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Maria Lanciotti: L’uomo che mi ha tagliato le mani. Racconto per Discorso amoroso.
02 Aprile 2007
 

Era freddo e tirava vento e io me ne stavo dritta di fronte al mare con la voglia di prosciugarlo con una sorsata. Bastardo d’un bastardo m’hai fatto dimenticare come si usano le mani per fare una carezza e la bocca mi serve ormai solo per mangiare.

Il pescatore tira la barca a riva e si mette a trafficare con cassette e reti, poi si allontana e sparisce nel nulla.

– Che fai, tutta sola?

– E tu che vuoi, chi sei?

– Mi chiamo Luca, sono un gabbiano che si è perduto.

Volto le spalle a Luca il gabbiano e me ne torno all’ombra dei muri, a pensare ai fatti miei.

– Vuoi fumare?

– T’ho forse chiesto qualcosa?

– Sono io che te la chiedo: fuma con me.

– Il fumo uccide, ammazzati da solo.

Perché io non voglio morire ora. Io non muoio finché non ti avrò fatto sentire tutto il gelo che mi tiene in piedi come un lampione d’acciaio.

Che regalo m’hai fatto. Proprio quello che non volevo. Io ero nata per amarti e adesso non riesco più nemmeno a odiarti. Mi stai come una lama fra le ossa che non arriva a toccare punti vitali. Altrimenti certo che morirei, ma sai che non posso.

– Andiamo a prendere un caffè?

– Ancora da queste parti?

– È forse vietato?

– No, se non rompi le scatole.

Una lama corta. Una lama ottusa. Una lama che non è una lama, che fa male più di una lama. Chi diavolo sei, demonio d’un demonio, a quale inferno appartieni, a quale girone?

– Scusa se insisto, è che mi sento solo. Sono arrivato oggi da Milano per un appuntamento di lavoro a Roma e mi hanno dato buca.

– Non ho toppe, mi dispiace.

Secondo me non appartieni a nessun inferno, ti hanno cacciato anche da lì. Non c’è un posto sulla terra che ti possa accogliere, né un posto sottoterra. Tu non esisti, ma io ti annienterò ugualmente.

– Sono un attore, dovevo fare un provino. Fanculo.

– Bel finale. Giù il sipario.

Non posso più guardare un uomo senza andare fuori dai gangheri. Mi dovevi insegnare un sacco di cose, e l’unica cosa che ho imparato da te è che non bisogna abbandonarsi mai al sentimento d’amore se non vuoi fare una brutta fine. Farabutto disgraziato, io ero nata per amarti.

– E adesso che faccio? Ci riprovo domani o me ne torno a Milano?

– Torna a Milano e scordati Roma.

– Io ci avevo fatto tutto un progetto, su questa possibilità.

– A chi lo dici.

– Prego?

– Niente d’importante, niente è importante.

Solo una cosa: metterti le corna almeno una volta. Riuscire almeno per una volta a toccare un uomo, a farmi toccare da un uomo. Uno che non sia tu. E invece non se ne parla, non so più fare una carezza. Quelle tue mani. Quelle tue dita. La tua pelle, il tuo odore.

– Davvero mi chiamo Luca. Posso invitarti a cena?

– Volentieri, ma ho già mangiato.

Sono sazia. Piena di un vuoto pieno di cui ti sono debitrice. E io i debiti li pago sempre con gli interessi.

– Insisto.

– Devo andare.

Sto arrivando: preparati.

 

Maria Lanciotti


 
 
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