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Piero Cappelli: La casta Ecclesiasticae, lo "scisma silenzioso" nella Chiesa 
Regole, strumenti e potere della gerarchia cattolica nella società della comunicazione verso la Chiesa del futuro
01 Maggio 2008
 

Vi presento oggi il mio lavoro che sta per essere pubblicato. È un’anteprima riservata ai lettori di Tellusfolio.

Lo faccio pubblicando su queste prestigiose pagine la mia premessa e la mia introduzione. È un lungo e cesellato lavoro di ricostruzione e di citazioni – un mosaico interculturale-religioso – di realtà che dai cinque continenti parlano di cosa voglia dire essere Chiesa Cattolica oggi nel mondo: dal 1996 fino a questi nostri ultimi anni si può incontrare una rassegna continuata a cavallo di due pontificati, quello di Giovanni Paolo II e dell’attuale Benedetto XVI.

Ecco l’indice:

 

Premessa – Le caste e la casta per eccellenza...

Introduzione – Perché un libro sulla casta ecclesiastica

1. Nuovo Mondo... stessa Chiesa... stessa casta...

1.1. Una nuova convivenza umana e sociale

1.2. Le esigenze fondamentali

1.3. Dal vecchio al nuovo paradigma\socio-teologico

2. La Chiesa e lo scisma silenzioso: la casta e il Popolo…

2.1. L'interpretazione come potere... il potere come interpretazione

2.2. Il Ministero ordinato... autoritarismo dogmatizzato

2.3. Dominio clericale... risposta laicale... riflesso generale

3. La Chiesa di domani oltre la crisi dell'oggi...

3.1. La crisi comunicativo strutturale: dal clericalismo al potere, dalla sacralità all'oligarchia

3.2. La crisi comunicativo messianica: dal monopolio, all'indottrinamento,dal monolitismo alla massificazione

3.3. La crisi comunicativo ideologica: dall'oligarchia alla verità, dall'unidirezionalità, all'integralismo

4. Chiesa al futuro... futuro della Chiesa... oltre la casta ecclesiastica...

Conclusione - Quali conseguenze… quali effetti… verso quale futuro…

 

 

...E la Premessa:

 

Le caste e la casta per eccellenza…

 

Tra il 2008 e il 2020 l’O.N.U. ha previsto che la popolazione mondiale raggiungerà la cifra tra i 7 e gli 8 miliardi di persone, delle quali più dei 2/3 vivranno e si riprodurranno nel Terzo Mondo. Mentre l’altro terzo, del Primo e del Secondo mondo, è già quello più ricco e che già possiede e governa la maggioranza assoluta dei beni della terra e di quelli prodotti: ecco i privilegiati, una ‘casta mondiale’, di cui noi italiani in genere facciamo parte con degli ‘speciali’ diritti alla salute, all’istruzione, alla giustizia, al lavoro, all’informazione... al cui interno, mondiale e nazionale vi sono altre caste di ordine sociale e di categoria.

In Italia, nelle ultime stime del 2008, la ricchezza del 50% del nostro Paese è sotto il controllo del 10% degli italiani, i super ricchi. Mentre noi, il restante 90% dei connazionali, ci spartiamo – con una distribuzione diseguale – l’altro 50% della ricchezza nazionale, presente e prodotta. Ecco la ‘casta nazionale’. Anche qui con altri speciali privilegi che spesso attraverso la proprietà di beni e denaro comandano, controllano, gestiscono e influenzano il ‘loro mondo’ circostante a tutti i livelli. Dentro a questa nostra Italia ci sono poi altre ‘caste’ per ceto.

La Chiesa cattolica, che nel mondo registrava nel 2005 1.114 milioni di credenti battezzati, in realtà è governata da una struttura, un’oligarchia religiosa, composta di pochi individui: il papa con il potere assoluto su tutti e tutto che si dica cattolico, i pochi cardinali della curia romana, diverse migliaia tra vescovi e preti disseminati nel mondo. Questa è la ‘casta ecclesiastica’ che rispetto al miliardo e poco più di cattolici ufficiali, e ai circa sette miliardi di abitanti del pianeta, è effettivamente poca cosa…

Eppure tutte e tre questi spaccati, seppur macroscopici, denotano come il potere reale sia nelle mani delle ‘caste’ - più o meno vaste, più o meno ristrette -, di quei privilegiati che per vari motivi hanno tra le mani il potere reale personale e/o delle istituzioni che rappresentano…

 

Casta’. È diventato un termine così in uso, negli ultimi tempi in Italia, grazie al libro che Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, due giornalisti del Corriere della Sera hanno scritto per Rizzoli e pubblicato nel maggio del 2007 e che ha ottenuto un gran successo. E da allora in Italia si è preso a parlare di ‘casta’ e di ‘caste’. Poi è uscito La casta dei giornali del collega Beppe Lopez edito da Stampa Alternativa. E ancora altri colleghi hanno trattato l’argomento inquadrando come ‘casta’ altri segmenti della società italiana, da quella dei magistrati, dei vari ordini professionali come i medici, gli avvocati, i militari, i notai, se non anche di certi ambienti più ‘chiusi’ come le logge massoniche, i rotary, i lions e così via. Insomma un’Italia fatta di ‘conventi laici’, dove si gestisce una fetta di potere che si identifica con delle qualità e delle caratteristiche che vengono gestite e valorizzate anche grazie ad una struttura e ad una nomenclatura di incarichi, responsabilità, impegni, tesi ad avere un’immagine pubblica, da una parte, una penetrabilità nel tessuto sociale, a vari livelli, locali come nazionali, dall’altra. Ma del mondo religioso non se ne è parlato molto, specie poi di quello cattolico. Perché? Vediamo meglio cosa s’intende per ‘casta’.

Casta’ nel vocabolario della lingua italiana Treccani si legge che deriva dal latino castus, casto, che raccoglie in sé tre definizioni. Una che la considera «un gruppo sociale chiuso e per lo più endogamo, i cui membri sono uniti da comunanza di razza, di nascita, di religione o di mestiere». Seconda definizione: «classe sociale, ordine di persone che si considera, per nascita o per condizione separato dagli altri e gode o si attribuisce speciali diritti o privilegi». E qui si fanno degli esempi: casta degli aristocratici, casta sacerdotale, casta militare; ritenersi appartenente ad una casta privilegiata. Anche in biologia abbiamo esempi di casta: «gruppo d’individui morfologicamente e funzionalmente differenti, che si trovano nella società degli insetti (per es., nelle api, la casta delle operaie)».

Ecco quindi inquadrato il termine a cui facciamo riferimento. E vediamo che il nostro tema è contemplato: la casta sacerdotale. Noi prenderemo infatti in considerazione il mondo cristiano-cattolico-romano, come correttamente dovremmo dire, e qui analizzarlo per riuscire a comprendere da dove nasce questa prerogativa ‘castale’ di privilegio dentro la Chiesa e fuori da essa.

 

Il metodo con il quale s’intende approfondite questo argomento è attraverso una discriminante essenziale quale la relazione-comunicazione, la situazione di crisi in cui versa oggi sia la struttura, sia il pensiero cattolico romano che promana dalla gerarchia cattolica, cioè dalla casta ecclesiastica.

In un contesto sociale, ermeneutico e religioso, lo stridore, tra quanto vissuto e sintetizzato nell'esistenza umana e ciò che viene proposto imposto dalla Chiesa, crea silenziosamente un vero e proprio scisma: tra una adesione etico religiosa ed una prassi formalistico burocratica ideologicamente strutturata.

Nel saggio si individua il percorso delle crisi gestionali della Chiesa Cattolica raccontate attraverso i contesti concreti del suo governo, locale e centrale, romani e delle periferie del mondo, radicalizzando poi la ricerca dei princìpi fondamentali sui quali basa il suo essere come tale e come si definisce attraverso la dottrina: il potere della casta. Casta che ha al suo interno diversi indirizzi: abbiamo la ‘casta delle caste’ – come in ogni casta che sia tale – che è il gotha del potere e del comando, il vertice massimo. Abbiamo poi la casta ecclesiastica dell’alto clero fatta di cardinali e vescovi e poi la casta ecclesiastica del basso clero, vicari, monsignori, preti e priori, badesse, i ‘comandanti’ del basso clero. Dentro a tutto questo mondo della casta ecclesiastica si notano diversità significative: in questa ‘casta’ c’è chi accetta questo regime castale e si adegua con privilegi e critiche e c’è chi invece non ci si riconosce e benché rimanendo dentro la Chiesa critica il sistema senza però portarlo alle estreme conseguenze: l’abbandono. Per cui ci sono ‘linee dottrinali-pastorali’ che credono nel Concilio vaticano II e cercano di metterlo in pratica, chi invece lo dicono a parole, ma poi non fan nulla, anzi, spesso, non lo applicano perché fa loro comodo e preferiscono lasciare le cose così. Chi invece non ci crede più nel Concilio esalta la politica ecclesiastica anti-conciliare e come tale la pratica nel contesto delle diocesi, dell’essere predicatore, scrittore, prete. Tra gli uni e tra gli altri vi sono stati e vi saranno sempre dei santi uomini al di là del loro ‘pensiero conciliare’ o meno. ‘Utente’ di tutto questo è spesso il cosiddetto ‘popolo’. Cioè i fedeli, i credenti che partecipano alla vita della chiesa negli svariati modi che gli viene consentito. Fedeli, battezzati in genere, che ricevono dalla ‘casta’ i servizi liturgici e l’amministrazione delle parrocchie e delle ‘chiese locali’ dove tra questi fedeli c’è pure chi ha fatto scelte più impegnative sia prendendo i voti e sia no, rimanendo laico. Tutto questo insieme è la Chiesa cattolica. Chiesa che era rappresentata al Concilio Vaticano II con una schiera di vescovi, di preti, di teologi, esperti, laici, una vera chiesa di popolo dove il popolo cattolico dei 5 continenti era rappresentato e che si differenziava dagli altri concili precedenti proprio per questa sua vastità di coinvolgimenti e varietà di ruoli ecclesiali con una rappresentanza di circa 2.540 padri, più di 1.000 europei, 956 americani, 30 asiatici, 379 africani, ai quali aggiungere gli osservatori esterni esponenti delle Chiese cristiane “non in comunione” con la chiesa di Roma. Sì, possiamo dire che è stato un ‘papa illuminato’ a ‘vedere’ la nuova prospettiva di una Chiesa che non fosse più casta, ma fosse veramente popolo, da lui fino all’ultimo-primo fedele cattolico, dove tutti sono fratelli e dove i ruoli non sono espressione del potere e luoghi di privilegio, ma una vera diaconia, un vero Servizio in virtù dei doni ricevuti: più hai carismi più sei servitore dei fratelli grazie a questi doni ricevuti da Dio:dal papa al presbitero, al vescovo, al cardinale, al diacono, al catechista. Quindi i termini con i quali il papa si aggettivizza quando di dice e si firma, “Servo dei servi di Dio” (Agnello, Talia/in aramaico) = giovane servo = Gesù [Jeremias]), significa esserlo nei fatti quale risposta – cioè testimonianza – riconoscenza dei doni ricevuti da riversare sui fratelli, gli uomini e le donne del mondo, creature di Dio.

 

«Noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo. Se uno dicesse: “Io amo Dio”, e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello». (1 Gv 4,19-21)

 

E noi con il nostro lavoro avremo modo di vedere come questa Chiesa si comporta nei rispettivi ruoli con esempi di vita ecclesiale che poi saranno inquadrati in alcuni schemi riepilogativo espli­cativi degli argomenti trattati, dando al lettore una riflessione aperta ed interdisciplinare in confronto a come potrebbe essere e come è oggi la Chiesa Cattolica verso il futuro: una proposta fatta di contributi densi di carne e di sangue, di amore e passione, di gioia e speranza che guardano al Popolo di Dio come un Segno, una Presenza, una Vita che esprime la ricchezza multiforme di una ‘Verità sinfonica’ e in divenire…

 

 

 

Infine, ecco l’Introduzione:

 

Perché un libro sulla casta ecclesiastica…

 

Questo libro ha pure come scopo indiretto quello di sviscerare fino in fondo e quindi completare la risposta a quanto già trattato nel mio primo volume Comunicazione: crisi della Chiesa? (Marietti, 1991). Già allora concludevo che in effetti la Chiesa cattolica sta vivendo una severa crisi istituzionale, nonostante l'immagine che ha dato Giovanni Paolo II sia una tra le più rassicuranti, decise e felici della storia post moderna del papato e della Chiesa stessa. Si pensi al suo contributo, spesso letto come primario, per la caduta del comunismo in Unione sovietica; ai 104 viaggi che ha intrapreso in molte parti del mondo; 146 visite pastorali in Italia, ha visitato 317 parrocchie romane, 147 beatificazioni con 338 beati, 51 canonizzazioni con 482 santi, ha presieduti 6 riunioni plenarie del collegio cardinalizio, 15 assemblee del Sinodo dei vescovi, ha tenuto 1.160 udienze generali, ha aperto l'intesa con lo stato d'Israele; ha scritto 5 libri, 14 encicliche, 15 esortazioni e 11 costituzioni e 45 lettere apostoliche; centinaia di messaggi; ha promulgato il nuovo codice di diritto canonico e una lettera apostolica per la sua “interpretazione autentica”, quello delle chiese orientali, il nuovo catechismo cattolico e ha firmato la riforma della curia romana; ha ordinato quasi 5.000 vescovi, eretto 250 nuove diocesi e creato la nuova prelatura personale dell'Opus Dei; ha indetto l'anno santo e quello mariano, 2 incontri interreligiosi di preghiera per la pace, 8 giornate mondiali della gioventù e 4 congressi eucaristici internazionali; si è consumato, infine, sotto il suo pontificato lo scisma degli anticonciliari del vescovo Marcel Lefebvre. Un vero trionfalismo cattolico.

Oggi, il suo successore, Benedetto XVI sta da una parte completando ciò che papa Wojtyla non ha avuto modo di portare a compimento, come la rivalorizzazione del latino e della messa di S. Pio V in particolare,(1) quale tappa di una riconquista del mondo pre-conciliare distaccato dalla Chiesa cattolica come quello lefebvriano. Ciò grazie al Motu proprio “Summorium pontificium” con il quale dà riconoscimento ad un ‘solo rito’ latino che si articola in due forme: quella ordinaria post-conciliare e quella straordinaria pre-conciliare, entrambe con pieno e uguale diritto all’interno della Chiesa d’Occidente.(2) Dentro tale rito latino preconciliare ripristinato – dopo la soppressione della citazione di «perfidi ebrei» attuata da Giovanni XXIII al cambiamento odierno della preghiera del venerdì santo –, Benedetto XVI ha voluto introdurre una preghiera per gli ebrei: «Il Signore, Dio nostro, illumini i loro cuori perché riconoscano Gesù Cristo, salvatore di tutti gli uomini». Ciò ha scatenato una dura protesta del rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni ritenendo tale iniziativa «profondamente preoccupante». Dietro a ciò il papa ha fatto marcia indietro omettendo il testo già a partire dal prossimo venerdì santo della quaresima 2008, così da evitare ripercussioni sul dialogo ecumenico (Il Messaggero, «Il rabbino Di Segni: “Salto indietro di 43 anni. Ora pausa di riflessione nel dialogo con i cattolici”», del 06/02/2008). Dialogo che è già precario anche sul fronte del mondo cristiano a causa delle iniziative che papa Ratzinger ha messo in cantiere tese ad assolutizzare il ruolo divino della Chiesa cattolica rispetto alle altre fedi e religioni: sia tergiversando nel dialogo interreligioso sul fronte ecumenico come alla Terza Assemblea Ecumenica Europea a Sibiu, il 4-9 settembre 2007,(3) sia massimizzando l’autenticità della ‘sussistenza’ esclusiva della Chiesa di Cristo nella Chiesa cattolica di rito romano,(4) oltre a vantare nuova intransigenza verso il ‘mondo’ non religioso (vedi ultima enciclica Spe salvi) accusandolo di sperare in maniera errata se non è una speranza che possa avere a fondamento Gesù Cristo. Praticamente tutta quella parte della Chiesa cattolica che aveva avuto un ridimensionamento con il Concilio Vaticano II – Concilio che, ripetiamo, cercava tra l’altro di essere meno ‘casta’ e più popolo grazie ad un papa illuminato –, oggi si sente riscattata da questo nuovo papa e spera che proprio con fatti pastorali concreti riporti il timone della ‘barca di Pietro’ di nuovo nell’alveo del Concilio di Trento e del Vaticano I: si pensi che per la prima volta dal Concilio, cioè da oltre 45 anni, nessun papa aveva celebrato la messa, specie in una Festa liturgica come il Battesimo del Signore Gesù, con le spalle rivolte ai fedeli, messa in latino: 13 gennaio 2008, Cappella Sistina. Come molti sono i temi ancora aperti, dall’apertura del dialogo con la Cina e la nomina del primo vescovo cinese in accordo con le autorità di Pechino; la trattativa difficile con Israele ritornata dopo Wojtyla a momenti di frizione; il dialogo con gli ortodossi e le ripercussioni nei rapporti con la Russia di non facile soluzione; l’incontro con una delegazione dei 138 intellettuali musulmani che gli hanno scritto per affrontare le relazioni tra Islam e Chiesa Cattolica, mentre è stato eletto il nuovo Superiore generale dei Gesuiti, il 29esimo, nella persona di padre Adolfo Nicolas spagnolo di 72 anni, il cosiddetto ‘Papa nero’ per il quarto voto di assoluta obbedienza al papa. Il preposito uscente, padre Hans Kolvenbach, ha ricevuto da Benedetto XVI, pochi giorni prima l’elezione del suo successore, una lettera nella quale il papa ha chiesto «totale adesione e fedeltà nel promuovere la vera e sana dottrina cattolica». Ciò perché «la Chiesa ha ancora più bisogno oggi», dice il papa, «in un’epoca in cui si avverte l’urgenza di trasmettere, in maniera integrale, ai nostri contemporanei distratti da tante voci discordanti, l’unico e immutato messaggio di salvezza che è il Vangelo».

 

Così la ‘barca’ della Chiesa – grazie al suo nuovo e primo ‘timoniere’ – sta andando in questa direzione con l’obbiettivo di riancorare tutto il suo potere come gerarchia ecclesiastica alla tradizione (Benedetto XVI continua strategicamente ad attuare dei cambiamenti nei vari ruoli curiali a favore anche di personaggi italiani voluti soprattutto con la regia del segretario di stato mons. Bertone mentre ha fatto seguire anche la nomina di 23 nuove berrette cardinalizie nel Concistoro del 24 novembre 2007 di cui 18 sotto gli ottant’anni), e così riafferrare le redini del potere ecclesiastico. Tutto questo avviene mentre la grave crisi dell’essere Chiesa oggi nel mondo non recede, anzi avanza inesorabilmente, pastoralmente parlando. E papa Ratrzinger crede fermamente che ciò è dovuto proprio a questa mancanza di forte soggettività istituzionale della Chiesa cattolica e che il Concilio Vaticano II avrebbe contribuito a marginalizzare, portando ‘dentro’ la Ecclesia il pericolosissimo ‘relativismo’- divenuto poi il suo grande obiettivo da colpire e fronteggiare senza sosta - che secondo lui nasce e prospera nella cultura del nostro tempo:

«Il papa ritiene», ha sostenuto il suo Segretario di Stato card. Bertone, «che una profonda crisi stia distruggendo poco a poco il Vecchio continente, qualcosa che identifica come “relativismo culturale” e “secolarismo” riconducibile all'Illuminismo. Ciò ha portato all’attuale diffuso rifiuto del diritto naturale e delle morali universali, e ciò ha dato come risultato – come direbbe il papa – l’assurdo tentativo di riconoscere, come diritti, alcune forme di comportamento umano non conformi alla natura (...) come l’aborto, l’eutanasia e l’omosessualità (...). Verso i quali si è espresso sempre con maggiore frequenza ritenendole vere “minacce” alla famiglia tradizionale basata sul “matrimonio tra un uomo e la donna”. Papa Benedetto ha detto più volte che non scenderà a compromessi su questi temi. E in numerose occasioni è arrivato persino a denunciarli come il risultato inevitabile e deprecabile di una “dittatura del relativismo”».

«Il relativismo è diventato il problema fondamentale di oggi», ha continuato il cardinal Bertone illustrando gli obiettivi del pontificato ad un gruppo di uomini d’affari a Milano. Sintetizzando il pensiero del papa, ha criticato tale relativismo come «forma di rassegnazione di fronte a verità irraggiungibili» avvertendo che esso «è mascherato da tolleranza, conoscenza, tramite dialogo e libertà». «L’obiettivo del magistero e del ministero di papa Benedetto» ha affermato «è di recuperare l’identità cristiana nella sua autenticità e di spiegare e confermare l’intelligibilità della fede nel contesto di un diffuso secolarismo». La chiave di ciò, ha detto Bertone, è proclamare a tutti gli uomini che Cristo è «l’unico e universale Salvatore» che «non può essere relativizzato come uno dei tanti geni religiosi».(5)

Quando è arrivato al soglio di Pietro Giovanni Paolo II c’è stata una nuova interpretazione dei testi conciliari (all’epoca volle costituire addirittura una commissione ad hoc che ne ripensasse il senso alla luce della sua ‘politica’ pontificia...) permettendosi così d’attuare un severo ‘stop’ a quanto fin’ora la Chiesa stava faticosamente e stancamente proseguendo nel portare avanti l’attuazione del Concilio Vaticano II: papa Wojtyla non era un teologo, era più un filosofo ad impronta fenomenologica, e certi radicalismi della ‘tradizione’ li ha come ‘bloccati’ pur avendo come primo collaboratore il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinal Joseph Ratzinger dal 1981.(6)

Oggi a distanza di quasi mezzo secolo, da quando il Concilio Vaticano II si è concluso, si deve dire che la sua spinta ideale forte e robusta che ha avuto negli anni ’70, oggi non ce l’ha più. E non ce l’ha più da circa un ventennio. Da quando la mannaia wojtylana ha colpito inesorabilmente in mille modi e in mille maniere. Oggi Ratzinger vuol completare l’aspetto più pastorale dando una rivisitazione teo-ideologica a tutti i gangli fondanti della fede cattolica in chiave pre-conciliare, strisciando però da una fase neo-post-conciliare, quale utile paravento per confondere e sviare accuse e resistenze in campo massmediatico e in quello prettamente cattolico: oramai di argini veri e propri non ve ne sono più di reali e di forti. Perfino l’ala ‘conciliare-mariteniana’ capeggiata dal card. Martini si è dovuta ‘lanciare’, nell’ultimo conclave, ad un compromesso con il candidato Ratzinger per evitare - si dice - concorrenti più dannosi alla linea del Vaticano II (S. Magister, Codici vaticani. Il mio conclave lo riscrivo così, in http://chiesa.espresso.repubblica.it). E sulle regole del conclave Benedetto XVI ha ripristinato la tradizione, cioè l’antica regola dei 2/3 dei voti e che il suo predecessore aveva riformato: «nel conclave del 2005», spiega ancora Sandro Magister, «la maggioranza necessaria per l’elezione a papa – su 115 cardinali in conclave dei 117 elettori – era inizialmente di due terzi, pari a 77 voti. Ma dopo 34 scrutini infruttuosi, di voti ne sarebbero bastati 58, la metà più uno: così stabilivano le regole per il conclave promulgate nel 1996 da Giovanni Paolo II. Lo scorso 11 giugno del 2007, data del ‘motu proprio’ papa Ratzinger ha cancellato la possibilità di questo abbassamento del quorum. Ora di nuovo per eleggere un papa, sono necessari i due terzi dei voti, sempre». (S. Magister, Conclave: la rivincita della tradizione, in http://chiesa.espresso.repubblica.it): vera democrazia? Più uniformità? Più convergenza forzata?

Ma della Chiesa cattolica, quella di ‘base’ – sia in senso laico, sia in senso ecclesiale – che ne è rimasto, oggi come oggi?

Cioè, il mondo della pastoralità, dove vivono e operano le centinaia di milioni di credenti laici, le migliaia di diaconi, di parroci e di vescovi, come vive e come opera nel suo contesto locale di chiesa particolare?

Ognuno lo sa per quel che vive nel suo contesto locale con i propri parroci e con i propri vescovi. Ma quanta consapevolezza c’è, sperimentata sul campo nel rapporto diretto con la gente, con i fedeli, per poter ‘tastare’ il polso di una situazione socio-pastorale?

Le visite ad limina che i vescovi dei diversi episcopati fanno al papa periodicamente dovrebbero essere utili a comprendere – da parte del sommo pontefice e della curia romana – lo stato di vita ecclesiale in cui versano le chiese delle varie nazioni, dei vari continenti.

Quanto, però, di tutto ciò è vero? Quanto serve veramente a dare una visione reale dello stato ecclesiale del mondo cattolico della casta, ai grandi ‘manovratori’ della Chiesa?

Per papa Ratzinger la Chiesa nel mondo ha perduto la propria e vera identità divina a causa del Vaticano II, quindi vuole fargliela riconquistare riproponendo-imponendo iniziative teologico-pastorali tali da poter drizzare la barra del timone della barca di Pietro in direzione “Tradizione”. È così che il papa vuole riportare sulla strada della ‘normalizzazione’ l’istituzione ecclesiastica, facendo recuperare il potere d’immagine e d’infallibilità della gerarchia ecclesiastica agli occhi dei credenti laici e del mondo. Passando inevitabilmente per quella dimensione di “Popolo” cattolico che il pontificato del suo predecessore Wojtyla ha fortemente trascurato: la realtà ‘di base’ della pastorale ecclesiale. Di questo, spesso, non se ne è parlato, né in passato né in tempi recenti, né dentro in contesto cattolico, né in quello laico massmediale. Lasciando che ogni credente si potesse ‘smarrire’ liberamente come meglio credeva – senza riuscire ad avere punti di riferimento e di confronto validi e presenti –; che ogni parroco facesse cosa meglio pensava – senza ascoltare i suoi fedeli –; ogni vescovo si muovesse come meglio riteneva – senza preoccuparsi di nessuno se non di far carriera, per lo più... mentre i documenti papali e curiali lasciavano e continuano a lasciare il tempo che trovano, senza incidere, se non nel breve tempo di una mattinata per l’attenzione che i media possano dedicargli: quanti preti, quanti fedeli leggono da cima in fondo tutte le encicliche? E quanti di questi le comprendono? E quante iniziative vengono fatte dai gruppi, dalle parrocchie, dalle diocesi per discutere i documenti espressi dai vertici ecclesiastici? Intanto passa tutto nel silenzio nel breve giro di un giorno e non solo sulla stampa laicista, che forse gli dà ancor oggi più spazio, quanto anche in quella cattolica. Praticamente si è realizzato con quasi trent’anni di governo di Karol Wojtyla, un vero e proprio scisma interministeriale ed infraecclesiale. Così che oggi, per cercare di recuperare le mille e mille pecore smarrite, papa Ratzinger cerca di buttarla sulla rivalorizzazione dell’antico patrimonio della fede come tradizione tanto da investire in primo piano la pastoralità, cioè il contatto e il mezzo più diretto per ‘governare’ questo popolo e questi ‘funzionari di Dio’ che sono ‘smarriti’ e abbandonati a se stessi. Ma il problema è come riconquistare queste persone, questi ruoli, questa Chiesa

 

«12 Che ve ne pare? Se un uomo ha cento pecore e ne smarrisce una, non lascerà forse le novantanove sui monti, per andare in cerca di quella perduta? 13 Se gli riesce di trovarla, in verità vi dico, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. 14 Così il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli». (Mt 18, 12-14)

 

Noi, ora, cercheremo di dare una risposta alla proble­matica di fede posta in maniera inequivocabile: cos’è che fa essere così in crisi una Chiesa proprio nella sua radice di comunità credente e professante, se non la casta ecclesiastica che la governa?

Noi già allora lo annunciammo – undici anni fa – nelle deduzioni teologiche, dopo una indagine interdisciplinare che ne esplicava tutta la sua vastità e consistenza. E che oggi va proprio a scavare fino a grattare il fondo delle ragioni ultime e di un modo di essere e di proporsi da parte della gerarchia cattolica, cioè di colei che da sempre impersona fisicamente, strutturalmente il dire “Chiesa cattolica”, cioè la ‘casta ecclesiastica’. La casta cattolica non sono altro coloro i quali rivestono certi ruoli di comando dentro la Chiesa, come abbiamo detto all’inizio suddivisi in casta ecclesiastica alta e bassa: dal papa ai cardinali di curia romana,(7) al sinodo dei vescovi (eletto da circa 250 presuli e formato da 15 vescovi 3 dei quali nominati dal papa e gli altri eletti per continente: tre per ogni continente e che nell’ultima elezione hanno stravinto i filo-ratzingeriani dove per entrambe le Americhe c’è un quartetto di vescovi molto in linea con il papa di Roma) alle conferenze episcopali ai singoli vescovi, ai preti, ai responsabili delle comunità religiose. La ‘casta alta’ ha il suo vertice, il gotha, che decide e comanda e impartisce le disposizioni. Il clero, la ‘casta bassa’ clericale le applica in vario modo: fedelmente o infedelmente o come prassi burocratica, da funzionario ecclesiastico, nel rapporto con i fedeli. Quindi abbiamo tutta una gradazione di credenza, fedeltà e realizzazione. Ed ecco la confusione e lo smarrimento che se ne determina: fedeli che vanno in una chiesa e sentono dire alcune cose, vanno in un’altra e ne sentono altre e a volte anche contrarie; vescovi che operano l’uno diversamente dall’altro. Dentro questo grande mondo cattolico ci sono tanti santi uomini e sante donne che spesso subiscono una situazione di emarginazione ecclesiale – dentro le chiese locali, dentro i conventi, i monasteri, i seminari – dopo aver sacrificato una vita alla vocazione religiosa, presbiterale ed anche laicale. Ed è con questi ‘santi’ del nostro tempo che ci sentiamo in comunione…

Simone Weil diceva che «bisogna ripensare daccapo la nozione di fede».(8) Però questo ripensamento non può essere fatto solo come atto di fede, occorre rivisitare le sue motivazioni anche a livello di contenuto dottrinale.(9) «E non è tanto “l’arbitrio” quanto il “ragionamento, la necessitas rationis di Anselmo d’Aosta, il Logos esercitato a partire dal cuore del Cristianesimo e per amore del Cristianesimo», afferma il teologo Vito Mancuso, «dottrina che io ritengo essere la filosofia (uso questo termine nello stesso senso in cui l’usavano Giustino Martire e Clemente Alessandrino) che più di ogni altra è in grado di dare agli esseri umani ciò di cui hanno bisogno, cioè l’amore per la vita e per la verità».(10)

Ed è proprio a partire da questa consapevolezza e convinzione che porteremo avanti questa riflessione in termini inevitabilmente espliciti e che potranno far sorgere domande di questo genere: tutto quanto si dice e quanto si accusa è suffragato veramente dalla realtà delle cose o è solo un'invettiva fantasiosa e gratuita che offende la chiesa e i credenti, insomma una maldicenza? Purtroppo, no.

E l'intento è quello di dire quale siano realmente i fondamenti basilari grazie ai quali da secoli la gerarchia e il clero stanno governando e gestendo il mondo cattolico: chi non condivide ciò, anatema sint, cioè sia anatema (Conc. Tridentino) e quindi sia automaticamente fuori dalla comu­nione della Chiesa Cattolica, non perché espulso, ma perché è venuto meno l’adesione alla Fede Cattolica, quindi come conseguenza di ciò c’è la condanna, la perdizione, il peccato che ti porta alla ‘morte’ ecclesiale: extra ecclesia nulla salus, al di fuori della Chiesa cattolica non c'è salvezza. E proprio in occasione della messa per la festa del battesimo di Gesù (13/01/2008) papa Ratzinger ha affermato che si salverà «solo chi è battezzato».

Ma è proprio così? La verifica e la critica di quanto è stato – ed è tutt’oggi storicamente suffragato come ‘potere ecclesiastico’ come casta –, è proprio vero che debbano essere condannati coloro che non sono battezzati e non invece evangelicamente accolti per essere ascoltati, nella comune immagine dello stesso Dio creatore? E dentro la Chiesa su cosa si fonda la fede cristiano-cattolico-romana, e che nessuno mette in discussione – dissenso e non dissenso –, se non il «credere in Dio Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, credere in Gesù Cristo, suo unico Figlio, nostro Signore, che nacque da Maria Vergine, morì e fu sepolto, è risuscitato dai morti e siede alla destra del Padre»; se non il «credere nello Spirito Santo, la santa Chiesa cattolica, la comunione dei Santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne, la vita eterna»? (dalla Rinnovazione delle promesse battesimali, in la domenica, Battesimo del Signore, Festa – 13 gennaio 2008, Alba, p. 11).

Detto questo, prendiamo in considerazione lo sviluppo del nostro lavoro.

La documentazione parte già, per il periodo 1970-1990, dai circa 200 riferimenti concreti riportati nel mio volume precedente. Oggi, per aggiornare ancora di più il lettore sul disagio generale di una certo modus vivendi organizzato dalla struttura ecclesiastica nel contesto cattolico mondiale, integrerò con nuovi avvenimenti più o meno recenti (dalla fine anni ’90 ad oggi, per osservare la costante operativa della ‘casta cattolica’), visti sempre con una prospettiva a più livelli di interdisciplinarietà: sociologico, teologico, psicologico, storico con una Wel­tanshaaung di ordine comunicativo le cui notizie sono tratte dall’agenzia d’informazione Adista di Roma che si occupa di riportare quanto avviene nel mondo cattolico e cristiano in genere nonché anche in altre realtà religiose e sociali nazionali e internazionali (e con questo libro il lettore potrà aggiornarsi, in prova gratuitamente, per tre mesi sul sito www.adista.it).

E di fronte a questa ricchezza e varietà di mondo e di informazioni in campo socio-religioso, tra l’altro, possiamo notare come a Roma – sede della Chiesa cattolica – è stata costruita una delle più grandi moschee d'Europa con un minareto che insidia la cupola di San Pietro; mentre nella vicina Francia, ogni anno si convertono all'islamismo ben 50.000 persone per la maggior parte cattolici; così come 200.000 fedeli abbandonano la chiesa cattolica tedesca denunciando un disagio generalizzato. Tre esempi, due sfide. Una simbolica, che sintetizza una presenza religiosa 'di­versa', e due realtà che pongono eneludibilmente una doman­da: perché avviene tutto ciò mentre sul palcoscenico del mondo la Chiesa cattolica sembra ancora essere ai vertici del successo d'immagine e di un ‘fermo protagonismo’ religioso e socio politico ?

Fatto sta che la gerarchia continua a condannare e a sostenere in nome di Dio alcune posizioni teologiche, sociali, morali e politiche mentre il popolo, la comunità dei credenti e soprattutto la gente in genere sta marciando da anni in un'altra direzione realizzando quindi un vero e proprio 'scisma silenzioso', già consumato sul fronte socio politico dal divorzio all’aborto (vedi come parte della casta ecclesiastica e clericale della chiesa italiana, con a capo il cardinale Camillo Ruini, voglia ridiscutere la legge 194 di interruzione volontaria della gravidanza ‘cavalcando’ la proposta del giornalista Giuliano Ferrara su una “moratoria per l’aborto” con addirittura la promozione di una lista elettorale ad hoc nel 2008). Quando poi dei politici che si dicono cattolici ‘integralisti’ – vedi il presidente della regione Lombardia Formigoni, del movimento ecclesiale CL –, quando vanno al potere cercano di mediare anche con la legge 194 (diritto all’I.V.G.) consentendo per quanto di loro competenza che l’aborto non venga autorizzato «oltre le 22 settimane di gravidanza», giustificando il tutto come un «aiuto alla donna a scegliere con consapevolezza» (da Redattore Sociale – Notiziario del 22/01/2008). Senza contare come alcuni primari romani, di strettissima osservanza cattolica, «firmatari di una petizione di diritto dei medici a decidere sul feto contro la volontà della madre, malgrado le obiezioni degli esperti di bioetica sull’impossibilità di escludere i genitori dalla decisione sul proprio figlio» (S. Ronchey, “La rivincita delle mistiche cristiane”, in La Stampa, 09/02/2008, p.34).

 

Ora la tensione sociale – dopo queste frizioni così drastiche – è carica di effetti che possono divenire devastanti non solo per i cattolici, ma per il futuro della Chiesa stessa come istituzione: quale prospettiva si annuncia?

Prima di rispondere a questa domanda, chiediamoci perché un libro affronti questo tema.

Perché un volume dunque sulla Casta ecclesiastica della Chiesa cattolica?

Perché oltre alla critica dello stato attuale della Chiesa analizzato precedentemente,(11) questo progetto ha lo scopo di fare il punto sulla situa­zione attuale a partire da come la nomenclatura ecclesiastica, la casta, ha costruito il suo potere. E cercheremo anche d’intravvedere in cosa può consiste­re, da una parte, la crisi del cristia­nesimo romano e dall'altra la vitalità futura della comunità credente. Una Chiesa immersa in un mondo in cui la caratteristica fondamentale è la 'societa della comunic­azione' da una parte e, dall'altra, l'esigenza umana di una ricerca del 'sacro' nella sua essenza sempre più autentica e radicale, direi mistica.

Per «fine della religione s’intende indicare un fenomeno quanto mai preciso: la fine del ruolo di struttu­razione dello spazio sociale che il principio di dipendenza ha svolto nel complesso delle società che ci sono note, fino alla nostra. La religione non si piega storicamente nei suoi contenuti e nelle sue forme se non per l'esercizio d'una funzione esattamente definita. Ora, questa funzione non soltanto non esiste più, ma, indizio assai più sicuro del suo riassorbimento, si è rovesciata nel suo contrario per mezzo di una trasformazione la quale, lungi dall'abolire i suoi elementi, li ha integrati al funzionamento collettivo. La società moderna non è una società senza religione, bensì è una società che si è costituita nelle sue articolazioni principali mediante metabolizzazione della funzione reli­giosa»,(12) dove il potere oligarchico di una casta ‘sacerdotale’ impera e vuol imperare su tutto e su tutti perché si ritiene promanazione ed esecutrice della volontà divina di Dio, cioè del creatore e padrone – e loro con Lui (plurale majestatis) del mondo e dell’universo.

 

Lo studio precedente aveva sì un inizio e non una conclusione perché ciascun argomento toccato allora poteva e può tutt'oggi essere sviscerato in particolari e in profondità.(13) Perché la nostra critica ha sempre avuto come oggetto non il legittimo Magistero ecclesiale, quanto saper leggere nella crisi della realtà delle cose, degli avvenimenti, l’arroganza presuntuosa e sacrale di una classe, di una casta di potere ecclesiastico. E proporre, quindi, come un'uscita di sicurezza, la strada per una Chiesa del futuro che non abbia una visione eurocentrica, ma interculturale, interreligiosa a partire dal Vangelo.

Dopo tutto questo occorre però – prima di procedere – mettere in risalto due aspetti che debbono essere ben considerati fin dall’inizio e cioè:

- il contesto sociale del mondo

- il contesto ecclesiale del mondo cattolico.

 

Il primo riguarda l’extra, cioè la società nella quale la Chiesa Cattolica vive e si muove. E si muove come realtà complessa e variegata a tutti i livelli. E lo fa attraverso tutta la sua realtà ecclesiale – cioè composta da credenti laici –, ed ecclesiastica – composta da religiosi (suore, frati, monaci), diaconi e presbiteri (preti) e dalla gerarchia (vescovi, cardinali, Papa). Questa Chiesa opera e si ripropone nel mondo, nella storia, nello scorrere della vita. Per cui i suoi problemi e difetti, come anche i suoi pregi non sono solo presenti nella Chiesa e specificatamente nella gerarchia, cioè nella dirigenza ecclesiastica, ma risente anche di tutto il contesto altro, del mondo in cui si incarna e opera.

 

Il secondo aspetto è quello prettamente interno, ad intra, della realtà e dell’istituzione Chiesa Cattolica che come abbiamo visto nel punto precedente non può non risentire delle cose del mondo che in certa parte la condizionano e in certa parte l’aiutano ad essere e ad operare. E poiché la Chiesa nel suo insieme e nello specifico è composta da soggetti e aggregazioni cattoliche di diversa formazione ed estrazione sia culturale, sia ecclesiale e sia teologica, ciò significa che questa varietà e diversità è una ricchezza per la stessa istituzione e per il mondo. E nessuna di queste, come persona e come comunità, è da sottovalutare e da trascurare.

 

Però il nostro lavoro, che non vuol né disconoscere né sminuire questi due aspetti, dall’altro non ha voluto prendere in considerazione il rapporto della chiesa con la secolarizzazione e con il secolarismo se non trattando sul fronte comunicativo l’interazione sociale. Come non ha voluto sviscerare né analizzare la molteplicità delle forme ecclesiali e delle posizioni ecclesiastiche come complessità dell’essere e dell’agire come Chiesa.

Infatti, e durante il percorso del nostro lavoro, lo abbiamo in diversi punti affermato che il nostro obiettivo è la dirigenza ecclesiastica benché non rappresenti tutta la Chiesatutta la gerarchia ecclesiastica; come pure la scelta sia del supporto critico fornito dalla cronaca e sia delle concezioni dell’essere e dell’operare come Chiesa è stata concepita proprio perché i tratti positivi e le linee positive del pensiero ecclesiale e teologico sono già ben individuate e pubblicate ed anche pubblicizzate da un ‘mondo’ di mass-media consono alla linea del ‘governo della dirigenza ecclesiastica’, detta ‘casta cattolica’.

 

Piero Cappelli

 

 

Note

 

(1) Sull’argomento si possono trovare infiniti commenti in molti media di tutto il mondo. Ne citiamo due per informazione: il testo della ‘Prefazione di un testimone’, del liturgista padre Rinaldo Falsini al volume di Paolo Farinella Ritorno all’antica messa. Problemi e interrogativi, Il Segno dei Gabrielli, Verona 2007 e l’intervista che padre Keith Pecklers, gesuita, professore di liturgia alla pontificia università gregoriana e al pontificio istituto liturgico, in Adista del 3 febbraio 2007, pp. 12-13 dal titolo “La ‘controriforma’ liturgica nega l’ecclesiologia del Vaticano II”; Cfr. P. Cappelli, “La restaurazione della liturgia di Pio V”, in Il Tetto 258-259/2007, pp.59-62.

(2) Cfr. Adista, nn. 61, 65, 73, 77 e 81/06; nn. 3, 23, 33 e 45/07.

(3) B. Salvarani, “Verso Sibiu”, in Qol, n. 126/2007, p. 19: «Fuori di metafora, possiamo affermare che l’ecumenismo sta attraversando una lunga fase di transizione contrassegnata alternativamente da chiusure identitarie (tante), incertezze (altrettante) e aperture (poche, per quanto significative: come la dichiarazione congiunta tra cattolici e luterani sul tema della giustificazione del 31 ottobre ’99). Tanti appaiono, ad una lettura attenta, i motivi di una simile stagnazione. (...) La stanchezza, ed una certa sfiducia, hanno preso il posto dell’ottimismo, e l’ecumenismo è stato, di regola, derubricato da caso serio ad uno dei tanti temi della pastorale ecclesiale: a dispetto del fatto che, sempre più palesemente, nei paesi di consolidata tradizione cristiana e ancor più nelle giovani chiese raggiunte dal movimento missionario, le fratture ecumeniche rappresentano una terribile controtestimonianza antievangelica». Cfr. “Sibiu: 'dialogo mancante' e colpi bassi cattolici. E sul testo del messaggio finale è ancora un giallo”, in Adista del 22/09/2007, p. 3. I tempi di Basilea (1989) dove è nata la nuova chiesa europea, col rinnovato amore al creato e da una comunione dei popoli europei nella giustizia e nella pace, sembra svanita nel nulla. A Graz, nel 1997 dove le chiese arrivarono a stendere un comune documento che prospettava orientamenti e responsabilità comuni per la nuova evangelizzazione come nuova umanizzazione del nostro continente, dove si era costituito il nuovo popolo ecumenico che iniziava il suo cammino è come scomparso. A Strasburgo, il 22 aprile 2001, il Metropolita Geremia, presidente della Conferenza delle Chiese europee (KEK) e Miroslav Vlk presidente del consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (CCEE) firmavano la Charta Oecumenica quale «testo base per tutte le chiese e le conferenze episcopali d’Europa, affinché venga recepita e adeguata allo specifico di ciascuna di esse. Sono doni di Dio che aprano ad un servizio liberante tutte le chiese» (“Da Basilea a Sibiu”, in notiCum, n. 12/2007, p. 3): dove è finito tutto questo, Chiesa cattolica di Roma?

(4) Congregazione per la Dottrina della fede, Risposte a quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la dottrina sulla Chiesa, approvato da Benedetto XVI e reso pubblico il 10 luglio 2007. Cfr. R. Mickens, “Pope Benedict lloking more and more like the old Ratzinger”, in The Catholic World, 4/2007.

(5) Dal sito www.vatican.va/roman_curia si può avere la storia della Congregazione dalla sua costituzione nel 1542 come “Sacra Congregazione della Romana e Universale Inquisizione” ad oggi dove al di là delle notizie storiche non si dice niente di più sull’attività specifica dei vari interessi di cui si occupa tale dicastero vaticano. Cfr. I. Mereu, “Ma l’Inquisizione continua”, in Il Sole-24Ore del 25/01/1998 dove in piena ‘era polacca’ l’autore chiede al papa che sopprima la Congregazione per la Dottrina della fede.

(6) Dal sito www.vatican.va/roman_curia. – La curia romana della Chiesa cattolica è strutturata così: Segreteria di Stato: card. Tarcisio Bertone; 8 Congregazioni: per la dottrina della fede, card. William Levada con competenze sulla pontificia commissione biblica, la commissione teologica internazionale, quella interdicasteriale e sul catechismo della chiesa cattolica; congregazione per il culto divino e disciplina dei sacramenti: card. Francis Grinze (Nigeria); per le cause dei santi: card. J. Saraiva Martins (Portogallo); per l’evangelizzaizone dei popoli (con all’interno le pontificie opere missionarie – segretariati internazionali): card. Ivan Dias (India); per il clero: card. Dario Castrillon Hoyos (Colombia); per gli istituti di vita consacrata e società di vita apostolica: card. Franc Rodé (Slovenia); per l’educazione cattolica (dei seminari e degli istituti di studio): card. Zenon Grocholewski (Polonia); per i vescovi: card. Giovanni Battista Re (Italia). Poi ci sono i tribunali: la penitenzeria apostolica; il supremo tribunale della segnatura apostolica; il tribunale della Rota romana. I Pontifici Consigli sono 11: quello dei laici: mons. Stanislaw Rylko (Polonia); della promozione dell’unità dei cristiani: card. Walter Kasper (Germania); della famiglia: card. Alfonso Lopez Trujillo (Colombia); della giustizia e pace: card. Renato Raffaele Martino (Italia); di “Cor Unum” mons. Josef Cordes (Germania); della pastorale della salute: card. Javier Lozano Barragan (Messico); dei testi legislativi: Julian Herranz (Spagna); del dialogo inter-religioso: card. Paul Poupard (Francia); della cultura: mons. Ravasi (Italia); delle comunicazioni sociali: mons. John Foley (Usa). La sala stampa della s. Sede, Radio Vaticana e il Centro televisivo sono sotto la direzione di padre Federico Lombardi (Italia); il quotidiano L’Osservatore Romano lo dirige il laico Mario Agnes (Italia); Il governatorato della Città del Vaticano è diretto da mons. Giovanni Lojolo (Italia). Il Sinodo dei Vescovi. Sono 7 le pontificie commissioni: quella “Ecclesia Dei”; per i Beni culturali della chiesa che insieme a quella dell’archeologia sacra è retta da mons. Gianfranco Ravasi; quella Biblica; quella teologica internazionale e quella interdicasteriale per il catechismo della chiesa cattolica (inserite nella Congregazione per la Dottrina della Fede ‘sotto’ il card. Nevada successore di Ratzinger); la commissione per l’America latina. Ci sono poi delle istituzioni collegate con la santa Sede, sono 9: la cappella musicale pontificia “sistina”, l’elemosineria apostolica, la fabbrica di san Pietro con l’ufficio visite e scavi della necropoli vaticana, la fondazione “Latinas”, la libreria editrice vaticana, l’ordine equestre del santo sepolcro di Gerusalemme, il peregrinatio ad petri sedem, il pontificio istituto di musica sacra e la tipografia vaticana. Le accademie pontificie sono 6: cultorum martyrum, l’ecclesiastica guidata da mons. Justo Mullor Garcia, le scienze, le scienze sociali, la teologica, la Vita. L’ufficio di lavoro della sede apostolica; la guardia svizzera. I comitati pontifici: per i congressi eucaristici internazionali e per le scienze storiche.

La curia romana è riformata a ‘piccoli passi’ da Benedetto XVI e che necessiterebbe di una vera riforma per «i documenti inutili o continuamente rinviati. Uffici alla deriva» (in S. Magister, “Curia romana: la riforma che non c’è”, in www.chiesa di http://chiesa.espresso.repubblica.it/artciolo/152042.

(7) S. Weil, Lettera a un religioso, Adelphi, 1996, p. 49.

(8) V. Mancuso, L’anima e il suo destino, Raffaello Cortina editore, 2007, p. 27.

(9) Idem, p. 38.

(10) P. Cappelli, Comunicazione: crisi della Chiesa? Per un’analisi socio-religiosa dei linguaggi e della struttura della Chiesa Cattolica, Marietti, Genova, 1991; Cfr. P. Cappelli, “Come parla la Chiesa”, in Il Mulino 3/1990, pp. 477-491; P. Cappelli, “Aetatis Novae”, in Il Tetto 177/1993, pp. 256-259.

(11) M. Gauchet, Il disincanto del mondo. Una storia politica della religione, Einaudi, 1992, 234 235.

(12) Cappelli, Comunicazione: crisi della Chiesa?..., op. cit., XX; P. Cappelli, “Comunicazione e Chiesa”, in Il Tetto 178/1993, pp. 331-347.


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