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Dall'indice di Tellus
Renato Fucini, Tigrino. Da Tellus 27 a Tellusfolio.
Renato Fucini, ritratto con il cane
Renato Fucini, ritratto con il cane 
20 Aprile 2006
 
 
Come segnalato nel retro di copertina (che giudiziosamente ripubblichiamo) dell’annuario Tellus 27: “Dalla Torre pendente alle Alpi, viaggi e altri viaggi” fresco di stampa che sta raggiungendo le librerie valtellinesi e italiane, Tellusfolio nella sua rubrica dall’Indice di Tellus presenta quanto non rientrato nel volume. Inedito rapporto - qui sta la novità assoluta della rivista - fra la carta stampata e il web che il lettore può sperimentare sia acquistando il volume sia “sfogliando”, appunto, Tellusfolio.
Tigrino è un emblematico racconto di Fucini che racconta la selvaticheria e l’avventura del vissuto in un luogo inestricabile e divorante come il padule. Prima che li prosciugassero o che ne facessero, seguendo le direttive della Regina tecnica, dei parchi più o meno ben custoditi.
Il racconto è tratto da Nella campagna toscana, tre nuovi racconti. L’edizione utilizzata da Tellus è quella del 1908, le immagini sono quelle contenute nel volume. Gli altri racconti presenti nella raccolta sono “Castore e Polluce” e “Il signor Colonnello”. (cds)
 
 
Retro di copertina dell’annurio Tellus 27
 
Un annuario di viaggi reali e fantasiosi, mentali e terrestri, che ha due scansioni geografiche, due altezze, precise: il culmine della Torre pendente e le vette alpine. Nel tragitto compare il Campo dei Miracoli con i suoi marmi che stupirono Taine ed Hesse, il poeta Giovanni Bertacchi sulle tracce di Shelley a Viareggio e la sua lettera verso Istanbul per narrare la sua vita, l’uccellino azzurro in cerca di Paolo Fatticcioni e ancora il viaggio nel Cristo morto e tre dolenti del Mantegna. Alcuni viaggi sono la pubblicazione, in nuove traduzioni, di piccoli classici della letteratura: La Spedizione notturna attorno alla mia camera di F. X. De Maistre, il viaggio di Lenz sulle Alpi di Büchner, la Lettera di Lord Chandos di Hofmannstahl. Viaggio è anche quello dal web alla carta e dalla carta al web proposto da Baldino e Di Scalzo. Il racconto di viaggio è affidato agli scrittori Bigongiali e Pardi. Nella sezione dedicata alla Biblioteca Domestica, in nuova traduzione poesie di Coleridge, Baudelaire, Mallarmé. Alcune fotografie inedite di Pier Paolo Pasolini.L’Autoantologia del poeta Gilberto Isella con poesie e prose di viaggio concludono il volume. Sul portale www.tellusfolio.it l’Indice di Tellus che illustra gli anni della rivista quindicenne e pubblica quanto non rientrato nel volume, come il viaggio inventato da Fucini di Tigrino nel padule e quelli del Prigioniero di Chillon narrato da Byron; unitamente alla mostra in “Arte e dintorni” delle gallerie che si scambiano con la testata.
 
 
TIGRINO
 
Avevo sentito parlare di lui, ma non l’avevo mai incontrato.
Lo conobbi una fredda mattina di novembre, quando capitai per la prima volta in quella zona di padule che poteva dirsi il suo regno, quel padule dove egli era nato e dove, fino da ragazzo, campava esercitando insieme i due mestieri: di cacciatore e di pescatore.
Bella, robusta e nobile figura di galantuomo! Bastò che egli volgesse gli occhi verso di me per salutarmi, perché io provassi nel cuore un moto di simpatia che vi è rimasto incancellabile dopo tanti anni e dopo tanti avvenimenti che avrebbero potuto cancellarlo.
La sera di quel giorno, seduto davanti alla fiamma, in mezzo a un gruppo di padulani, nel rustico alberguccio dove ero ricoverato, parlai di lui ed ebbi ad accorgermi che i miei amici ed io non ci eravamo ingannati nel giudicarlo. Ogni parola, ogni frase, ogni racconto di quella pallida e fiera gente che mi stava dintorno era un inno alla dolcezza del carattere di Tigrino, al vigore della sua fibra, alla generosità del suo animo. E gli esempi venivano in folla e s’incrociavano sulle bocche impazienti di raccontare.
- Quando bruciò la capanna di Cerbone, a nessuno venne in mente che quell’uomo potesse esservi dentro, come infatti v’era. Dopo due notti passate insonni all’aspetto dell’anatre, nel cesto delle Lame, Cerbone dormiva come un tasso; e non erano stati buoni a destarlo né gli scoppii del bruciamento né il vocìo della folla che faceva schiamazzo lì intorno. A un tratto comparve Tigrino e, facendosi largo a gomitate, s’accostò alle fiamme e chiamò, con una voce che parve il muglio d’un toro:
«Cerbone!»
Nessuno rispose.
«Cristo, salvatore!» ruggì Tigrino. «Eppure ce l’ho visto entrare io due ore fa!» E imprecando ai vigliacchi che stavano lì a guardare senza far nulla, s’avventò all’uscio sgangherato, lo fracassò con un calcio ed entrò dentro.
Si udirono grida e bestemmie, e, in meno che non si dice, Tigrino ritornò fuori con la barba strinata e la giacchetta che gli prendeva fuoco, trascinando per il collo Cerbone, il quale, alla peggio, come gli era possibile, gli dava morsi alle braccia e pugni e calci come un indemoniato.
Avvoltolati in una pelle d’agnello e nascosti dentro la paglia dello strapunto, Cerbone aveva quattro fogli da dieci lire, guadagnati sa Dio con quante nottate al sereno, e non voleva esser salvato senza salvare anche quelli. Brucuò ogni cosa. Cerbone restò lì a strapparsi i capelli e a lamentarsi, con la faccia tra l’erba; Tigrino si buttò in un fosso a spengere il fuoco che gli lavorava addosso da tutte le parti e, dopo, fradicio come un pesce, andò via di corsa a farsi medicare le scottature.
La sera stessa, il Bimbo (Tigrino chiamava così il suo figliolo maggiore) andato da Cerbone che era rimasto arazzolare fra i tizzi e la cenere della capanna bruciata, gli consegnò, da parte di suo padre, un involto di carta, dentro al quale erano trenta lire, e, sempre da parte di suo padre, gli disse che avesse pazienza perché quelle altre dieci non ce l’aveva. Cerbone andò di corsa da Tigrino per rendergli le trenta lire; ma Tigrino non le volle.
«Pezzo di figuro!» gli disse Tigrino sorridendo. «O che demonio t’era entrato in corpo, stamattina?… Guarda che sdrucio m’hai fatto in questo braccio con cotesti dentacci gialli da cane affamato!… Vieni, entra in casa, beviamo un bicchiere di vino, e non se ne parli più». –
Il narratore, guardandomi attraverso al fumo della pipa,
– Vede? – mi disse – se a lei saltasse addosso la voglia di morire d’una schioppettata, vada da Cerbone a dirgli male di Tigrino, e, non abbia paura, quella voglia se la cava subito.
E un altro raccontò:
– Il sedici dell’ottobre passato finirono cinque anni precisi che Tigrino menò in padule un cacciatore novizio: un bel giovane biondo, un gran signore che pareva pazzo, quando gli dissero che il padule era pieno d’animali. Entrarono a sguazzo la mattina all’alba, e alle ventiquattro non s’era ancora visto tornare nessuno! Che sarà accaduto? Verso l’un’ora di notte ci mettiamo d’accordo in quattro e, col Bimbo avanti che ci faceva lume con una lanterna, via per il padule alla ricerca. Ma da che parte? Chi lo sa? Clorinda di Tigrino ci aveva detto d’averli visti sgambare verso la Callaia vecchia. Si va alla Callaia vecchia… nulla! Il Bimbo saltava i fossi come una lepre, e qualcuno di noi ci cascava dentro. Chiamiamo: «Tigrino, Tigrinooo!» Si sente il frullo di qualche animale spaurito, ma di Tigrino nulla! Si strepita, si fischia, e nessuno risponde mai. Allora io sparo una schioppettata e dico al Bimbo che tentenni la lanterna… Madonna santissima delle grazie! Il Bimbo lo sentì alla prima, e dopo lo sentimmo subito anche noi, il su’ babbo che, con una voce fioca che pareva lontana lontana, chiamava:
«Quaggiù, quaggiù negli ontani, siamo quaggiù».
Quel signore, quel bel giovane biondo, nel saltare un fosse, s’era scaricato lo schioppo in una gamba. Non gran cosa… s’era incocciato appena, ma tanto che bastasse perché da una vena rotta gli venisse il sangue a fonte. E Tigrino n’aveva tentate di tutte: con una pezzuola, con la cinghia dei calzoni, con quella dello schioppo, ma non era stato possibile stringere tanto la carne, da ristagnare quella polla di sangue. Gli riuscì finalmente, serrandogli il polpaccio con le dita; e tutt’e due erano lì dalle dodici di mezzogiorno: Tigrino a stringere ora con una mano ora con l’altra, per riposarsi, fioco dal chiamare e più morto che vivo dalla fame e dal freddo; quel signore, senza più conoscimento dal sangue perduto.
Tigrino c’insegnò come si doveva fare. Tre di noi si prese a braccia il ferito, uno pigiava la vena; il Bimbo ci faceva lume, e con lui che ci teneva dietro senza mai cavar gli occhi dalla ferita di quel signore, alla mezzanotte arrivammo a casa dove c’era già il dottore e due carabinieri amici di Tigrino, che, nel sospetto di qualche caso, erano calati in padule.
Non fu nulla. La vena fu allacciata pre­sto, e quel bel signore, ormai fuori di pe­ricolo, fu messo in un letto dove, dopo pochi minuti, stringendo la mano di Tigrino, chiuse gli occhi pieni di lacrime e s’addormentò.
Tigrino ci volle tutti a cena da lui, e quando si venne via era spuntata l’alba da una mezz’ora.
La mattina che quel bravo giovinotto partì bell’e guarito in compagnia di due signori che vennero a prenderlo con un’au­tomobile che pareva una nave, volle che Tigrino l’abbracciasse e lo baciasse; e, due giorni dopo, Tigrino si vide arrivare una bella lettera piena di bolli e di ceralacca, e dentro ci trovò la bagattella di mille lire tonde tonde. Le prese perché non poté farne a meno; ma non fu più lui fino a che non l’ebbe finite. Quelle donne di casa gliene raspollarono più che poterono per fare un po’ di biancheria nova e per il corredo di Clorinda che era sposa; il resto, meno quelli d’un bel fucile che comprò al Bimbo, sparirono in quanto si dice am­menne.
E tutti del padule se le godettero, meno lui. A Grillone ricomprò un barchino novo perché quello vecchio che aveva, rattop­pato e sganasciato, faceva acqua peggio d’un paniere. Al marito della Bellona, che da un anno non gli riesciva staccarsi la febbre d’addosso, gli regalò cinquanta lire; levò tutti i pegni dal Monte, eppoi... chi se ne ricorda di tutte? Desinari, cene e ribòtte che pareva ritornato il tempo della cuccagna.
Quando li ebbe smaltiti fino all’ultimo centesimo, Tigrino ritornò il Tigrino di prima. E con quella bella facciona gioiosa, che pareva un’aia piena di sole, alla su’ mo­glie che gli faceva il muso e lo copriva di rimproveri, schioccava certe risate che si sentivano da lontano un miglio.
«Citrulla, falla finita! » gli diceva. « Non che ora non abbiamo più pensieri! »
E parlando al suo cane: «Diglielo anche te, Argante, alla tu’ padrona, diglielo che è una citrulla e una paurosa.»
E il cane, a guardarla, a saltargli ad­dosso e a scagnare come una creatura che capisse.
– Questo è il nostro Tigrino, – con­cluse un vecchio ranocchiaio che mi sedeva accanto. – E senza di lui, in padule, non si fa nulla. Se c’è un malato, Tigrino lo vede e lo cura prima del medico; se c’è uno sposalizio da combinarsi, senza il parere di Tigrino non si move paglia; se c’è una lite d’interessi, Tigrino dà la sentenza, e non sbaglia mai. Tutti vogliono bene a lui, lui vuoi bene a tutti. L’onore è per lui un sacramento, la sua parola è un contratto davanti al notaio. Ma guai a non mantenere la parola data a lui! la medaglia si rovescia subito, e allora si vede che il soprannome di Tigrino non glie l’hanno messo a caso. Siamo amici da trent’anni, e lo conosco bene. L’ho veduto inbonaccia e l’ho veduto in tempesta. Nella bonaccia, una bambina lo guiderebbe con un filo di seta; nella tempesta... misericordia! un leone scapperebbe dallo spavento. –
La piazzetta della Pieve, dinanzi alla casa, era già affollata da una moltitudine variopinta e ciarliera. Nella nottata era piovuto a burrasca, ma, sull’alba, le nu­vole s’erano dileguate come per incanto, sfolgorava in tutta la sua magni­ficenza nella limpida e fresca profondità di quel bel sereno di maggio. Poche volte il giorno dell’Ascensione s’era presentato così promettente di salute e di gioia.
Chiusa da vari giorni la caccia e assom­mata la faccenda dei fieni, meno qualche vecchio e qualche ammalato, tutti ave­vano risposto all’invito di quel cielo e a quello delle campane che da una setti­mana squillavano a doppio; e dalle gronde del padule, rimaste quasi deserte, e dai colli vicini era un arrivare continuo di popolo che, alla spicciolata e in gruppi, accor­reva alla Pieve dove i preparativi della festa, con processione, tombola, luminaria e fuochi d’ artifizio, non erano stati da molti anni così sfarzosi e solenni.
Le due bande musicali, quella del Cerro e quella delle Piane, non erano ancora arrivate; ma, in lontananza, mescolate ai canti delle comitive, al frastuono delle cam­pane e al salmeggiare delle compagnie che giungevano processionando dalle parrocchie vicine, si udivano a intervalli le note dei passi doppi, che suonavano marciando verso la Pieve.
In un angolo della piazzetta, seduto all’ombra sopra una panca fuori del Caffè, Tigrino aveva preso posto per riposarsi dopo la gita; e di lì, posato in un canto il fucile e fatto accucciare il cane, sorve­gliava e dirigeva, scherzando e ridendo, una schiera di ragazzine e di giovinetti i quali, con grembiuli e panieri colmi, spar­gevano intorno fiori di ginestra e rappe di mortella e di timo, per preparare la fiorita dove la processione sarebbe più tardi passata.
Intorno a Tigrino facevano cerchio molti padulani, alcuni signorotti dei dintorni e i due carabinieri di servizio, i quali, in piedi e decorosi, guardavano di sotto ai loro alti pennacchi e, di quando in quando, sorridevano alle risate prorompenti sonore da quel gruppo in mezzo al quale Tigrino, allegro piùdel consueto, teneva cattedra, interrompendosi spesso per mandar fischi e voci ai ragazzi che spargevano qui troppo fitta e là troppo rada la fiorita.
Alle undici le campane dettero il cenno che la processione usciva di chiesa. Tutti si alzarono cavandosi i cappelli, e i due carabinieri corsero solleciti a mettersi al loro posto, uno di qua e uno di là, a fianco del baldacchino. E il lungo corteg­gio d’incappati, di ragazze, di spose, di giovinotti e di vecchi, tutti, secondo il sesso e l’età, vestiti a festa e carichi di seta, di trine, di grandi vezzi di corallo e di larghe buccole d’oro,incominciarono a sfilare attraverso la piazzetta e su per la strada delle colline in mezzo alla folla che inginocchiata gli faceva ala.
Tigrino, inginocchiato anch’esso in mezzo al gruppo dei suoi amici, guardava com­mosso la bella gioventù che passava, e ri­spondeva con un lieve sorriso e con qualche breve parola agli accenni di saluto che gli venivano ora da questo ora da quello. E alla sua figliuola sposa che gli passò da­vanti, quasi sfiorandolo col suo bel vestito dimussolina celeste, domandò sottovoce:
– E del Bimbo che n’è?
– Ci aveva da fare. Fra poco sarà qui anche lui. – Passava il Santissimo in mezzo a canti e incenso. Tigrino, scambiato uno sguardo di simpatia col Brigadiere e uno col Pievano, tiratore di beccaccini insuperabile, e fattosi il segno della croce, piegò umile la fronte sul pagliuolo della sedia alla quale era appoggiato.
Le due bande in quel momento tace­vano, e, tra le voci dei salmeggianti, si udirono vicini, giù sulla gronda del padule, due colpi secchi di fucile. Tutti si volta­rono di scatto verso quella parte, ma nes­suno si mosse; e la processione continuò il suo cammino.
I due carabinieri soli, datasi un’occhiata intelligente, abbandonarono il corteggio e si incamminarono solleciti verso il rumore degli spari.
Una mezz’ora dopo, quando la testa della processione era già rientrata in chiesa, si udirono voci concitate e si vide confu­sione di gente intorno ai carabinieri che in fondo alla piazza, facendosi largo, affrettavano il passo tenendo in mezzo a loro un uomo giovane il quale veniva innanzi affannato, volgendosi ora all’uno ora al­l’altro, con movimenti delle braccia agi­tati e supplichevoli.
– Dio eterno! che è stato? – gridò Tigrino, impallidendo e avviandosi bar­collante verso i carabinieri che tenevano arrestato il suo Bimbo, la pupilla degli occhi suoi. – Che è stato, signor Brigadiere? – E rimase, con la bocca asciutta e spalancata, a guardarlo.
– Niente, niente, Tigrino, – rispose il Brigadiere. – Una semplice formalità. Ve­nite con noi. – E si avviarono verso l’appalto, dove, dopo aver chiuso il Bimbo nel retrostanza, i due carabinieri tornarono nella bottega per parlare con Tigrino il quale, acca­sciato sopra una panca dove un amico lo sosteneva asciugandogli il viso fradicio di sudore ghiaccio, ripeteva come in sogno la domanda:
– Che è stato, signor Brigadiere ? che è stato? – Eppoi aggiungeva, stirandosi convulsamente la barba:
– L’onore! l’onore del Bimbo, l’onore della tua famiglia, povero Tigrino, dove sono andati! – E col sudore gli cola­vano fitte le lacrime.
Il Brigadiere, fattogli prima coraggio accarezzandolo, cercò di consolarlo, rac­contando:
– Quelle due bòtte, ora, in tempo di divieto, le aveva sparate un cacciatore di contrabbando, il quale, probabilmente an­che senza porto d’ arme, appena ci ha scorti da lontano, si è buttato alla fuga. Noi, dietro, a rincorrerlo, ma, dopo poco ci siamo fermati perché, avendo egli incontrato il vostro figliuolo che veniva verso la Pieve e avendo scambiato con lui un saluto e qualche parola, abbiamo pensato: “Lui ci dirà il suo nome”. Ma il suo nome non ha voluto dircelo, e noi, per il nostro do­vere, abbiamo dovuto arrestarlo.
Gli occhi di Tigrino mandarono un lampo di speranza, la sua faccia riprese improv­visamente il colore della salute; e, alzan­dosi ardito e sicuro, domandò al Briga­diere:
– Ma dunque, se il Bimbo parla, voi lo lasciate subito libero e me lo ren­dete?!
– Se il vostro figliuolo ci dice il nome del fuggiasco, appena compiute le de­bite formalità, voi lo riavrete libero al­l’istante.
– Se me lo giurate, a far parlare il Bimbo ci penso io.
– Tigrino, siamo soldati e siamo amici vostri!
– Lo so, e conto sulla vostra parola. E ora fatemi discorrere con lui, e vedrete che parlerà. – E si avviò, certo del fatto suo, verso la stanza dentro alla quale era stato rinchiuso il suo figliuolo.
Dinanzi all’appalto s’era intanto radu­nata una gran folla che rumoreggiava, in­certa di quello che accadeva dentro. Alcuni animati da indignazione e da curiosità, avrebbero voluto entrare; ma i carabinieri li respingevano bonariamente, pregando di star calmi e assicurando che tutto sarebbe finito presto e bene. Il solo Pievano, che accorse frettoloso senza essersi ancora spo­gliato del camice e della cotta, fu lasciato entrare. E fra lui e il Brigadiere si accese un colloquio rapido e agitato, nel quale alle parole che il prete ripeteva insisten­temente: «Voi scherzate con la polvere! Voi non conoscete quell’uomo; arrestandogli quel ragazzo, avete commesso un’im­prudenza che, Dio non voglia....» si udiva rispondere: «Era il nostro dovere.... Siamo addolorati quanto lei.... Tutto finirà per il meglio.»
Tigrino tornò presto nella stanza, rag­giante di gioia; e, tirato da parte il Bri­gadiere, gli sussurrò poche parole nel­l’orecchio.
– Ah, dunque non m’ero ingannato! Dunque era lui, era il Faina! So dove agguantarlo. Grazie. Bravo Tigrino!
– E ora, lei me lo rende subito il figliuolo?... e ora?... – A un cenno negativo del Brigadiere, Ti­grino si coprì un’altra volta di pallore mortale. Si tirò indietro con ribrezzo e, fissando due occhi di belva negli occhi del carabiniere, borbottò con voce ghiac­cia e cavernosa:
– Me l’avevi giurato!... L’onore della mia famiglia!... La vostra parola!...
Il Brigadiere cercò di persuaderlo facendogli intendere che quel subito voleva dire: dopo le formalità di legge. Lo assi­curò che era questione di ore e che, subito dopo un breve interrogatorio davanti al Pretore, il Bimbo sarebbe ritornato a casa sua.... forse avanti buio.
Tigrino era smarrito, e, fuori della pro­messa avuta, non capiva nulla.
– No, non me lo porterete via quel ragazzo innocente.... non me lo porterete via, in mezzo a voi, come un malfattore! – Attese qualche istante, guardandosi bieco d’intorno come un cignale fra i cani, e, non avendo risposta, si morse a sangue una mano, gorgogliò nuovamente: «Me l’avevi giurato!» e si allontanò buttando da parte, a ginocchiate e a spinte il prete e gli amici, che gli si serravano addosso per trattenerlo e per farlo capace del suo malinteso.
I carabinieri, subodorando qualche cosa di sinistro, furono solleciti ad allontanarsi, menando seco il giovinotto arrestato; ma, appena usciti all’aperto, sentirono tumulto alle loro spalle e udirono partire dalla folla che li seguiva un urlo feroce e le parole: «Anche Tigrino ha giurato, e la sua pa­rola Tigrino la mantiene!»
Il Brigadiere si voltò rapidamente, ma una schioppettata a bruciapelo lo prese in pieno petto, e cadde senza fiato attraverso alla via. L’altro carabiniere si slan­ciò addosso a Tigrino per agguantarlo, ma non fu in tempo. La seconda canna lo stese freddo accanto al suo superiore.
 
Da dieci anni Tigrino più non combina matrimoni e più non regge i figli dei suoi giovani amici ai fonte battesimale della Pieve; non più il suo cuore generoso ri­porta la pace tra le famiglie in discordia né più la sua bella voce empie di rac­conti le lunghe veglie invernali. La sua casa pare la casa dei morti; e la gente che passa, volgendosi addolorata a quelle finestre chiuse e cadenti, o posando lo sguardo sopra una barca imporrata e ca­povolta sulla ripa, esclama, sospirando:
Povero Tigrino!
 
 
Renato Fucini nacque a Monterotondo in Maremma l’8 aprile 1843 e morì a Empoli il 21 febbraio 1921. Fece battere i suoi empiti giovanili per i movimenti liberali. Figlio di un medico sostenitore dell’unità d’Italia, come il padre di Carducci, venne tentato più volte di mettersi in relazione con il grande vate per scambiarsi genealogie e influssi. Ma il grande compaesano evitava e glissava. Su suo padre Carducci custodiva un terribile segreto. (Ne riparleremo su uno dei prossimi Tellus). Fucini scrisse in vernacolo, fece molti mestieri, compreso il maestro e l’ispettore scolastico. Villari, con la sua inchiesta, gli diede molto lavoro e occasione di viaggi nel Mezzogiorno. Scrisse i racconti de Le veglie di Neri nel 1889. Verismo e selvaticheria toscana nei suoi protagonisti contraggono il suo stile. Poi se la prese comoda per molti anni scrivendo altri, brevi libri, come Foglie al vento (Postumo, Editrice La Voce, 1922) e Nella campagna Toscana (1908). In quest’ultimo libro compare Tigrino. Specie di Homo selvadego da padule.

Foto allegate

A. Faldi, illustrazione per Tigrino
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