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Fabiano Alborghetti trova Francesco Tomada 
Cercando l'oro 21
Francesco Tomada
Francesco Tomada 
17 Settembre 2008
 

La pausa estiva è terminata e Settembre è cominciato da un pezzo. Il ritardo nell’arrivare con questa nuova “puntata” di Cercando l’oro della poesia è provocato da due fattori: il primo è la pubblicazione dell’annuario Tellus 29 “Febbre d’amore. Stendhal + Web” fresco di stampa (al link tutti i dettagli) che include l’annata 2007 della rubrica che curo per il giornale on line Tellusfolio; il secondo è stato un volere ripensare questo spazio per renderlo più snello, ed entrare nel vivo della poesia e della voce degli autori che vengono presentati.

 

Non volendo ricalcare quanto genialmente fatto da Silvia Monti con la rubrica One Shot, ho pensato a qualcosa che metta l’autore a nudo e senza la mediazione della domanda.

 

Desidero che l’autore si lanci nel vuoto e arrivi a noi per come desidera, per mezzo di una autopresentazione, cui seguiranno i testi e solo in ultimo una bio-bibliografia.

 

Si inizia:

 

 

AUTOPRESENTAZIONE di Francesco Tomada,

 

Mi riesce molto difficile l’idea di una autopresentazione, sia a causa di una certa timidezza che credo mi appartenga, sia perché credo che i testi, se sono validi, debbano essere capaci di spiegarsi da soli e non abbiano dunque bisogno di introduzioni. Allora comincio con il dire che la mia formazione non è letteraria perché sono un biologo, e che quello che so l’ho letto, più che studiato, soprattutto da solo, cercando di capire i segreti degli altri, i miei limiti e le mie possibilità. Per questo non mi sento affatto un poeta, definizione che mi appare circondata da un alone troppo leggendario e nobile. Diffido per natura e carattere degli ambienti letterari, lo ammetto. Io cerco di scavare e di usare le parole come materiale sapendo che non sono il fine: non mi sembra un disonore definirmi uno scrivente, un artigiano, anzi immagino che questa sia la cosa che più si avvicina alla realtà dei fatti.


 

 

Il mio percorso come scrivente inizia parecchio tempo fa, come per molti da una necessità personale di esprimersi, quasi uno sfogo. Poi si è fatto via via più serio e spero consapevole, ma ho sempre vissuto la scrittura come conseguenza del vivere, e non come scopo da raggiungere. Nel corso del tempo ho lavorato molto di più per sottrazione che per aggiunta, pensando alla scrittura come al  taglio che il bordo della carta lascia sulla pelle delle dita, qualcosa di sottile ed invisibile che però rivela un dentro spesso doloroso. So bene che non esiste una sola poesia, come non esistono una sola musica o una sola danza: il mio è un tentativo di scarnificazione. Se c’è un valore in ciò che scrivo è proprio questo, se c’è una strada attraverso cui qualcuno può riconoscersi è nella nudità di chi scrive, o almeno, senza pretendere che sia una regola generale, questo vale per me.

 

Sto seguendo un percorso che quasi sempre ricostruisco a posteriori, ma che nel suo svolgersi non ha un piano preciso. È più simile alla mappa di uno smarrimento, in cui a volte capita di trovarsi e di incontrarsi. A volte è una sorpresa, a volte uno spavento. Eppure, a posteriori appunto, tra momenti migliori ed altri non così buoni, mi sembra forse con presunzione di trovare una coerenza, uno svolgersi di cui intuisco l’inizio ma ovviamente non ancora il punto di arrivo. E so bene che sono di più le cose che ancora non riesco a dire: forse per questo lascio molto bianco sulla pagina, è lo spazio di un silenzio ancora da colmare.

 

Deve essere ciò che mi resta delle origini friulane che ancora faccio fatica ad accettare. I friulani sono gente di poche parole, gente che tace spesso ma quando parla lo fa per essere ascoltata, e non a caso. Ecco, anch’io mi sforzo di non scrivere a caso. Che poi i testi piacciano o no, che abbiano valore o no è un altro discorso: giudicare è il diritto-dovere di chi legge, ed è giusto così.

 

 

 

Testi tratti da L’infanzia vista da qui (Sottomondo, 2005)

 

 

Pompei

 

Quando fra duemila anni scaveranno questa terra
troveranno i nostri corpi ormai diventati sasso
nella stessa posizione in cui ci addormentiamo oggi
tu girata di fianco
io che ti stringo appoggiato alla tua schiena

e non sapremo mai se il nostro bene
è così grande da superare il tempo
o se è stata l’abitudine dei gesti ripetuti
a indurire l’amore
fino a trasformarlo in pietra

 

 

Trenitalia

 

Per fortuna frequento poco le stazioni
il sollievo passeggero dei ritardi l'attimo
lunghissimo in cui il treno si allontana
perché dal marciapiede la partenza
ha il sapore di lasciarsi
e negli annunci non c'è mai una parola
per chi resta

 

 

Double face
(pensiero all’uscita del turno di notte)

 

Guarda le gru di Marghera altissime
e bianche nel buio come radici
di alberi piantati a rovescio
nella terra

 

dunque questo non è cielo
ma un cielo capovolto questa non è
vita
ma quello che alla vita viene tolto

 

 

Astronomia privata

 

Ho cinque nei sul braccio
sinistro e già da bambino
li univo in una forma
di incudine

 

come una costellazione
in negativo
sul cielo roseo della pelle
che delimita lo spazio alla vista
ma non lo rinchiude

 

e non sai dove prosegue
l’infinito

 

se dentro o fuori o semplicemente
ti attraversa

 

 

Senzavino

 

Mio nonno diceva che mangiare

senza vino in tavola

gli ricordava il tempo della guerra

 

mia nonna gli sopravvisse a lungo

quando anche lei morì

trovammo milleduecento bottiglie vuote

allineate come soldati lungo il muro

dietro alla legnaia

 

dopo pranzo negli ultimi anni lei si sedeva sul divano

con un sorriso strano che allora non capivo

pensavo che fosse per qualcosa alla televisione

 

invece

aveva approfittato della pace

 

 

(a Stefania, finalmente)

Eri troppo minuta per essere donna e sorella maggiore
come sembrava impossibile che tu fossi madre
come sembrava impossibile morire di parto
nell'anno duemila di Dio

pesavi di meno di questo cognome che oggi
io porto da solo che se si potesse prenderlo
in braccio e sollevarlo come facevo con te
sarei un uomo diverso e avrei un sorriso
più facile da regalare ai miei figli

 

 

L'influenza

 

Più della malattia debilita
questa solitudine passeggera
che può essere data per
contagio

ma non condivisa

 

 

L'infanzia vista da qui

 

Non ho mai visto così tanta
neve a Gorizia

mi viene da pensare all'infanzia
che non ho passato qui
sarei sceso saltando a slalom lungo il pendio dell'Isonzo
Gustavo Thoeni che vince l'oro a Innsbruck
una cinque dieci volte
e gli avversari lontani sconfitti
come barche in secca
sulla riva del fiume

 

 

Francesco Tomada, nato a Udine nel 1966, vive a Gorizia.

Dalla metà degli anni novanta scrive e partecipa a letture ed incontri nazionali ed internazionali, così come a trasmissioni radiofoniche e televisive in Italia e all’estero.

I suoi testi sono apparsi su numerose pubblicazioni, antologie, plaquettes e siti web in Italia, Slovenia, Canada, Francia. Sono stati inoltre tradotti anche in slovacco, inglese e cinese.

La sua prima raccolta, L’infanzia vista da qui (Sottomondo), è stata edita nel dicembre 2005 e ristampata nel marzo 2006. Innumerevoli i riconoscimenti in concorsi.

Non manca molto alla pubblicazione del suo secondo libro.

 

 

Fabiano Alborghetti

I testi e le fotografie sono riprodotti con l’autorizzazione dell’Autore


Foto allegate

Francesco Tomada e Ales Steger
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