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Emanuele Trevi. Qualcosa di scritto
04 Maggio 2012
 

Emanuele Trevi

Qualcosa di scritto

Ponte alle Grazie, pagg. 256, € 16,80

 

Qualcosa di scritto è tra gli undici finalisti al Premio Strega per opere di narrativa, il suo editore lo classifica come romanzo, anche se Emanuele Trevi, quasi per giustificarsi, inserisce in apertura la citazione da una lettera che Pasolini scrisse a Moravia parlando di Petrolio: «È un romanzo ma non è scritto come i romanzi veri: la sua lingua è quella che si adopera per la saggistica, per certi articoli giornalistici, per le recensioni, per le lettere private o anche per la poesia». Qualcosa di scritto non è un romanzo ma resta un grande libro, un piccolo capolavoro che ogni cultore di Pasolini non può fare a meno di leggere per capire a fondo la personalità e le idee del nostro più grande intellettuale del Novecento. Trevi racconta un Pasolini che ha studiato con passione attraverso la sua opera, ma narra anche l’amore viscerale di Laura Betti per un poeta visionario, la passione con cui questa attrice di talento ha cercato per tutta la vita di non far dimenticare un grande scrittore. Qualcosa di scritto è un’opera di saggistica su Pasolini, soprattutto sul romanzo postumo Petrolio, scritta come un romanzo, intervallata da momenti autobiografici di grande interesse universale. Per fare un paragone irriverente niente a che vedere con La casa sotto i portici di Carlo Verdone, scritto da un dilettante, infarcito di luoghi comuni e di pettegolezzi inutili. Qualcosa di scritto è letteratura allo stato puro, opera di un autore che dai venti ai trent’anni si è preoccupato soltanto di imparare a scrivere bene - per usare le sue parole - e ci è riuscito alla perfezione. Il libro ti fa venire voglia di andare a cercare Petrolio - il solo libro di Pasolini che non ho letto -, definito da Trevi «un grosso frammento, quello che resta di un’opera folle e visionaria, fuori dai codici, rivelatrice… una bestia selvaggia… una provocazione, una confessione, un’esplorazione, un testamento… tutto macchiato di sangue». Petrolio è un romanzo che proviene da un’altra epoca, da un’altra dimensione, incomprensibile in una stagione letteraria dominata dalla bella storia, confezionata da un editor, resa omogenea e uniforme, a misura di lettore. Pasolini non avrebbe capito, perché non è mai esistito un intellettuale più anarchico di lui, più refrattario all’uniformità, al gusto unico nazionale, alla società berlusconizzata da consumi, pubblicità e televisione. Pasolini era una forza del passato che odiava la mediocrità, un autore da continuare a leggere perché specchio dei tempi e rivelatore di quel che siamo diventati. La sua lotta contro l’omologazione culturale, combattuta con le armi del cinema, della narrativa e della poesia, continua a far da monito anche in un mondo popolato dai nuovi barbari di una realtà postatomica. «Adesso non è più la borghesia a fare da modello alla plebe, ma è questa che, assorbito tutto quello che c’era da assorbire, si afferma come oggetto di imitazione, è il modello di tutti i borghesi, si accampa nei quartieri alti come accadeva nella visione apocalittica di Zola», scrive Trevi. Come non condividere? Pasolini comprende a cinquant’anni compiuti di aver perso per sempre la gioia erotica, perché il mondo è ridotto a merce, per lui è uno scenario insostenibile, un inferno che si impadronisce della vita. Trevi ci induce a leggere Petrolio e a vedere un film estremo ma illuminante come Salò alla luce di questa considerazione: Pasolini adotta il punto di vista di un morto, si proietta ai confini della sua stessa vita. Trevi racconta la trama di Petrolio, insiste sulla poetica del doppio, sulla vita di Carlo che si scinde in due esistenze diverse, una da uomo e l’altra da donna, ci fa apprezzare i capitoli più violenti sotto una luce nuova, come la catarsi di un uomo che ha perso la voglia di vivere. Secondo Trevi, Pasolini era convinto che nella nostra società si stesse perpetrando un genocidio: «i compiti che i nazisti affidavano ai campi di concentramento, adesso venivano svolti dai supermercati». Non c’è solo la figura di Pasolini in questo splendido lavoro di Trevi che ho riempito di sottolineature con la matita nera, viene fuori anche una genuina Laura Betti, la Pazza cinica e rabbiosa, la doppiatrice del demonio ne L’Esorcista. In un ricordo dell’autore afferma: «La verità è che s’invecchia sempre male, e se qualcuno vi dice il contrario mente, ma io a mentire non ce la faccio, non ho la vergogna di ammetterlo, possono avere un’aria più o meno decorosa, ma all’interno le persone della mia età sono tutte come me, i nonni felici sono solo alla tv». E ancora: «Per farcela davvero ci vuole la rabbia. Pier Paolo l’aveva capito. La rabbia è un dono raro, bisogna coltivarlo…»

Un libro troppo bello per vincere lo Strega, dove di solito trionfa la mediocrità, così poco pasoliniana. Un libro troppo utile per essere capito da un pubblico anestetizzato da anni di Fabio Volo, Moccia, cantanti, registi e calciatori scrittori. Un libro scritto da un narratore sopraffino, da un nostalgico del Novecento incapace di amare la letteratura e il cinema del niente. Per dirla con il suo autore: «una macchia calda di sperma spruzzata sulla faccia del mondo».

 

Gordiano Lupi


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