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Piero Cappelli: La Chiesa del futuro.
Benedetto XVI
Benedetto XVI 
13 Ottobre 2007
 

(“Dividere la Parola” per condividere nell’esperienza il Mistero del Corpo Mistico). Molti cattolici si domandano: «ma perché esistono tanti gruppi di riflessione sul Vangelo, ma poi quando siamo in chiesa alla messa parla solo il celebrante?». Si teme forse un dibattito incontrollato? Oppure non si è valutato abbastanza la positività di un momento di condivisione della Parola a tal punto da vedere solo le ombre e non riuscire a vedere quella luce che potrebbe aiutare a fare di quell’assemblea una vera e propria comunità della comunione? È qui che le gioie e le tristezze, le angosce e le speranze del vissuto umano, quotidiano e straordinario della vita di ciascuno si fondono in quel pane e in quel vino – sulla tavola della consacrazione – con quello che diverrà il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo in virtù dello Spirito?

Il termine “omelia” o “omilia” che si voglia, ha una sua radice etimologica che dal greco significa “riunione, conversazione, adunarsi, colloquiare”. Dove il “con-versare” vuol dire anche trovarsi insieme. Ma come si può fare un colloquio, una conversazione quando c’è solo un monologo nel momento più alto del con-versare, del parlare insieme? Dovremmo chiamarlo oggi “monologo sacro” non omelia! Una comunicazione di comunione che trae spunto da brani della Scrittura sui quali si basa la comune Fede come è lo stesso Spirito a fecondare le persone; cioè un’esternazione del vissuto delle persone che si confronta con l’insegnamento evangelico. È in questa dinamica che si individuano gli ambiti d’intersezione dai quali si possono evidenziare vantaggi e svantaggi.

E gli ambiti, che nello sviluppo del nostro argomento si andranno a toccare, sono quello intra-ecclesiale per la Scrittura, la teologia, la pastorale, la liturgia; quello extra-ecclesiale per la sociologia, la psicologia, la pedagogia e la comunicazione. Il tutto trasparirà nei passaggi che seguiranno.

 

I due ambiti, come anche c’insegnano i nostri ultimi pontefici, Giovanni Paolo II e oggi Benedetto XVI, sono la complementarietà di ciò che «non è del mondo» ma è dato per ‘salvare’ il mondo, la Parola; e ciò che «è del mondo», la scienza, e aiuta la Chiesa a camminare nel mondo per meglio comprendere e annunciare al mondo la Parola (Cfr. Concilio Vaticano II, Gaudium et spes).

Ma come annunciare questa Parola con la parola, le immagini, il suono e le varie tecniche che ci offrono modalità innumerevoli di relazione in questa società della comunicazione?

L’ambito che noi trattiamo in questo tipo di comunicazione è quello specificatamente liturgico: durante la celebrazione eucaristica, detta «messa».

Noi sappiamo che la Tradizione ci racconta come avveniva questo e dalla quale poi è stato dedotta l’attuale modalità di gestione della liturgia. Anche se vi sono esempi di partecipazione allargata alla predicazione nella comunità dei credenti in Gesù Cristo. Vedi s. Paolo che nella prima lettera ai Corinzi (11,4 ss) dà disposizioni sulla disciplina delle assemblee, riconoscendo che l’uomo o la donna possono «pregare e profetizzare». E negli interventi si raccomanda che «tutto avvenga decorosamente e con ordine» (14,40) così da testimoniare una pluralità di carismi e forme di parola: «quando vi radunate, ognuno può avere un salmo, un insegnamento, una rivelazione, un discorso in lingue, il dono di interpretarle. Ma tutto si faccia per l’edificazione»(14,26). San Paolo dice questo perché vuol far sì che lo Spirito non venga spento (1Ts 5,19ss). Successivamente nei primi tre secoli si nota invece come a causa di deviazioni e cattive interpretazioni e secondo lo stile romano dell’Occidente latino della gestione delle adunanze pubbliche in mano ad una guida e ad un capo, il ‘tractatus’ o ‘sermo’ verrà tenuto dal presidente l’assemblea: la paura delle ‘deviazioni’ fa chiudere l’esperienza paolina. Ci saranno poche eccezioni come quella del IV secolo in cui a Gerusalemme la domenica nell’assemblea per istruire il popolo prendevano la parola tutti i presbiteri presenti e successivamente il vescovo. Infine sarà papa Leone Magno ad interdire a monaci e laici, qualunque sia il grado della loro scienza, di poter insegnare e predicare: siamo nel V secolo. Successivamente questo verrà confermato anche nel mondo monastico dove invece era stata conservata la tradizione primitiva della lectio divina realizzata spesso in forma di colloquio assembleare per la edificazione comune. Nelle epoche successive, medioevale e moderna come pure in quella contemporanea, l’omelia è rimasta in mano ai celebranti. Il predecessore di papa Ratzinger, nella linea ‘Benedettina’, precisamente Benedetto XV nell’enciclica Humani generis redemptionem parla anche della predicazione della parola divina (15/06/1917), presentando san Paolo come modello di predicatore, sia per la preparazione interiore, sia per l’oggetto e il modo della predicazione. Ma non recuperando il metodo delle comunità paoline in cui – come dicevamo sopra – tutti potevano intervenire per «l’edificazione comune». Su questa linea dell’esclusiva possibilità data – per tradizione ‘protettiva’ sulle ‘deviazioni’ – al presidente di parlare solo lui alla messa nella spiegazione e riflessione sulla Parola, si muoveranno tutti gli atti successivi fino al Concilio Vaticano II, al Codice di Diritto canonico del 1983 (can.767). Solo la “Messa dei fanciulli”, in cui addirittura è consentito ad un «fedele adulto» – che abbia una spiccata capacità di interloquire con i bambini rispetto al sacerdote –, è possibile rivolgersi ai ‘piccoli fedeli’ per spiegare loro la Parola (Direttorio per le messe dei fanciulli, n. 24). Però qui occorre saper ‘gestire’ il dialogo con questi bambini in maniera autentica, libera ed espressiva per non ‘condannarli’ a ragionare secondo i parametri di un adulto…

Quindi, oggi la parola rimane al celebrante (perfino il diacono non potrebbe predicare in presenza del presbitero!) e solo dietro la sua parola, al suo annuncio che il popolo, l’assemblea, risponde. Non c’è, in genere, iniziativa dei fedeli se non sotto la stretta regia del celebrante. Solo alcuni interventi di introduzione e riflessione sulla Parola e in altri momenti della «messa» sono permessi a cura dei laici in quella che viene detta la «messa commentata», anche quale frutto di una preparazione realizzata ad hoc da un gruppo per la liturgia eucaristica domenicale. E ciò è un ottimo momento di formazione catechetico-spirituale per i laici che però purtroppo non è molto diffuso né sviluppato perché spesso, anche qui, i parroci o non permettono che questa esperienza si realizzi o si sviluppi o la vogliono ‘controllare’ per indirizzarla a modo loro.

E uno dei momenti in cui il rito diventa ‘esterno’ alla liturgia è quando il prete prende la parola dopo il Vangelo perché non segue – nel contenuto – le linee previste, ma può spaziare da argomento ad argomento liberamente. E su questo ‘liberamente’ potremmo raccontare mille esempi di tipologie e casistiche che spaziano con metodi e temi di vastissima varietà (sic!).

 

Ma oggi, sempre più spesso, la parte più conservatrice all’interno della Chiesa cattolica continua a ritenere il latino il ‘mezzo’ più archetipo per la vera liturgia cattolica. Giovanni Paolo II ha accolto la loro richiesta di poter celebrare la cosiddetta messa di s. Pio V (quella del vescovo Lefevre, sospeso a divinis da Paolo VI) che è tutta in latino – esclusa l’omelia –, dietro autorizzazione del proprio vescovo. Questi fratelli della Chiesa cattolica – così amanti e fiduciosi nel latino – ritengono che il mistero della nostra fede passi meglio e di più attraverso questa lingua originaria. Non solo. Ritengono che, se oggi con il rito Conciliare della Messa si hanno solo “assemblee” in preghiera e non l’unione mistica delle membra del Corpo di Cristo, cioè l’essere Chiesa, è dovuto alla traduzione volgarizzata della liturgia cattolica in lingua autoctona, locale. Dicono che la liturgia ha perso il suo alone di mistero dato dalla de-sacralizzazione della lingua, dalla libertà di canti mondanizzanti l’atto eucaristico, dalla banalizzazione di certi momenti liturgici che non preservano e non trasmettono il sacro momento divino. Che la liturgia cattolica – ci ha insisto anche recentemente il Papa – possa avere un recupero della tradizione può darsi (come ad esempio il canto gregoriano…), ma che si torni al latino è oramai impossibile anche se potrà prendere più forza l’ala conservatrice cattolica nel richiedere un ‘ritorno’ a certe forme pre-conciliari.

Però bisogna dare atto che le critiche aperte da questo fronte conservatore cattolico alla nuova liturgia, non sono così peregrine perché in effetti colpiscono – seppur con armi spuntate – dove veramente il problema c’è: come riuscire a sentire e trasmettere in questo nostro tempo, nella liturgia cattolica eucaristica il senso del Mistero divino, dell’essere Corpo Mistico di Cristo vibrante e vivente, attivo e fecondante, quando le messe (oggi come oggi) non sono diventate che delle mere assemblee ‘paganeggianti’ per il modo con cui si conducono, si gestiscono, si vivono. Dove il senso del mistero è quasi completamente svanito e dove il senso del sacro non valorizza più nemmeno la stessa consacrazione? Gli stessi confratelli ortodossi vivono ancor oggi l’eucarestia sotto un registro misterico di grande profondità interiore dovuto anche alle modalità estetiche della stessa liturgia e attraverso la quale potrebbe essere ancora più facile incontrarci per una maggiore ‘comunione’ spirituale che però sembra essere ancora molto lontana (vedi ultimo convegno ecumenico di Bose).

Come riuscire a fare delle nostre liturgie eucaristiche qualcosa di veramente ‘sacro’?

Cosa bisognerebbe fare per de-mondanizzare la «messa», senza per questo togliere nulla al Mistero divino di Cristo ri-vissuto nell’incarnazione nel ‘qui ed ora’ del mondo, di ciascuno attraverso il dolore, la gioia, la speranza, l’afflizione, la bellezza e i problemi della vita?

Lo Spirito di Dio, che ha il ruolo privilegiato di ‘agente’ e che ‘agisce’ nel cuore delle persone non è sottovalutato. Tutt’altro. Gli permettiamo così di potersi esprimere attraverso i ‘fratelli nella fede’ presenti alla comunione della Parola…

 

Ecco la proposta di un metodo che non è la cosiddetta ‘omelia dialogata’, quanto il recupero del Mistero del Corpo Mistico di Cristo attraverso una “comunione-comunicata e accolta in con-versazione” che potremmo chiamare «Comunione e condivisione della Parola».

Come è possibile che ciò avvenga?

Immaginiamo un caso, facciamo un esempio pratico.

Il sacerdote, dopo aver letto il Vangelo alla liturgia eucaristica, invece di salire verso la sua sede scende verso la gente portando con sé il microfono (se necessario) e in mezzo ai confratelli e fedeli laici inizia ad introdurre il tema del giorno in chiave evangelica. La parrocchia sa cosa avviene a questo momento perché già informata e quindi sa come partecipare. Dopo aver indicato i punti fondamentali dei brani della s. Scrittura che sono stati proclamati, su questi svolge una breve e sintetica ed anche comprensibile esegesi (con linguaggio non da esperto ma da “fratello a fratello” e con la tecnica di quel contesto attuale…). Un’esegesi che riesca a ‘cucire’ ciò che si è letto con ciò che non s’è letto: cioè, spiegare la Bibbia con la Bibbia (Agostino), tale da riannodare i punti fondamentali della Fede cristiana cattolica. Dopo l’esegesi è necessario un secondo passaggio importante, l’ermeneusi. Cioè dare un’interpretazione ancorata al contesto storico, l’attualizzazione. E questa può avvenire in vari modi. Qui entra in soccorso la teologia che può avere mille sfaccettature – da continente a continente, da tipologia analitica… – facendo capire a quale teologia si fa riferimento così da orientare gli ascoltatori. A questo punto si passa al terzo passaggio che consiste nel ‘raccontarsi’ da parte del celebrante-guida, cioè nel dire come la sua esperienza di vita si incarna o meno con quanto lui stesso ha detto fin lì: raccontare la sua esperienza di vita di sacerdote («predico bene, ma opero male?»). Dice agli altri fratelli nella fede in Gesù Cristo come lui risponde all’interrogazione che quella Parola gli rivolge, lì in ‘quel momento’ della sua vita. Successivamente il sacerdote-celebrante invita i presenti a fare altrettanto. Cioè a parlare non in senso generico sul bello o meno bello della Parola o della liturgia, quanto sul come quella Parola ‘mi ha interpellato in questo oggi della mia esistenza’ e cosa e come rispondo di fronte a questo sentirmi o meno tirato in ballo…, cioè rileggendomi alla luce di quella Parola e attraverso la mia esperienza concreta di ogni giorno, di quello che ho fatto poco prima di entrare in chiesa e di quello che andrò a fare subito dopo e ancora dopo... Ecco che a questo punto il celebrante dovrebbe saper gestire con gentilezza, ma con decisione la con-versazione, l’‘arrovesciare’ insieme i sentimenti del proprio cuore nell’agape comunitaria, aprire l’animo alle delusioni, sofferenze, angosce, gioie, bellezze, piaceri della propria vita personale e metterli in comunione con i confratelli. Certamente all’inizio vi sarà un po’ di difficoltà a esternare cose personali e delicate, ma si potrà partire da una “messa in comunione” di esperienze comuni e conosciute, fino a lasciare i momenti più particolari e personali ad ambiti di messe di gruppo (catechisti, scout, associazioni…) o gruppi di riflessone sul Vangelo. Ci sarà poi chi chiederà spiegazioni, avanzerà altre interpretazioni oltre o diverse da quelle del celebrante, ma dovrà quindi essere lui la ‘guida’ di tutto. E l’articolarsi della con-versazione dovrà prendere quei minuti necessari per dare modo a più persone di portare il contributo alla ‘condivisione della Parola’. Al termine dei vari interventi il sacerdote-guida dovrebbe chiudere lo spazio della con-versazione riepilogando, riunificando e riconcentrando il tutto sotto il segno dei punti biblici fondamentali di partenza: prioritaria l’accoglienza nell’amore misericordioso… (schema dell’essenzialità evangelica).

E tutti insieme – a questo punto – esprimono l’attestazione di fede, il Credo che rimette in comunione anche le eventuali divergenze o diversità che i fratelli hanno avuto modo o meno di mettere in risalto. La preghiera comune e poi il momento dell’offertorio. Qui, in questa fase della «messa» il sacerdote-celebrante-guida dovrebbe saper far ‘salire’ dai fedeli presenti – con degli accorgimenti anche immaginativi –, quanto da loro espresso nella “con-versazione-omiletica” (rafforzativo) e soprattutto i dolori, le angosce, le sofferenze, le ansie, i disagi ma anche le gioie, le passioni, le bellezze della vita, l’amore, la riconoscenza, la dolcezza e la speranza delle loro cose concrete lì sull’altare insieme al pane e al vino. Fare di tutto questo un dono a Dio perché mentre quel pane e quel vino diverranno Corpo e Sangue di Cristo in virtù dello Spirito, anche tutto quel vissuto così pieno di emozioni, di sensazioni, di pensieri, di sentimenti, di cose concrete… così sofferte e così cariche e così colme di ogni qualità umana, e che tutti ne hanno preso parte nella con-divisione della Parola attraverso la vita, sarà la grande Offerta dei figli al loro Padre-Dio, attraverso e con Cristo attraverso e grazie allo Spirito. Spirito che viene invocato anche per ‘transustanziare’ i dolori umani di questo mondo in consapevole accoglienza della volontà di Dio su di noi ‘Suoi figli’, come è successo per Suo Figlio e nostro Signore e Fratello. Un’Offerta che si dona a Cristo e che consiste dei dolori e delle sofferenze degli uomini che si uniscono a quelli della sua Croce, che si è fatta croce per tutti i viventi, e che troverà riscatto nella Risurrezione. Così tutto quanto che ci portiamo dietro, accanto, sopra e sotto di noi diventa non una ‘sfortuna’ ma un messaggio del Padre nostro per ‘dirci’ qualcosa di speciale per noi, per ciascuno di noi. Ecco che allora non è più un’ assemblea (fattore sociologico tanto vituperato dai ‘tradizionalisti’), quel gruppo di persone – spesso anche disattente, annoiate… che si assiepano alla «messa» –, ma il Corpo Mistico di Cristo. Membra che hanno del divino in sé e che condividono con la Testa e tutto il Corpo, il senso profondo della Vita secondo il disegno del Padre: tutti fratelli da Gesù Cristo all’ultimo-primo uomo sulla terra. Quindi la con-divisione della Parola e della Mensa eucaristica non possono che procedere unite, dove nell’una come nell’altra non c’è separazione tra l’annunciato e il vissuto, la Parola e l’evento ma piena comunione spirituale e fisico-carnale. Sì, perché è nella carne che Dio si è fatto uomo, persona umana e  come tale ha abbracciato con il suo sacrificio della croce tutto il dolore umano e lo ha ri-espresso nella promessa della suo essere già-Risorto: tra noi, in noi e per noi.

Allora – dopo una «messa» del genere –, quando un fedele uscirà da questa esperienza liturgica non avrà partecipato ad un incontro di una comunità riunita e basta. Ma ad una comunità che si è riunita ed ha spezzato il Pane della Parola-parola e il Pane del Corpo-mistero di Cristo, questo può avvenire – potrebbe dire qualcuno – anche senza bisogno di con-versare perché si può vivere tutto ciò già ‘dentro’ di sé. Sì, è vero. Ma l’essere Chiesa-comunità-comunione significa anche condividere “la parola nella e con la Parola”. E quanto aiuterebbe ogni fedele, ogni discepolo in tutto questo: una “Parola-parola” così ricca di ‘esperienze di vita’ (i doni-messaggio del Dio trinitario alle sue creature), contribuendo a creare tra i ‘fratelli di Fede’ quella comunione così necessaria a fare della «messa» un momento d’ascolto e d’accoglienza reciproca, dal sacerdote-celebrante-guida, a tutti i fedeli. Così da rafforzare la coesione umana e spirituale, della persona con i suoi simili, del cristiano con i suoi confratelli, la parrocchia, la Chiesa universale e la Comunione dei Santi che, – grazie al Corpo mistico di Cristo –, unisce il Cielo con la terra facendoci intravedere il ‘già non ancora’ della Vita eterna.

 

Piero Cappelli


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