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Ernesto Morales. Epilogo. Torna la metafora del vicino
31 Maggio 2010
 

Un freddo pazzesco si è abbattuto su questa isola tropicale e mi obbliga a mettere le mani in tasca. Cammino lentamente lungo l’ampio viale che tra poco mi mostrerà la statua di José Martí, in Piazza della Rivoluzione. In lontananza risplende l’immagine di Camilo Cienfuegos sulla facciata di un edificio, e al suo fianco, da decenni prima, quella di Che Guevara.

Cammino e provo un po’ di malinconia. Una malinconia vaga, inspiegabile se si vuole. Ho appena terminato una conversazione che ricorderò per molto tempo, dovrei essere felice, ma non lo sono. Ho conosciuto due cubani veri, dalle idee discutibili, ma senza dubbio sono le loro idee. Una coppia che mi ha presentato un figlio, la cagnolina, un mondo interiore composto da quadri alle pareti, libri in una biblioteca, piante che spiovono dal tetto, pace e moto amore. Loro non avevano bisogno di questa intervista, penso. Loro non hanno bisogno, al punto in cui sono arrivati, di nessun tipo di pubblicità. Perché mi hanno aperto la porta di casa? Perché hanno parlato per oltre due ore con un giornalista di venticinque anni che non conoscono, che non ha la minima fama e che difficilmente incontreranno ancora? Perché sono esseri umani, mi dico. Affacciandosi all’abisso dove spesso finiscono i non conformi, i ribelli e le persone problematiche, guardando con buona fede e non con il cuore intriso di veleno, di rancore, di odio accumulato, che spesso non fa parte di noi ma è un odio che ci hanno iniettato o che abbiamo acquisito per via respiratoria, avvicinandosi, in definitiva, all’uomo e non al concetto che una televisione ha costruito contro la nostra volontà, molte volte incontriamo proprio questo. Semplici esseri umani. Come me. Come tutti. Due cubani nati sotto lo stesso sole, nella mia stessa terra e in quella dei loro nemici. Due individui pieni di contraddizioni, di errori, di vizi da emendare. Ma in fondo, quel fondo che ben sappiamo esistere, due cubani che hanno appreso il vero concetto di Patria e che amano sopra ogni cosa ciò che nella nostra lingua si chiama Libertà. E adesso, né il freddo né il tragitto che devo percorrere a piedi, riescono a cancellare la lieve sensazione di tristezza che mi porto dentro, mentre considero che un Governo, un sistema, appena un pugno di persone, hanno fatto ammalare il mio paese. Hanno fatto ammalare l’essenza di alcuni uomini che a volte non sembrano uomini ma androidi, e che non si muovono con amore e rispetto, ma con il combustibile della violenza, della codardia. Cubani che non hanno smesso di escludere, di ferire, di stigmatizzare altre persone solo perché le loro idee sono diverse. E che sono riusciti, a loro volta, a infettare con il virus dell’odio tante persone non protette, con mentalità facilmente corrompibili. Persone che il giorno dopo grideranno improperi durante una pubblica marcia, offenderanno, minacceranno, sia un gruppo di donne pacifiche che in nome dei loro figli e dei loro mariti prigionieri camminano vestite di bianco, con un gladiolo in mano, sia una blogger con i capelli lunghi che ogni mattina porta suo figlio a scuola. Una blogger con la quale si può dissentire o concordare, la cui linea estetica o ideologica può essere analizzata da mille punti di vista diversi, ma che fondamentalmente non smette di essere una donna, una cubana come le nostre madri o sorelle, un essere umano al quale deve essere rispettato il sacro diritto di avere un pensiero non conforme. E torna, inevitabile, la mia domanda: “Esiste un limite per una campagna di diffamazione, per un movimento di odio?”.

E adesso felice con la mia tristezza, vagando come uno zombi per questo viale silenzioso a mezzanotte, con le voci di Yoani e Reinaldo ancora in testa, non posso fare a meno di rispondermi, quasi a bassa voce: “Sì, esiste”. Nel preciso istante in cui passi la barriera, quando rompi il maleficio e bussi a una porta dove una bandierina con la scritta “Internet per tutti” ti accoglie; in quel preciso momento in cui decidi di conoscere personalmente il tuo vicino, dopo aver sentito dire tante cose cattive alla radio, ecco che stai limitando per sempre la portata dell’odio. Stai allontanando l’influenza delle calunnie. E ti senti (come mi sento in questo istante che cammino insieme all’immenso Martí di Piazza della Rivoluzione) libero come non avrei mai creduto di essere.

 

Ernesto Morales

ernestomorales@gmail.com

Traduzione di Gordiano Lupi

 

 

14. FINE – L'intera intervista di Morales è riportata nel libro di Gordiano Lupi, Per conoscere Yoani Sánchez (Edizioni Il Foglio), che ha raggiunto le librerie proprio in questi ultimi giorni di maggio.


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