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Lidia Menapace. Leggere scrivere (eventualmente far di conto)
03 Ottobre 2014
   

Le persone della mia età, cioè vecchissime, ricordano che quando erano bambine hanno conosciuto ancora analfabete/i, che non sapevano fare nemmeno la loro firma e firmavano con una croce, certificata da testimoni; e se volevano mandare una lettera a qualcuno, chiedevano al parroco o alla maestra di scrivergliela; era una importante funzione sociale e di fiducia, perché chi dettava non era in grado di controllare la fedeltà di chi scriveva. Un po' di anni più avanti, ricordo di aver visto alcune ragazze di campagna, mie cuginette ad esempio, che quando il telefono squillava non sapevano cosa fare e se gli davamo il ricevitore in mano per appoggiarlo all'orecchio, lo lasciavano cadere spaventate perché non vedevano chi parlava e non sapevano come faceva a parlare da lontano.

Tutti e tutte sapevamo che chi non sapeva né leggere né scrivere, spesso era molto abile e aveva una memoria molto ampia e addestrata e spesso faceva di conto con le dita o col pallottoliere assai velocemente.

Ci è voluto molto tempo, alcune generazioni, perché l'intera popolazione del nostro paese uscisse stabilmente dall'analfabetismo, e avesse necessità o piacere di usare la scrittura e la lettura, tanto da non ricadere nell'analfabetismo di ritorno.

Leggere e scrivere sono operazioni complesse, mentali e fisiche, manuali ed emotive, comportano l'esercizio di alcune abilità manuali e di un ricco repertorio di gesti movimenti e segni. Comunque le lingue ideografiche che disegnano idee concetti ed emozioni, debbono essere composte da un numero pressoché sterminato di segni e restano patrimonio di ceti ristretti e potenti; appunto i mandarini. La grande scoperta dei Fenici di segnare i suoni, introduce una operazione accessibile a tutti e tutte, dato che una cinquantina di segni tra suoni e tempi (la punteggiatura) sono un traguardo generalissimo.

Ma oggi sono numerosi i maestri e le maestre che notano un enorme volume di errori di ortografia, che si perpetuano fino alle medie e oltre, anzi gli errori di scrittura, che facevano tanto scandalo al tempo della piena alfabetizzazione e indicavano gli ignoranti tra chi faceva errori di ortografia, oggi sono considerati comuni. Il fenomeno si diffonde e ormai è considerato una malattia in costante aumento (la dislessia): forse siamo un po' tutti e tutte troppo corrivi a medicalizzare qualsiasi fenomeno: ma se ci pensiamo il passaggio alla lettura e scrittura su computer e telefonino non è meno grande del passaggio dalle emozioni tutte immagazzinate nella memoria dello/a scrivente.

In genere una grande scoperta o novità o mutamento nel leggere e nello scrivere comporta un bilancio tra passato e presente e chiede addestramento e conoscenza di varie tecniche: se non ci si bada e non si studia un adeguato insegnamento è facile che ci si ritrovi con una difficoltà scolasticamente diffusa cui diamo una risposta parziale e una “spiegazione” medica, anche se la difficoltà è didattica. L'osservazione corrente, che bambini e bambine dislessiche sono molto intelligenti svela il sottofondo impropriamente medicalizzato.

Meglio studiare che didattica è utile per apprendere le tecniche necessarie all'uso delle varie letture e scritture in funzione, o almeno studiare prima la didattica che la terapia.

 

Lidia Menapace

(scritto per école)


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