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Giovanni Pascoli: X Agosto. Commento e parafrasi. A cura di Claudio Di Scalzo
Giovanni Pascoli
Giovanni Pascoli 
25 Giugno 2007
 

NOTE DI ANALISI. Poesia molto nota e celebrata. Dedicata alla morte del padre Ruggero assassinato in modo misterioso e furiosamente violento. Il fattore Pascoli tornava a casa con un calessino trainato da una cavalla, anch'essa poi diventata oggetto poetico. Cavalla e padrone rientravano dalla fiera di Cesena il giorno di San Lorenzo, 10 agosto, del 1867. Pascoli secondando la credenza popolare di stelle cadenti come lacrime del santo, scrive una poesia elegiaca e insieme filosofica sul male assoluto. L'incipit "io so perché" è volutamente ambiguo, può dire che il poeta è a conoscenza del fenomeno atmosferico nella sua manifestazione scientifica, oppure che conosce il perché della morte del padre: perché metafisico e insieme legato alle contraddizioni di un'epoca segnata da forti contrasti di classe nelle campagne. Che però rimuove! La poesia è inserita nella raccolta Myricae. Che contava 22 componimenti nella prima edizione del 1891, e 156 nella quinta del 1900. Ricordiamo che la raccolta è strutturata come il diario di un giorno passato in campagna e diviso in sezioni che si chiamano "In campagna"; "Dall'alba al tramonto"; "Tristezze"; "Ultima passeggiata"; "Tramonti"...Tornando a "X agosto" serve indagare il simbolismo: nido-casa-culla. 

Il nido riassume lo spazio interno, anche dell'interiorità che in Pascoli è sempre caramellosa, la casa non è altro che l'evoluzione della culla intesa come protezione e offerta di se stessi solo a chi ci cura con dedizione familiare o famigliare detto meglio secondo l'antico lessico lucchese che chi scrive ben conosce essendo nato a Vecchiano. Nido anche come infanzia, sostanza implume dell'essere.

Generazioni di professori, da quelli cresciuti a libro e moschetto fascista perfetto, a quelli che spandono le loro patetiche parafrasi sul web, e magari le confrontano in un gioco di semplificazioni assurdamente manualistiche, dimenticano la lezione di Contini e poi la più scaltrita lettura possibile sulla scorta del pensiero di Lacan, per cui il balbettamento infantile o infantiloide di Pascoli è esattamente un grido d'aiuto di un io lacerato che sceglie la maschera per confessarsi. Anche istericamente confessarsi. Mantenendo però la dimensione di scaltrito linguaggio.

Nella culla chi regredisce mantenendosi "bambinone", e Pascoli lo fu all'ennensima potenza nevrotica, con la scusa di un lutto mai elaborato, può costruirsi dei limiti invalicabili: pena il disvelamento. Se poi è il male assoluto che genera e arma gli assassini tutto ciò diviene più accettabile che non inserire la morte in un reale contrasto di classe a fine ottocento. O affrontare i sensi di colpa introiettati non per la mancata protezione di Ida e Maria, (che ci fu ossessiva)  sopravvissute sorelle all'ombra mortifera espansa dall'omicidio sui cari, ma per non aver creato da uomo-virile una propria famiglia. Consegnandosi all'impotenza procreatrice e anche sessuale.

"X agosto" va bene, nel suo farsi preghiera, sia alla Chiesa (c'è il male-demonio  a reggere le sorti del mondo. Un po' meno il velato gnosticismo degli ultimi versi. Il male è vinto dal Cristo, sarà vinto dal Cristo) sia al moderatismo socialista umanitario (la violenza va contrastata con la rettidudine fino al sacrificio di sé senza ribellioni ai Principi Torlonia latifondisti autoritari); ma, se ci fosse soltanto questo, "X agosto" perderebbe ogni interesse, invece, e in Pascoli accade spesso, proprio la poesia salva se stessa in un processo di surrealtà onirico-simbolica. Da sogno  a occhi aperti. Qui lo fa nella sua valenza allegorica di pianto-rondine-croce che ben s'innerva (e parlando Pascoli anche i reali nervi non guastano) sulla dicotomia interno-esterno, il primo visto come positivo, una specie di conscio da indirizzare verso i buoni sentimenti, e l' esterno comparabile al brulicante Es. Cioè al mondo esterno che negativamente segna quanto è inconscio e dunque incontrollabile.

Senza questa breve constatazione del "nascosto" in Pascoli qualsiasi lettura-parafrasi  è pedissequa. Idealisticamente pedissequa.

 

 

 

X agosto

 

San Lorenzo, io lo so perché tanto

di stelle per l'aria tranquilla

arde e cade, perché sì gran pianto

nel concavo cielo sfavilla.

 

Ritornava una rondine al tetto: 

l'uccisero: cadde tra spini:

ella aveva nel becco un insetto:

la cena de' suoi rondinini.

 

Ora è là, come in croce, che tende

    quel verme a quel cielo lontano;      

e il suo nido è nell'ombra, che attende,

che pigola sempre più piano.

 

Anche un uomo tornava al suo nido:

    l'uccisero: disse: Perdono;

e restò negli aperti occhi un grido:

    portava due bambole in dono...

 

Ora là, nella casa romita,

    lo aspettano, aspettano in vano;

egli immobile, attonito,, addita

    le bambole al cielo lontano.

 

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi

    sereni, infinito, immortale,

oh, d’un pianto di stelle lo inondi

    quest’atomo opaco del Male!

 

 SINTETICA PARAFRASI

  

E' la notte di San Lorenzo. Viene sviluppata la concordanza al singolare dei verbi arde e cade. Rapidamente la stella cadente brilla, scompare, precipita. Come nel pianto non c'è rallentamento alcuno della lacrima, così il cielo inghiotte quanto l'ha attraversato. Volto-cielo. Il patetismo sentimentale della rondine arriva dritto, ma come depotenziato, dal tardo romanticismo degli Aleardi e dei Prati; la vittima ignara del male portava cibo come il padre portava doni. La rondine nella morte apre le ali come in croce (leggera forzatura, le ali le rondini uccise o prese a schioppettate le ripiegano verso le zampine) mentre i rondinini-bambini-in casa Pascoli attendono invano. Quarta e quinta strofa sono il lato da romanzo popolare, da feuilleton, di Pascoli. Efficacissimo nella sua dimensione teatrale e da tragedia contadina. Immagino la poesia recitata nelle corti lucchesi per le feste, nei teatrini popolari, con quanta enfasi venisse sublimata... nessun racconto della Caterina Percoto o della Carolina Invernizio potevano reggere il confronto.

Più complessa, e da metafisica gnostica quasi, la rappresentazione di una terra affidata al male assoluto, irridemibile, inestirpabile. La terra altro non è che un atomo sfuggente, sperduto nelle galassie, reso ancora più oscuro e impuro, dal male che lo sovrasta e lo intride. In una logica che resiste a tutte le luci possibili di stelle in brevissimo transito sulla sua rotazione insensata.

  

                                                                        Claudio Di Scalzo  

 


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