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Karla Suárez racconta “La viaggiatrice” 
Intervista di Gordiano Lupi
Karla Suárez (foto Daniel Mordzinski)
Karla Suárez (foto Daniel Mordzinski) 
19 Marzo 2008
 

Silenzi (Guanda, 2005) è un romanzo sulla ribellione di una ragazza nei confronti della retorica di regime ed è incentrato sul rovesciamento dei miti rivoluzionari. Perché La viaggiatrice non accenna mai al discorso politico?

La viaggiatrice è un’altra storia. Sono i personaggi che determinano il racconto e le due protagoniste sono emigranti ma non per motivi politici. Il romanzo parla molto di Cuba, anche se Cuba non è fisicamente presente, ma non vuole fare un’analisi della situazione politica del Paese, vuole raccontare un’altra storia, la storia di Circe e Lucia, la storia di un viaggio alla ricerca di una città. In Silenzi la situazione del paese era molto presente perché i personaggi vivono nell’Avana negli anni Settanta, Ottanta e Novanta. Il romanzo finisce nei Novanta, in piena crisi economica dopo la caduta del muro di Berlino, in quei tempi la situazione era molto difficile...

La viaggiatrice è un romanzo sull’amicizia tra donne, ma anche una storia sul tema del viaggio vissuto come fuga e scoperta dell’ignoto, come ricerca di un posto dove vivere che rispecchi il nostro essere. Cosa ha voluto rappresentare costruendo due personaggi così diversi come Circe e Lucia?

Circe e Lucia sono molto diverse, ma complementari. Credo che in ogni amicizia ci sia sempre un elemento di ammirazione, qualcosa che ci manca e che troviamo nell’altro. All’inizio sembra strano che due persone così diverse possano essere amiche, ma conoscendo i personaggi comprendiamo che rappresentano due facce della stessa medaglia. A volte penso che se mettiamo insieme Circe e Lucia esce fuori una donna perfetta, ma la perfezione non esiste, vero? Ho voluto creare due personaggi con idee opposte per creare un dialogo e per riflettere su diversi argomenti. Per esempio, in relazione alla nostalgia o alla maternità, Circe e Lucia hanno un atteggiamento completamente diverso. Circe è un po’ la “anti-nostalgia” quella che non vuole soffrire per la lontananza perché partire è stata una sua scelta; Lucia invece soffre tanto, in più si sente colpevole di essere partita.

I cubani soffrono di nostalgia. Perché fuggono? Non mi risponda come le sue protagoniste, però...

Non è un mistero che la situazione economica di Cuba non è buona, ci sono molti problemi e tanta gente parte per risolvere questi problemi, per avere una vita migliore, per trovare un lavoro remunerativo e per aiutare la famiglia che è rimasta a Cuba. Credo che se le condizioni economiche fossero buone molta gente rimarrebbe a casa propria. Poi ci sono cubani che partono o sono quasi obbligati a partire per problemi politici, perché se rimanessero finirebbero in carcere, oppure rimangono e non trovano lavoro e la vita per loro diventa impossibile.

Una volta fuori la nostalgia non si può evitare, ti manca la tua lingua, la tua gente, i tuoi punti di riferimento. Tutto questo per un cubano è importante, considerando che siamo molto legati alla famiglia, agli amici e alle nostre abitudini. Non è un mestiere facile emigrare (gli italiani ne sanno qualcosa) perché bisogna abituarsi a un mondo diverso, ma per molti è la strada per risolvere i problemi.

Virgilio Piñera e la sua maledetta circostanza delle acque affiora spesso tra le pagine del romanzo. In Italia non è un poeta conosciuto ed è un peccato. Cosa pensa di avere in comune con Piñera?

Adoro Virgilio Piñera ed è un peccato che non sia conosciuto in Italia, ma pure a Cuba è stato a lungo dimenticato. Secondo me è uno dei più grandi scrittori cubani, ha lavorato bene in ogni campo letterario: romanzo, racconto, poesia, teatro. Non saprei dire esattamente cosa abbiamo in comune, però mi identifico molto con la sua ironia e con il suo sguardo disincantato nei confronti della realtà.

Le città invisibili di Italo Calvino è un altro romanzo fonte di ispirazione per la sua opera. Cosa c'è in comune con lo scrittore italiano?

Calvino è un altro scrittore che adoro e questo libro in particolare mi piace moltissimo, in più era quello che serviva per i riferimenti nel mio romanzo dove la protagonista, Circe, cerca la sua città. La prima cosa che mi ha sorpreso di Calvino è stato il fatto di sapere che lui è nato all’Avana e che poi è andato a sposarsi là, questo l’ho saputo prima di leggerlo quindi mi era già simpatico. Dopo l’ho letto e, come nel caso di Piñera, con Calvino ho avuto l’impressione che guardasse il mondo in maniera diversa da tutti gli altri. Mi piacciono molto le sue storie e il suo modo di raccontare.

In definitiva cosa cerca Circe? E cosa cercano i cubani?

Circe cerca una città, un luogo dove potrà rimanere, un luogo dove appena arrivata potrà sentirsi a suo agio. L’Avana non la sente come casa sua, è tanto cambiata che non le parla più. Quando ho cominciato a scrivere questo romanzo ero già un’emigrante e avevo i problemi e le domande degli emigranti. Parlavo con altri stranieri e mi accorgevo che avevamo in comune il fatto di vivere in un posto diverso da quello dove eravamo cresciuti, un luogo con diverse abitudini, con un’altra lingua e un altro modo di pensare. Questo fatto per alcuni rappresentava un problema, voleva dire sentirsi sempre fuori luogo; altri invece si erano integrati al punto di sentirsi a casa propria. Io volevo sapere in che modo una città sconosciuta può diventare la tua città e che cosa significa sentirsi “straniero”. Circe cerca il suo posto nel mondo, la città dove non si sentirà straniera, perché nell’Avana del 1991, anno della sua partenza, Circe si sentiva straniera, fuori luogo. I cubani… ognuno ha i suoi sogni e cerca la maniera migliore di vivere la sua vita.

Cosa vuol dire «il desiderio di tornare a vivere all'Avana, ma in una città cambiata, che sia di nuovo L'Avana dei sogni, del miraggio...»?

Circe e Lucia hanno un’ultima conversazione sulla città ricercata e come al solito il discorso finisce sull’Avana. Circe dice che forse quello che cerca è ritrovare quell’Avana dove è cresciuta, quella bellissima città che l’ha fatta tanto sognare, ma che non esiste più perché tutto cambia e anche noi cambiamo. L’Avana dove sono cresciuti questi personaggi è la stessa città dove sono cresciuta io, era una città piena di vita, dove era possibile sognare l’impossibile, una città piena di luci ed energie dove il tempo non era abbastanza per fare tutto quello che volevamo fare.

Ma negli anni Novanta tutto è cambiato, L’Avana è diventata una città buia, a volte un po’ triste, ed è per questo che Circe ha l’impressione che L’Avana non le parli più, che sia rimasta zitta. Quando lei parla di ritrovare L’Avana non è un discorso nostalgico, dell’infanzia perduta o qualcosa del genere, perché la città non sarà la stessa, quello che lei vorrebbe ritrovare è la sensazione, l’energia di quei tempi, e quello forse lo troverà in un altro posto… o forse nella stessa Avana, chi può saperlo?

 

Gordiano Lupi


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