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Antonia Pozzi. Ti scrivo dal mio vecchio tavolo. Lettere 1919-1938/ 6.
04 Dicembre 2014
 

Caro Cervi,

ho letto stamattina la relazione di Guzzo al congresso di filosofia. Sono un po’ scossa ma non sto male. Cosa vuole: io non ho la forza di star male. Sì, potrò illudermi per qualche ora, come oggi, di non poter più vivere così, senza fede, senza religione, negando più per abitudine che per convinzione… Ma poi!... Che cosa vuole che nasca da questi pochi momenti d’ansia, se non una confusione sempre più folta che io, nella mia ipotesi intellettuale e morale, posso risolvere soltanto con una scrollata di spalle? Stasera sarà tutto passato. E allora, quando sarebbe il momento di mettermi con calma a pensare e sopratutto a studiare, io dimentico completamente l’affanno di poco prima: mi metto a guardare il cielo; penso che le stelle sono fitte come i battiti del mio orologio: per ogni stella un ticchettio. Mi esaurisco così, in una contemplazione superficiale e incosciente. Poi mi dipingo la scorza a tinte liliali: dentro rimango un torso di cavolo. Vede, Cervi: penso che è anche inutile che lei mi mandi dei libri: tanto non li leggo.

Non ho più la forza di fare niente sul serio.

Anche questo mio scriverle, cos’è, se non uno sfogo egoistico? Posso scriverle le cose più impure: sempre lei mi risponde con la stessa dolcezza silenziosa. Mai una svolta che m’abbia additato i miei errori. Le ho chiesto una parola d’aiuto nel problema vitale: lei me l’ha negata. Lei comprende che da sola non posso cercare niente. Che cosa vuole che concluda io sulla divinità di Cristo, se nessuno mi ha insegnato a crederci; se quando ero bambina ne ridevo e adesso mi sembra che non valga neanche la pena di pensarci? In uno dei miei fugacissimi risvegli, le ho chiesto, in nome della fraternità, di guidarmi e di stimolarmi, perché mi conosco bene e so che ho bisogno di uno sprone continuo per combattere la mia incostanza che mi fa dimenticare tante cose con una facilità spaventosa: lei mi ha negato il suo aiuto. In fondo, ha avuto ragione: io non sono né un’anima religiosa né una mente filosofica. Di filosofia, quando ne leggevo qualchecosa e lei mi era vicino, credevo di capirne un poco: ma oggi mi accorgo che non ci ho mai capito niente. Non so nemmeno cosa voglia dire immanente e trascendente: si figuri se penso a conciliarli! Credo che posso benissimo andare avanti così: qualche stella, qualche fiore, qualche poesiucola.

La mia pigrizia ne ha fin troppo.

Poi, quando resterò sola e avrò bisogno di trovare i miei morti in qualche luogo, allora troverò comodo di adagiarmi supinamente in una fede acquisita, di recitare l’imparaticcio, così, per consolarmi…

No, Cervi: non mi chiami più la sua buona sorellina. Che diritto ho io di essere chiamata così? Le voglio bene, sì: che importa? Lei è la mia vita: il pensiero di lei mi carezza l’anima, continuamente. Ma che vuol dire questo se io non conosco nemmeno il suo Dio; se non so nemmeno pregare per il suo fratello caduto? È meglio che lei mi lasci andare per la mia strada, con la mia incoscienza. Io galleggio come un pezzo di sughero: non posso scendere alla minima profondità.

Io = sonno + effervescenza. Mi lasci andare.

Non so nemmeno chiederle perdono di quello che faccio. Non piango neanche: non sono neanche triste.

Me ne vado pianino, come un pezzo di carne insensibile.

Mi lasci andare; e non sia triste, perché non val la pena.

 

Antonia Pozzi

 

 

 

Antonia Pozzi, Ti scrivo dal mio vecchio tavolo. Lettere 1919-1938

A cura di Graziella Bernabò e Onorina Dino

Con un saggio di Marco Dalla Torre e postfazione di Tiziana Altea

Ancora, 2014, pp. 392, € 26,00

 

6segue


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