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Maria Lanciotti. Anno Santo 1950  
“Cielo sulla Palude”, le Figlie di Maria e l’acquisto delle Indulgenze
29 Settembre 2015
 

Avevo otto anni quando si celebrò il XXIV Giubileo, nel 1950, che richiamò a Roma circa tre milioni di pellegrini, muniti della Carta del Pellegrino, riconosciuta dall’allora Governo De Gasperi come normale passaporto per l’Italia. Si stava appena riprendendo fiato dopo una guerra atroce e un dopoguerra soffertissimo, e tutti si sentivano un po’ miracolati per essere ancora vivi. “L’anno del gran ritorno e del gran perdono” fu detto l’Anno Santo che si poneva come finalità “la santificazione delle anime mediante la preghiera e la penitenza, l’azione per la pace e la tutela dei luoghi santi, la predicazione anche ai fedeli, l’esercizio della giustizia sociale e le opere di assistenza a favore degli umili e dei bisognosi”. Per la circostanza fu promosso l’acquisto delle indulgenze, proclamato il dogma dell’Assunzione di Maria in cielo, ritrovata la tomba del Principe degli Apostoli (Pietro era un nome troppo comune e sul ritrovamento di alcune lettere di quel nome scolpito si basava la prodigiosa scoperta) e celebrate numerose beatificazioni e canonizzazioni.

E fu così che Maria Goretti – morta di setticemia in seguito ad un intervento chirurgico il 6 luglio 1902 all’ospedale Fatebenefratelli di Nettuno e canonizzata il 24 giugno 1950 da Pio XII – divenne l’icona della “castità eroica”, un esempio da imitare per tutte noi fanciulline in erba.

Cielo sulla palude io l’avevo visto al Central Cine, detto il Pidocchietto, assieme a tutta la popolazione del quartiere che stava sorgendo alle porte di Roma. Era il 1949, e il crudissimo film di Augusto Genina – già apprezzato autore della propaganda di regime – ambientato nelle paludi pontine alla fine dell’Ottocento primo Novecento e interpretato in gran parte dai coloni del luogo, mostrava in tutto il suo squallore la miseranda condizione di tante famiglie che si spostarono dal nord e dal centro Italia per approdare nell’agro romano e pontino in cerca di lavoro e di pane. Non c’era infanzia e non c’era adolescenza per i figli di questa gente, ma solo la stenta sopravvivenza perseguita con la fatica e i sacrifici d’ogni giorno. E come non bastasse, la minaccia dell’inferno a fine corsa, più temuto della malaria perniciosa che infettava la zona.

In questo clima sconsolato si consuma il dramma che farà versare fiumi di lacrime alla gente semplice e timorata di Dio, e che mezzo secolo dopo il fattaccio – riesumato e debitamente aggiustato – servirà per rilanciare la virtù della verginità, in occasione del Giubileo.

Nel 1949 io avevo sette anni e potevo solo piangere assieme agli altri durante la visione del film, che pur trattando di sesso e violenza non era vietato ai minori. Ma già allora qualcosa del racconto popolare così come veniva rappresentato non mi convinceva del tutto, e m’impressionava il fatto che parteggiassi per il giovane Alessandro, ritenuto un bruto e un assassino.

Crescendo, con il mito della Goretti rinvigorito ogni giorno dalla morale cristiana, e più direttamente dalle suore spagnole mie maestre ed educatrici, cercai di capire cosa mi colpisse di storto di quella storia.

Alessandro Serenelli viveva con il padre nel casolare in cui trovò alloggio la famiglia Goretti, proveniente da un paesino delle Marche. Aveva vent’anni all’epoca del dramma e lavorava come un uomo da quand’era bambino. Maria, orfana di padre, ucciso dalla malaria, si occupava della casa e dei numerosi fratelli mentre la madre lavorava nei campi.

Alessandro ronza intorno alla fanciulla, ben formata e con gli occhi azzurri, ma viene più volte respinto. La madre vigila per quanto possibile, ma la sua giornata la passa a sudare sulla terra. Il giovane sta per essere richiamato per il servizio militare e stringe i tempi. Piomba in casa quando Maria è sola e la mette alle strette, lei si difende con forza ed egli, ormai accecato dalla rabbia, l’attacca, armato di un punteruolo, e la colpisce ripetutamente.

Su questi fatti di miseria e passione, fu costruita la storia esemplare di Maria Goretti, martire della purezza, cui concorse anche la stampa – Il Messaggero di Roma – che il 7 luglio, il giorno dopo la morte della ragazza, propagandò l’eroismo della Goretti, richiamando al suo funerale una folla immensa di credenti e numerosissime personalità laiche e religiose, fra cui l’arciprete Signori, maggior fautore della spettacolare manifestazione e autore del bel discorso che così concludeva: “... E tu, fanciulla eroica, insegna alle nostre fanciulle, e a tutte, come si lotta e si muore in difesa della purezza. Intercedi presso la Vergine Immacolata particolarmente per la nostra gioventù e per le Figlie di Maria, della cui schiera divenisti sorella nell'ultima ora! Tu, che tutti noi speriamo salutare un giorno anche qual loro seconda protettrice!”

Non voglio immaginare quello che dovette patire la piccola colona dell’agro pontino, una volta trasportata all’ospedale Fatebenefratelli, vittima – si vociferò – di un assatanato forse impotente, forse affetto da turbe mentali o inviato dal demonio, che prima di passare nelle mani dei chirurghi fu fatta confessare e ricevette l’assoluzione, il viatico e l’olio degli infermi. E mentre la setticemia faceva il suo rapido decorso, divorata dalla febbre e scossa dai brividi, fu presumibilmente indotta a pronunciare parole di perdono per il suo uccisore finché finalmente “spirò nel bacio del Signore”, come ebbe ad annotare tra l’altro l’arciprete Signori, nel redigere l’atto di morte di Maria.

E il povero Alessandro? Stupratore e assassino? Che in realtà non aveva stuprato e non aveva ammazzato e forse non ne aveva mai avuto l’intenzione? Trent’anni di galera e un martellamento incessante che lo portò velocemente al pentimento e alla conversione, e all’adorazione della giovinetta con l’aureola, che forse avrebbe solamente amato se le cose fossero andate come di solito andavano all’epoca, fra due ragazzi che vivendo sotto lo stesso tetto e lavorando nello stesso podere non sarebbero sfuggiti all’attrazione che li avrebbe condotti al matrimonio. Ma fra di loro c’erano di mezzo il peccato e l’inferno, il terrore inculcato nelle femminucce fin dai loro primi passi, assieme al culto della purezza “No, no, Dio non vuole, se fai questo vai all'inferno” sembra abbia detto e ripetuto Maria, piangendo e divincolandosi, al suo spasimante, sempre più eccitato di fronte alla sua resistenza. Ma era così che andavano le cose, la parte della donna – il suo dovere – era di opporre comunque un rifiuto ad ogni approccio dell’uomo, sia pure suo promesso sposo o anche a nozze già avvenute, che si sentiva così istigato a “possedere” chi gli si negava.

Ci voleva insomma la lotta per scatenare gli istinti repressi da una cultura sadica e masochista, impugnata dalla chiesa e abbracciata dalla società.

E questa è la supplica a santa Maria Goretti riportata nelle Massime Eterne di S. Alfonso M. De’ Liguori, che mi fu regalato in occasione del mio decimo compleanno e che tante volte lessi da bambina, pur sentendomi svenire, per guadagnarmi i 300 giorni d’Indulgenza, come prometteva la dicitura in fondo alla preghiera. Senza conoscere ancora il significato della parola Indulgenza e chiedendomi se trecento giorni nell’aldilà valessero come trecento giorni sulla terra.

O santa Maria Goretti, che confortata dalla divina grazia, a soli dodici anni, non dubitasti di versare il sangue e di sacrificare la stessa vita, in difesa della tua purezza verginale, deh! Volgi lo sguardo sulla misera umanità tanto deviata dal sentiero dell’eterna salute. Insegna a tutti, ma specialmente alla gioventù, con quanto coraggio e con quale prontezza si debba tutto posporre all’amore di Gesù, anziché offenderlo e macchiare l’anima propria col peccato. Ottienici poi dal Signore vittoria nelle tentazioni, conforto nei dolori della presente vita, e la grazia che qui prostrati ti domandiamo… e fa che un giorno possiamo godere vicino a te le glorie imperiture del Cielo. Così sia. (300 giorni d’Indulgenza)”.

 

Maria Lanciotti


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