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Laboratorio di lettura e Scrittura poetica di Vicenza: Giordano Montanaro. A cura di Ivana Cenci (3)
Giordano Montanaro
Giordano Montanaro 
24 Maggio 2007
 

Nasco a Vicenza il 7 Dicembre 1964. Scrivo poesie per pura necessità. Svolgo da molti anni un’attività che mi consente di entrare in contatto con un’infinità di persone, iniziando così un percorso che mi spinge al confronto, all’analisi di un sistema sociale complesso e diversificato nella cultura e nelle conoscenze. Partecipo agli incontri di lettura poetica con il laboratorio “Artemis” di Vicenza da diversi anni. Ho pubblicato due raccolte di poesie: Interiorità razionali e non nel 2000 e Itinerari nel 2006. Recentemente mi sono avvicinato all’informazione e pubblico articoli su riviste che trattano tematiche legate all’ambiente o al mondo della politica, collaborando anche con svariati organi di stampa online. (gm)

 

 

POESIE PER TELLUSfolio

 

 

dove sei

 

dove sei

fiaba delle mie notti roventi

dove sei

luna infuocata dei deserti

 

allunga le tue mani in questo buio

in questo disconoscere

l’incoscienza che m’appartiene

 

 

l’attesa

 

aspetterò

lungo il viale della demenza

dell’assenza

dove il nulla

è tutto

dove la sete è infinita e…

la sofferenza appaga

un quotidiano

la

sostare

 

 

così

 

l’amore può essere

mani

che incontrano

visi

divisi dal vento e

dal mare in questo perpetuo navigare

su un banale rifiutare

di onde torve e amare dove

stare

è l’incognita del terso chiarore vitale

 

 

gli atti littorici

 

sono occasioni del passato

che poi tornano e…

risalpano

da una laguna satura di morti

con volanti uccelli neri che

dilatano le ali senza premura

sono gemme

di un’ignobile dittatura.

 

 

 

RECENSIONI E COMMENTI ALLE POESIE DI GIORDANO MONTANARO

 

 

Nella scrittura di Giordano Montanaro c’è una continua speranza-assenza di un amore che dovrebbe trascinare lontano, forse, il poeta dalle angosce di tutti i giorni verso una propria incoscienza. Nell’attesa si riconoscono delle sofferte aspettative che conducono verso l’amara consapevolezza dell’età matura, come una presa atto che i giochi di gioventù sono finiti e che bisogna attendere solo il quotidiano.

In “Così” c’è un continuo interrogarsi su cos’è l’amore, raffigurato in una ricreazione di bellezza di sguardi scavati dal vento e dal sapore del mare sempre distante, sull’incognita struggente del pulsare per la vita.

                                                                                         Marco Rampon

 

 

Le poesie di Giordano Montanaro si caratterizzano in modo immediato per due aspetti. Innanzitutto la brevità: brevi i componimenti (tra i sette e i dieci versi), e brevi i versi che li costituiscono, fino al limite della parola-verso (“l’attesa” vv. 1, 8-10; “così” vv. 2, 4 e v. 9 che ospita un solo monosillabo; “gli atti littorici” v. 3). Poi, la mancanza della punteggiatura: è evitata la costrizione interpuntiva, e le pause intonazionali sono date unicamente dalla segmentazione versale, dall’a-capo; fa eccezione la presenza, in due casi, dei puntini di sospensione (“l’attesa” v. 6 e “gli atti littorici” v. 2), in entrambe le occorrenze dopo la congiunzione coordinante “e”: forse un indugio, un sospiro in più prima di rilanciare il discorso, o forse segnale di un affaticamento interiore nel dovere aggiungere altre parole dolorose (si veda come i due e… siano seguiti da un’immagine disforica).

Ne risulta una poesia che scende a gocce, con flusso franto, di poche parole, concentrate, isolate, incapsulate nel silenzio. Come solitari passi, alla ricerca di qualcuno, qualcosa, magari di un luogo metaforico o non, agevole o difficoltoso, in cui collocarsi: l’avverbio dove compare ben sei volte, sparso nelle prime tre poesie (“dove sei” nel titolo e ai vv. 1, 3; “l’attesa” vv. 4, 6; “così”, v. 8), e ancora le parole-verso là / sostare (“l’attesa” vv. 9-10) e stare (“così” v. 9), il cui isolamento conferisce loro particolare pregnanza, evidenziano la medesima tensione spaziale.

La necessità che si avverte è che questo “dove” sia uno spazio protetto dalla minaccia di volanti uccelli neri che / dilatano le ali senza premura (“gli atti littorici” vv. 5-6): e non si tratta solo dell’emblema di una fase storica da cui si vuole prendere le distanze; l’uccello scuro e rapace, a livello microcosmico, rappresenta le molteplici forme di non-amore, di non-premura appunto, da cui si vuole preservare la propria vita.

Infine, la bellezza dei versi 4-5 della prova poetica “così”, in cui significato e significante si integrano a vicenda:

visi

divisi dal vento :

la sostanza fonica delle parole (“v” “d” “s”) imita e rende percepibile il taglio del vento che separa i volti, separazione iconicamente suggerita anche dall’enjambement, che bruscamente allontana visi da divisi – pure vicini per paronomasia.

 

Romina Elia

 

 

Andare oltre la soglia per aprire la porta della poesia incontrando l’immagine oscura di noi stessi.

Non dimenticare la memoria luttuosa del passato che riemerge «da una laguna satura di morti» come viene indicato ne “gli atti littorici”. Evocare proprio quella Storia per condannarla come «un’ignobile dittatura». Il fondale di queste essenziali poesie di Giordano Montanaro sembra essere la ricerca esistenziale che non elude la riflessione intorno alla Storia.

Il cammino procede attraversando il deserto che diventa un’esperienza di ascolto delle nostre domande. L’anafora «dove sei» della prima poesia ci invita al silenzio: «dove sei/ luna infuocata dei deserti/ allunga le tue mani in questo buio». Ma in questo silenzio che ci dispone alla poesia, incontriamo la solitudine allontanandoci dall’altro. Le mani non donano alcuna carezza e continuano ad essere cercate attraverso l’amore che sfugge ad ogni controllo di sé. Nella terza poesia dove prevale il suono delle parole e il gioco di rime interne, «l’amore può essere/ mani/ che incontrano/ visi/ divisi dal vento».

In questa oscillazione del desiderio, «dal mare in questo perpetuo navigare», l’altro si intravede nella lontananza che svela un’ombra di luce che «è l’incognita del terso chiarore vitale».

 

Stefania Bortoli

 

 

Dove sei”, “così”, “l’attesa”, diventa aspettare un amore o un popolo che viva una giustizia sociale da costruire nel tempo.

Amore e politica. Comunque, uscire dalla “demenza” ed entrare e stare con l’amore, nell’amore. Il primo impegno, diventa lotta sociale dove ancora, lì, ci può essere amore e passione per inventare un nuovo equilibrio tra un passato “di un’ignobile dittatura” e un futuro che il presente non sa risolvere. Il quotidiano diventa sofferenza in tutte le sue fasi.

Attraverso i suoi versi Giordano Montanaro esprime il suo tormento interiore in modo forte e non vede via di uscita se non in quel “amare dove stare”. Anche se “è l’incognita del terso chiarore vitale”. La poesia di Giordano non è, a mio avviso, una poesia di contestazione ma vuole essere piuttosto impegno sociale, lo fa sentire, in maniera altrettanto forte con disagio e sensibilità. Tutte situazioni che appartengono alle persone sensibili e Giordano lo è, magari sentendosi impotente di fronte a tanta “demenza” e davanti a “una laguna satura di morti”. Il vocabolario della sua poesia non ammette sbavature e si arrampica con fatica attraverso un percorso “di ordinata follia”, intorno e dentro un mondo dove si lotta tutti i giorni e si combatte con passione per “rimediare” a follie esterne che egli media con pazienza “aspetterò/ lungo il viale della demenza/dell’assenza/dove il nulla /è tutto/dove la sete è infinita e…” , con il credo, l’unico che rimane saldo nella sua poesia: quello di essere uomo senza rinunciare ogni tanto a tornare bambino “dove sei/ fiaba delle mie notti roventi/dove sei/ luna infuocata dei deserti” dove l’uomo e l’amore si incontrano, “l’amore può essere/ mani/ che incontrano/ visi”.

La poesia “dove il nulla/ è tutto”; l’amore, ”dove la sete è infinita e…”; la lotta “divisi dal vento e/ dal mare in questo perpetuo navigare”: tutto questo è ricerca, costante e viva di Giordano per trovare equilibrio e maturità.

 

Gianluigi Cannella

 

 

Nelle poesie di Giordano il ritmo e l’estensione dei versi sembrano decisi da due figure, speculari, che rappresentano il fulcro stesso e, forse, l’intima ispirazione della sua poesia: l’Assenza e l’Attesa. Nel mezzo si muove la parola, che, quando ci riesce, si libera a fatica. Il soggetto è costretto da queste figure all’immobilità: l’assenza è sempre dell’altro, io resto qui, non mi muovo; l’attesa mi tiene inchiodato, al posto convenuto. In “dove sei”, invocazione/evocazione ripetuta due volte, un’istanza imperiosa e disperante chiede al soggetto, immobile, di fare almeno un gesto: «…allunga le tue mani in questo buio…»; mani che non si levano al cielo, al padre, ma si allungano, tese al materno, a cercare la «fiaba delle mie notti roventi...» nel buio, ossia all’oscuro del proprio desiderio. La poesia “l’attesa”, pur nella sua compiutezza, la si può leggere quale prosecuzione del primo componimento; in questa seconda parte di un ipotetico componimento unico, l’ardore dell’invocazione è placato ma il desiderio non recede; vediamo allora la parola scantonare, sgusciare a scatti tra quelle due figure, in versi anche brevissimi: «aspetterò»… «dove il nulla»… «è tutto»… «là»… «sostare»... Il soggetto, preso nella traiettoria del suo desiderio «…lungo il viale della demenza/ dell’assenza…» non può che segnare il passo nel punto «…dove la sete è infinita e…/ la sofferenza appaga...». Nella poesia “così”, concedendosi un’apertura, il poeta indica una possibilità, o la necessità, di un rapporto tangibile con il mondo, attraverso il contatto con l’oggetto. Non più fiabe dunque, assenza e vane attese, il nulla e l’incoscienza, ma oggettivazione dell’essere attraverso l’altro. E così «l’amore può essere/ Mani/ che incontrano/ visi» malgrado l’imponderabile dell’esistenza, l’avversità degli elementi... «visi/ divisi dal vento e/ dal mare in questo perpetuo navigare/ ...dove/ stare»; “stare”, questa volta sembra indicare non la condizione di sofferenza passiva, senza altro scopo se non la consumazione in un’attesa senza fine, ma l’incertezza, o il desiderio, di ancorarsi al luogo “dove” qualcosa di insperato è stato trovato: un viso, il bene, l’amore. Anche negli “atti littorici” vi è un’assenza e un’attesa; l’assenza delle voci spente e l’attesa di ali premurose, non di «…volanti uccelli neri…» ma di bianche colombe, che portino via per sempre il ricordo e l’orrore «di un’ignobile dittatura».

 

Carlo Romano

 

 

Del “la” noi tutti abbiamo bisogno per andare, iniziare, proseguire un percorso. Il cammino poetico di Giordano Montanaro è una strada che porta all’incontro anche attraverso il sostare quotidiano. Vi è movimento senza presunzione di saper dove andare “così” “andare dove stare è l’incognita del terso chiarore vitale”. Non attendere che tutto passi – la nostra vita – “dove la sete è infinita” ma cercare con intensità di placare quella sete. Giordano fa trasparire nei suoi versi la passione, l’amore, l’impegno politico, a ricordare che gli avvenimenti ignobili del passato non abbiano a ripetersi, a scovare la “luna infuocata dei deserti” o incontrare visi d’amore. Se la poesia è magia – com’è – si percepisce nelle poesie di Giordano, e il “la” ne “l’attesa” ne rappresenta un tocco gentile.

 

Alessandro Bedin

 

 

Si attraggono senza mai avvicinarsi, nella poesia di Montanaro, attesa e assenza, come due amanti lontani che vivono del pensiero l'uno all'altro e della quotidiana solitudine di ciascuno. Attesa e assenza, navigazione e sosta, desiderio e fermezza, incontro e divisione quali poli di un'ellisse, neanche troppo paradossale, che si configura come uno “stare” resistente. Dove sofferenza, rifiuto e denuncia paiono i soli (ac)cenni di un vivere in piedi.

 

Elisabetta Xausa


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