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Guillermo Rosales. La casa dei naufraghi
14 Dicembre 2011
 

Guillermo Rosales

La casa dei naufraghi

Traduzione di Chiara Brovelli

Fandango Libri, pagg. 140, € 15,00

 

«Sono stato internato in più di tre manicomi, da quando mi trovo a Miami, dove sono arrivato sei mesi fa dopo una fuga da Cuba. Sono scappato dall’isola e da tutto ciò che le appartiene. Non sono un esiliato politico. Sono un esiliato totale. A volte penso che, se fossi nato in Brasile, in Spagna, in Venezuela o in Scandinavia, avrei finito comunque per fuggire dalle vie, dai porti o dalle praterie di quei Paesi».

Guillermo Rosales è uno scrittore cubano della diaspora, uno dei tanti autori ignoti al grande pubblico per volontà di un regime liberticida, e anche per questo è meritoria l’operazione recupero targata Fandango. Rosales è nato nel 1946 all’Avana, non è mai sceso a patti con un sistema autoritario che l’ha incarcerato come dissidente. Negli anni Ottanta è scappato a Miami, dove ha trascorso anni disperati lontano dagli affetti e dalla sua terra, ricoverato in manicomio per una grave forma di schizofrenia, che nel 1993, a soli 47 anni, l’ha portato al suicidio. Rosales ha creduto nelle idee rivoluzionarie, è stato comunista come la maggior parte dei cubani, ha partecipato alla campagna di alfabetizzazione per insegnare a leggere e a scrivere ai contadini della sierra. Deluso dalla deriva autoritaria della rivoluzione è finito al confino politico, esule da patria e affetti, vivendo gli ultimi anni senza provare nostalgia di Cuba ma solo un odio smisurato. Prima di uccidersi, ha distrutto la maggior parte dei suoi scritti. Resta il romanzo autobiografico La casa dei naufraghi (Boarding Home - La casa de los náufragos, 1987), che narra la sua vita tra le mura di uno squallido manicomio, ripensando al passato, alla follia di una dittatura e a un Comandante che tormenta i sogni come un incubo assurdo. La casa dei naufraghi non è un romanzo epocale e neppure un capolavoro, come molti cercano di presentarlo, ma è un buon testo narrativo, un documento crudo e sincero di una vita allo sbando, della follia che aggredisce uno scrittore in fuga dalla sua terra, distruggendolo giorno dopo giorno. William Figueras è un personaggio costruito bukoskianamente sulla vita di Guillermo Rosales, la sua storia è un viaggio negli angoli più oscuri della mente e della condizione umana, attraverso ossessioni e umiliazioni, fino al baratro della disperazione. Il romanzo è senza speranza, scritto con una freddezza tale da non lasciare spazio a momenti nostalgici e sentimentali. Lo stile è nervoso, chirurgico, frammentario, immune da smanie descrittive e ricco di dialoghi.

Molto pregevole il saggio breve Guillermo Rosales o la collera intellettuale di Ivette Leyva Martínez, pubblicato in appendice al libro, perché chiarisce molti lati oscuri sulla personalità dello scrittore, riportando testimonianze dell’amico Carlos Victoria.

Il romanzo breve di Guillermo Rosales è l’opera di uno scrittore in crisi d’identità, di un uomo che ha perduto i suoi sogni e non ha intenzione di recuperarli con un’operazione nostalgia. Rosales preferisce sprofondare nella depressione, covando rancore per ciò che non è stato e per le illusioni che hanno segnato il passato. Fino al colpo di pistola liberatorio, prima letterario e metaforico, poi reale e definitivo. Adesso Guillermo Rosales attende giustizia in un posto migliore, insieme a Guillermo Cabrera Infante, Carlos Victoria, Reinaldo Arenas, Heberto Padilla, Carlos Franqui e molti altri scrittori, traditi da un sogno in cui avevano creduto.

 

Gordiano Lupi


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