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Chiara De Luca, a cura di Fabiano Alborghetti 
Cercando l'oro 3
Chiara De Luca
Chiara De Luca 
19 Aprile 2006
 
  
La poetessa si è laureata all’Università di Pisa in Lingue e Letterature straniere con indirizzo linguistico-glottodidattico con valutazione finale 110 e lode. Collabora con Poesia. Ha tradotto per Gedit La vita promessa di Guy Goffette e Maltrattando la Divinità di John Deane, e poesie di Douglas Dunn per Nabanassar e La Clessidra. Ha collaborato come traduttrice con diversi festival internazionali di poesia. Alcune sue poesie sono state pubblicate su Faranews, Poesia, Sinestesie. È inclusa nell’antologia La coda della galassia (Fara, 2005), con una scelta di poesie dalla sua nuova raccolta: Senza. Ha pubblicato con Fara il romanzo La collezionista, ovvero La sindrome di Babbo Natale ed il nuovissimo La Mina (stra)vagante (Fara, 2006). Ha partecipato come poeta ospite a due puntate del programma “di-versi” di Rai Futura. Gestisce il sito www.chiaradeluca.net importante vetrina di poeti Italiani e stranieri contemporanei. Presta la propria consulenza presso una moltitudine di Istituti ed Università. Lavora presso l’Anffas Onlus di Bologna.
 
La singolarità delle poesie – al primo colpo d’occhio – è la somiglianza al poemetto (componimento lungo dotato di aspetti narrativi: prevede personaggi, scene, avvenimenti) ma non con l’accezione del termine: il poemetto infatti è sempre visto come diverso dall’epica tradizionale, più lungo di una lirica è pur sempre qualcosa di meno (di "diminutivo") rispetto al poema.
Veder invece “qualcosa di meno” negli scritti della De Luca è un errore: c’è invece una larghissima attenzione che sconfina per superare i limiti costituitivi in cui si troverebbe ad operare adottando altre forme, una poesia più breve, meno efficace, più dispersiva se vogliamo, meno coinvolgente.
L’uso della lingua parlata (solo apparentemente dimesso o basso per tono) garantisce la sfumatura espressiva, uno sfondo documentaristico su cui poggiano istanze pragmatiche, a tratti contemplative. È una poesia che solo apparentemente si colloca a lato (o confine) della prosa (materia che la De Luca padroneggia per cura e per come visto dalle pubblicazioni): è invece scambio tra un confine e l’altro, è poesia che parrebbe provenire dall’epica orale e che diviene scritta. L’uso parco dei “trucchi del mestiere” (ripresa, frammentazione) accentua la significanza del dettato, estrae da un qualcosa che pare perduto o sfuggente e ciò avviene non grazie a forme chiuse per organizzazione strofica, ma col verso libero che elimina la forma metrica creando cosi un ritmo incostante, variabile, elastico, esatto. La competenza tecnica è indubbia anche grazie al processo cognitivo derivante dagli studi e dal lavoro di traduzione. Avrebbe però un effetto nullo se non coadiuvata dall’immaginifica capacità di comporre una poesia spontanea, quasi “improvvisata” ad una lettura non attenta.
Sembra improvvisata perché ariosa, declinata in contrappunti leggeri, sgorganti e autentici ma senza il peso del linguaggio (apparentemente). La parola come qui è usata ha capacità di forare la piattezza, tesse intrecci, getta semi ma senza estremismo. È una parola offerta eppure preservata, ironica in alcuni tratti, satura di destino e coscienza. Veniamo parlati e ascoltiamo parlare. E ne desideriamo ancora.
 
 
 
Dall’antologia La Coda della Galassia (Fara, 2005)
 
 
*
Nella nebbia fin da bambina
a Ferrara cercavo
di capire che inganno celava
 
o che bene pareva
portare tra le braccia leggere,
ammiccando ad entrare
nel grigio, nel buio
con le ciglia ghiacciate
 
da una strana condensa
il gelo fatto presenza
 
Se la sera corri sulla strada che porta
a Milano, e c’è nebbia, quel muro
 
ti blocca e hai soltanto la faccia
per provare a scavarci
una breccia
 
in calzoncini e maglietta
soltanto, il tuo sangue
 
a scaldare quasi
dimentichi del male
 
entri ed esci da un umido inferno
 
ad ogni lampione
si scioglie l’inverno
 
è la nebbia è la fine
o l’eterno.
 
 
*
Nulla nel week end di periferia
ti dice quando è l’ora
di svegliarti, alzarti dal letto,
prepararti per uscire
Qui il silenzio è quasi mite
un ampio globo a mille
uscite, perfetto,
circolare
da spezzare
Qui puoi mettere il cappotto

chiuso bene sul pigiama,
vecchie scarpe rotte,
un berretto col pompon,

uscendo puoi cercare
il primo bar aperto
alle due del pomeriggio
un caffè per cominciare
la scintilla breve di un incontro
un volto in una rara
macchina che passa sulla strada
fare finta
che il tempo non esista
sconvolgere gli orari e ignorare
l’orologio abbandonato
sulla scrivania per inventarsi
un ritmo sgangherato
passo dopo passo ricreare
la settimana passata
smistandola dal male
Un cane alza la zampa contro il Limite
Invalicabile. Zona
Militare, la padrona
legge nonchalante il suo
giornale
Mentre due giovani in divisa
fumano e sorridono
davanti alla caserma
Sembra quasi che in zona
periferica la pace oggi imponga
felice e beffarda un armistizio
con la guerra.
 
 
 
dalla rivista Poesia, nr. 185 Luglio/Agosto 2005
 
 
È la notte che trafigge la luce
sul letto sfatto del buio
tra lenzuola di porpora e polvere
inchiodate al filo
dell’orizzonte
 
quando il sole si tuffa
nel corpo smarrito
d’un palazzo senz’ombra
né nome, la luna si svela
tra merletti di nubi
fatte di mille finestre di cerchio
concluso in silenzio, è il petto
che schianta, o cratere
che implode, la vita
che canta, o dolore
che fuga
Un bagliore si smaglia
            sul manto oleoso, e generoso
            riveste la luna, i miei occhi
            si fanno distanza
            presenza ridottasi                    
 sogno
                        a fluttuare
 
È la notte che uccide
la luce, o salva
dal vivere in specchi
d’acqua salmastra
dal perdersi in cocci
di vetri dispersi
(e da quel suo spezzarsi,
sbriciolarsi, bruciarsi
di se)
 
            È una foglia che piove,
l’amore, stormisce,
volteggia, serpeggia,
nel sangue del vento
 
È una pozza d’acqua
che fa mulinello al cadere
distratto d’un sasso
da mani smarrite
che più non sanno
riaprirsi, stringere
 
ancora altre mani di nulla,
i rami di un albero
che ignaro reclina,
declina, s’indigna,
si scuote, respira
   smuore.
 
 
 
*
                                         a mio fratello e mia madre

È tanto che non torno più a Ferrara

non vi vedo, ma vi ho sempre
a fianco lavorando
correndo, al supermarket,

di stazione in stazione
cambiando e perdendo
treni, ore, suoni

familiari, e che starai facendo

Nando, che ancora più di me
non ti figuri
che diavolo combino
nella vita

Ti prepari anche oggi
per andare a lavorare

o forse hai trovato
un nuovo amore

ti stai rilassando a casa tua
con l’ultima sorpresa musicale

fai le pulizie,
o stai soffrendo

o forse stai mangiando
assieme a mamma in sala
o come me
cammini nella neve
getti il piede di piatto
incidi impronte
per restare

Mi pensi o lasci
sola la domenica, lo sai, quaggiù
c’è tempo ed è soltanto

per pensarvi fare tutto
quello che trascuro sul lavoro

lasciarsi andare a un volto buono

ho in mente il tuo guardando
dentro ad una casa

accesa, di straforo - - -
 
 
 
Dalla raccolta inedita Senza
 
 
*
                                           a Federica
 
Il tuo corpo lanciato in volo inerte sull’asfalto
quella linea sottilissima di sangue sulla fronte
 
Stai lontana piccolina non guardare
i tuoi capelli biondi attorno al volto silenzioso
in alto il grido spaventoso di mia madre
 
subito sparita dietro te nell’ambulanza
mentre all’improvviso si serravano le porte
 
a sirene spiegate verso l’ospedale
stai tranquilla, non piangere, non ti preoccupare.

Conoscere nei mesi seguiti all’incidente
un qualcosa di più definitivo della morte

giocando da sola all’infinito con il niente
vivisezionando nel silenzio la paura

fra le mani i tuoi scritti, i tuoi pensieri, i tuoi progetti
per il nostro “Miniclub delle Giovani Marmotte”

la candela che danzava inesausta contro il muro
graffito nella casa dell’infanzia in via Mentessi

il tuo corpo negli anni che cresceva e si formava
ma cosa ti accadeva, nella mente, Fede,

costretta giorno e notte dentro il buio a non vedere…

Riesplode ancora uguale la rabbia lungo il fiume
stringi i denti frangi il fiato spezza quelle gambe non gridare

di quella che sarebbe potuta diventare
della scheggia divelta dall’acciaio del mio cuore

Dio l’ha liberata,
mi hanno detto, Fede
 
a ventotto anni finalmente se n’è andata.
 
 
*
dovrei credere che mi ami
in tutta questa quiete gonfia e immobile
di disperazione come la stagnanza
d’acque dove tutto muore giorno
dopo giorno dal non più cercare
 
dovrei credere che mi ami
anche nell’apnea di pianto
che non esce, e nonostante
non si salvino ragioni, credi,
illusioni nell’impercettibile
trascorrere leggero di stagioni
 
dovrei credere che mi ami
da questa mia costante
assenza ormai di fede
e questo corpo che non riesce
a risollevarsi, dovrei credere
 
che mi ami nel guardare
questa luce, il suo spaccare
i vetri per colpire gli occhi ormai
da mesi abituati alla penombra
insonne nel bruciare
d’incensi e di candele
 
dovrei credere che mi ami
nonostante non ti veda più
nei volti che svaniscono
di amici che non riescono
ad essere in silenzio
presenti al mio morire
 
dovrei credere che mi ami
in questo mio vagare senza più domani
in questi giorni uguali e notti
e giorni ancora senza
scopo e successione
 
dovrei credere che mi ami
in questo tuo silenzio primordiale
in quest’alto grido d’animale
che rimane dentro e che discarna
prima che si formino a milioni
le parole
 
dovrei credere che mi ami
anche se di quegli abbracci
distillati e di quei baci
concentrati nei minuti
 
di un avaro amore in cui cercavo
 il bene non rimane
che polvere di tomba
da non scoperchiare
 
dovrei credere che mi ami
anche se da tutto il mio cercarti non ho avuto
che un posto in prima fila fra i dannati d’ospedale
 
dovrei credere che mi ami
e allora aspetto, Dio,
una prova seppur piccola d’amore.
 
 
 
*
NONOCCASIONE


Senza la pretesa di scoprire un senso
a questo sabato in silenzio scivolato
via dalle braccia spalancate dell’estate

ho incontrato casualmente una quasiquiete
tra quattro pareti, un addio annunciato
sperando che stavolta venga mantenuto

un morire nuovo che sembra già archiviato - - -

Ho pensato che se fosse stato inverno
sarebbe stato meglio e con il freddo
il contrasto sarebbe esploso dall’esterno

mi sono riscoperta al di fuori d’ogni tempo
con le gambe incrociate, sopra il pavimento

perché essere serena non è in fondo che la fine
a lungo attesa del rischio d’impazzire

la pace dell’aver esaurito le parole
demandando ad altri il trovarne nuove

spargendo i CD e facendoli girare
uno dopo l’altro per cercare
la musica migliore per la nonoccasione

aprendo libri a caso per ben nonsapere
cosa avrei bisogno di cercare

mi sono ritrovata nel mio mondo di bambina
pieno fino all'orlo del nientedispeciale

che amo fare, con stupore
ho avuto l’impressione

di trovarlo intatto
al di fuori d’ogni dove
 
 
* * *

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