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Telluserra
Maria Lanciotti: Dopo aver letto Il posatore di croci in Tellus 28 “Cattolicesimo”.
Libertario detto Lalo con il piccolo Accio
Libertario detto Lalo con il piccolo Accio 
03 Dicembre 2007
 

 

A volte mi capita, io che tendo al nascondimento, di ricevere sotto forma di scrittura tanta di quella tenerezza che ci carico le pile dell’essere per mesi. Dopo l’uscita dell’Annuario, il 28, di Tellus, chi l’ha ricevuto si è fatto vivo con un segnale, fosse esso un biglietto, un disegnino, una recensione da pubblicare – la più intensa è quella di Marco Cipollini – una e-mail per discutere in amicizia di questo impegnativo volume di 250 pagine, al quale ho affidato un Manuale Cattolico, in versi e in prosa, composto dai maggiori poeti cattolici del novecento sul ritmo del Credo. Tutti si sono concentrati sul “Manuale” che in forma anche narrativa, racconta gli anni miei di chierichetto. Dunque il primo capitolo, potrei dire, di Vecchiano un paese. Lettere a Antonio Tabucchi, dove compare la storia di un piccolo centro fuori Pisa dal ’68 fino agli anni delle BR. Soltanto Maria Lanciotti leggendo un'altra storia, breve, “Il posatore di Croci” che si sviluppa come didascalia a delle foto tolte dall’album di famiglia, con protagonista mio padre Libertario detto Lalo, e il bambino che fui uso a posare croci cristiane nel vissuto, ha avuto la “cura” amicale di scrivere, e di scrivermi, il suo rapporto con il padre in un giorno che sarebbe bene non arrivasse mai. E invece arriva.

Ecco, questo è un dono grande, che non dimenticherò. E che i lettori di Tellus sono sicuro divideranno con me emozionandosi come io mi emoziono rileggendolo.

Questo è anche l’avventura di TELLUSfolio e Tellus e i legami che fra noi la rinsaldano.

Chi non lo capisce probabilmente non intende nemmeno la letteratura credendosene imbevuto. E invece è mencio, toscanismo, di letterarietà.

 

Claudio Di Scalzo

 

 

 

DOPO AVER LETTO IL POSATORE DI CROCI

 

Mi ritrovo, dopo la lettura intensa di una “storia anche fotografica” che inizia con una immagine struggente, in quel lontano 1956 che mi vide stupita della neve e della morte.

Mio padre morì nel maggio di quell’anno, in un giorno pieno di vento.

L’avevo sognato all’alba. Indossava il vestito buono e portava il cappello alla ventitré. Aveva la faccia triste. Una espressione che mi sembrò colpevole. Mi guardava, muto e fermo come una statua. Poi, senza muoversi sparì nell’ombra.

Dormivo quella notte con i miei fratelli grandi nella loro stanza. Non volevo in quel periodo dormire da sola nella mia stanzetta. Prima ancora di svegliarmi iniziai a urlare. In quello stesso momento mia madre aprì la porta. Non disse nulla e capimmo. Mio padre stava morendo nella stanza accanto. Era venuto a dirmi addio, sentendosi per questo in colpa. E lo incolpavo infatti dentro di me. Avevo solo quattordici anni. Avevo bisogno di lui.

Continuavo a urlare mentre guardavo mio padre lottare per le ultime sorsate d’aria. Soltanto negli ultimi due giorni aveva ottenuto la pietà della morfina. Allora, di cancro si moriva arrabbiati come cani.

Mia madre mi disse: “vai a prendere il latte e prepara la colazione,” e mi mise tra le mani i soldi e la bottiglia di vetro. La latteria era vicino casa. Pensai che mia madre fosse di cuore duro. Invece era una donna forte che mi stava aiutando a restare attaccata a questo mondo, con le piccole grandi incombenze di tutti i giorni.

Ero stranita. Non sapevo in che luogo mi trovassi. Stavo di sicuro su un confine. Mio padre lo oltrepassò e io restai sospesa in un non-tempo.

Venne preparata la camera ardente nella sala da pranzo. Mio padre venne sistemato sul tavolo ricoperto da un lenzuolo bianco. Vestito come l’avevo visto in sogno, ma senza cappello e con l’aria serena. Tutti gli specchi di casa vennero coperti con un panno scuro. Il vicinato non ci lasciò mai soli. Mia madre poté finalmente disperarsi. Aveva vissuto cinque mesi accanto a mio padre senza lasciarlo un attimo, respirando la sua sofferenza di notte e di giorno. Badando a noi figli con polso fermo.

Mia madre aveva solo quarantasei anni quando restò vedova. Il resto della vita lo dedicò alla famiglia e alla memoria di mio padre.

Solo dopo tanti anni mi sono resa conto in pieno della grande perdita che patì mia madre. Quando capii che a quell’età una donna è ancora giovane, desiderosa e desiderabile.

Sì, anche per me, come per un bambino tenerissimo, gigantesco e piccino, mio padre “non avrà tomba fissa” e per ritrovarlo sempre e ovunque percorro le infinite vie della poesia. E quando lo incontro ci sorridiamo senza più lacrime.

E la croce che per troppo tempo mi tenne inchiodata a mia madre nello sforzo di perdonarmi per non averla capita quando dovevo, si è consumata fino a diventare un filo d’oro che mi ricorda i suoi capelli lucenti.

 

Maria Lanciotti


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