camere in più… Il fatto preoccupante è che l’Italia, lo Stato, ha investito 700.000 Euro per far studiare questi ingegneri (sono le spese dalle scuole elementari fino al master e al dottorato). Sono 30 i dipendenti torinesi della società americana di Loris. Sono 10 milioni di franchi che lo Stato italiano ha invesito su di loro. E questi giovani se ne sono andati negli Stati Uniti. E lì pagano le tasse.

 

CONCLUSIONE

La tesi di questo saggio è però riassunta in queste frasi, che il pediatra Giuseppe Masera ricorda a Mario Calabresi: «Vedi di avere il tuo sogno e di crederci, al di là delle convenienze economiche». E ancora, citando lo scrittore Mark Twain: «Tra vent’anni sarai più deluso delle cose che non hai fatto che da quelle che hai fatto. E allora molla gli ormeggi. Lascia i porti sicuri. Lascia che gli alisei riempiano le tue vele. Esplora. Sogna».

 

Daniele Dell'Agnola


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