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Dall'indice di Tellus
Salvatore Farina: Lucca, Pisa, Lecco.
Salvatore Farina
Salvatore Farina 
24 Novembre 2006
 
Lo scrittore che oggi è ricordato soltanto perché destinatario di una breve lettera di Giovanni Verga premessa a L'amante di Gramigna in Vita dei campi, fu uno scrittore di grande talento per i ragazzi come si diceva allora. Il suo Libro dei paesi incantati fu a lungo un successo editoriale, e su Tellus 27, Dalla Torre Pendente alle Alpi doveva andare l'incontro che ebbe con due città toscane e una adagiata su quel ramo del lago di Come che lui chiamo Lago di Lecco. Questo trittico compare ora su pagine elettroniche. (Claudio Di Scalzo)
 
 
QUEL CHE MI DICONO LUCCA E I LUCCHESI
 
Avevo viaggiato tutta notte. Sceso a Pisa, non potendo cacciarmi nel letto d’un albergo vicino perché erano le tre battute e ribattute e dopo un’altra ora dovevo pigliare il treno Pisa-Firenze, mi buttai sopra un divano in sala d’aspetto. E non dormii. La luna, un lunone pieno, si affacciava ogni volta che un viaggiatore frettoloso spalancava un uscio per andarsi a buttare sopra un altro divano. Il gas, al paragone della luna, non faceva buona figura, quella mattina; la sua era una fiamma povera, che metteva ombre maggiori del vero dietro le gambe torte e tozze dei divani.
Alle quattro e mezza il treno era pronto, ed io entrai in vettura facendomi precedere dalla mia valigia, che in quell’ora di Pisa mi aveva servito di guanciale senza darmi nemmeno un pisolino.
Il breve tratto di via tra Pisa e Lucca posso dire d’averlo passato allo sportello del vagone, accompagnandomi col faccione tondo della luna piena, che dietro la vetrata sembrò fare il medesimo viag­gio con me.
E che sogni belli in quella mezz’oretta!
Lucca! gridò una voce sotto la tettoia. Io scesi subito, feci portare la valigia al deposito dei baga­gli e fui libero, armato solo d’un ombrello inutile. Mi guardai intorno. Dove non penetrava l’albore lunare, tutto era buio nelle cose intorno e nell’ani­ma mia. Quasi non conoscevo Lucca, che in quel momento era tutta per me.
In un giardino in faccia alla stazione si alzava un breve zampillo d’acqua; le case e le vie baciate dalla luna avevano sembianza di altre case e di al­tre vie, che già mi si erano aperte nel sogno.
– Da che parte si va? domandai al guar­dia-sala, ed egli sonnecchiando ancora mi doman­dò: - Per dove? – Per non sbagliare risposi:
Per il centro di Lucca. – A mancina... passi la Porta S. Pietro... incontrerà i gabellieri; prosegua nella via che si affaccia e tiri dritto, si troverà in Piazza Grande.
Io cosi feci. Rasentate le case d’un viale, eccomi a una porta trifora; due androni laterali stretti, devon servire ai pedoni; quello del mezzo è più ampio, servirà ai veicoli.
Ma non essendovi pedoni né carri a disputarmi il passo, io penetro in Lucca per la via più larga. Un gabelliere, che si scalda al focherello d’un bra­ciere, mi guarda appena. – Buon giorno, – dico io, ed egli ripete: – Buon giorno. – All’uscire dal­l’androne la luna che ha vegliato tutta notte con me mi è rimasta fedele e sembra aprirmi il passo per le vie mute della città. Per tutta un’ora non passa anima viva. Una volta sola (dopo aver interrogato un marmoreo Garibaldi solitario, che nel canto d’u­na gran piazza quasi mi pare non dovrà mai udire l’inno suo gridato da una gente che ora dorme) mi incontro in un mio simile, che non mi guarda nem­meno perché è tutto intento a frugare nella via ab­bandonata. Dico a me stesso che così pure frugo io; frugo nelle vie dell’anima, nei sentieri smarriti del ricordo; e quando nell’ombra vedo luccicare qual­che cosa, mi dimentico della luce del gas e della luna piena, e mi pare oro.
Le mie peregrinazioni mattutine mi portano in faccia a un’antichissima chiesa, che ha la facciata di ricco marmo. Saprò fra poco essere quella la cat­tedrale di S. Martino, che, sebbene ritoccata e riadorna più volte nei secoli, ancora ricorda il suo na­tale del mille. Questa cattedrale però non sorse nel tempo preciso che si temeva il finimondo, ma ses­sant’anni dopo; e certo sorse per i quattrini dei la­sciti di quei devoti, che di buon grado regalavano a Dio il loro bene terreno per accaparrarsi un bel posticino in paradiso.
La cattedrale, come tutte le altre chiese, come tutte le case di Lucca, è chiusa ancora. Fra po­co potrò vedere e toccare che l’interno è ricco dei quadri bellissimi di Niccolò da Pisa, del Passigna­no, dello Zuccari, del Tintoretto, di Gian Bologna, di Daniele da Volterra, di Fra Bartolomeo e di altri e altri che furono la gloria della pittura religiosa.
Poi lungamente mi arresto dinanzi alla ricca facciata costrutta nel 1188, restaurata nel 1442; e allo splendido campanile incrostato di marmi... Ma nessun portone di Lucca m’invita ancora; e il mio pensiero sta per perdersi ancora nelle remote vie del passato, quando finalmente si apre l’antica basilica di S. Frediano per la prima messa. Ed io vi penetro.
La basilica antica è del VII secolo; ha tre navate, e nel buio rotto appena da poche luci di candele, mi appar solenne. Questa solennità è cre­sciuta dall’antico battistero, antico così da risalire al tempo che i neonati eran fatti cristiani con l’im­mersione totale dei loro corpicini.
E appena S. Frediano mi ha lasciato, vedo Luc­ca aprire finalmente i suoi bar,in uno dei quali mi caccio per sorbire il caffè caldo.
Il più gradito spettacolo offertomi da Lucca è la sua aurora. La luna non tramonta, solo si oscura nel nuovo albore; il sole, non affacciato per anco, si apre la via col venticello fresco, che mi saluta all’u­scita dal bar.
Io me ne vo subito alle famose mura, le quali furono già poderosi baluardi della città, e ora son fatte un anello di passeggiate e di giardini che cin­ge tutta la città. Anello di ben sette chilometri, lun­go il quale mi sento colto da un’idea curiosa. Ed è questa: la fragilità delle umane cose mai non m’apparve con tanta evidenza come allo spettacolo di quelle mura paurose, che ogni tratto si ripiegano, rientrano quasi in se stesse per meglio celarsi, per meglio offendere; or ora da uno spiraglio nascosto agli assalitori, usciranno i difensori di Lucca asse­diata, a dar breve battaglia ai soldati obliosi, sgo­minandoli, trucidandoli; e altri archibusieri, ripa­rati dai merli delle mura, proteggeranno la loro ri­tirata.
Or quelle mura enormi sfideranno i secoli av­venire senza minacciare mai più anima viva; non difenderanno la città; solo, per sentieri fioriti, per viali d’ippocastani e di tigli, apriranno la via all’amore tranquillo da cui Lucca avrà lucchesini al­l’infinito. Oltre quelle mura o giardini già si ergo­no casette ridenti sparse per la bella campagna. Son l’opera dei così detti americani (lucchesi anco­ra) i quali tornati dal nuovo mondo dell’Argen­tina, del Paraguay, han voluto farsi un altro nido lucchese coi propri risparmi.
 
 
L’IMPERTINENZA D’UN POETA GRANDE
 
– Ecco Pisa! – grida il nostro chauffeur, che ci porta in Toscana.
Labor, preso dal suo Dante, e in ispecie dal Conte Ugolino, aggiunge sommessamente:
 
Ahi Pisa, vituperio delle genti
Del bel paese là dove il sì suona!
 
– Ma che sia proprio il vituperio?
– A me non pare, – gli rispondo, – ti spiegherò poi.
E quando lo chauffeur è lontano, mi spiego meglio con Labor e coi suoi fratelli; dico che qual­che volta Dante, essendo un poeta impulsivo, piglia fuoco come un zolfanello. Il fattaccio del Conte Ugolino, chiuso coi figli suoi in una muda, a morirvi di fame tutti quanti, meritava bensì l’ira d’un poe­ta, però a patto di sfogarla solo col vero malfatto­re, non di mettere tutti i pisani in un fascio, nella stessa acqua torbida dell’Arno, per avventare so­vr’essi questo malo augurio:
 
Muovansi la Capraia e la Gorgona,
E faccian siepe all’Arno in sulla foce
Sì ch’e gli annieghi in te ogni persona.
 
Artalo sa anch’egli il suo Ugolino e non gli par vero di soggiungere con accento di trionfo, dan­do un po’ di ragione a Dante:
 
Ché se il conte Ugolino aveva voce
D’aver tradito te delle castella,
Non dovei tu i figlioi porre a tal croce.
 
Tutto questo, detto in versi ben rimati, come sapeva fare il cantore ribelle, sta quasi bene. Però, ricordatelo, piccini cari, la giustizia si fa in pro­sa. Il poeta ha tutte le ragioni se avventa l’ira sua contro l’arcivescovo Ruggeri e i guelfi della sua parte, ma quando vuoi fare a tutti i pisani senza distinzione il male fatto dai partito nero ai figli del conte Ugolino, ha torto marcio.
– È poesia! – dice ingenuamente Fanuccia, e dice Iolao così pure.
Io sorrido, e per non darmi vinto da quel che si suol dire, correggo: – È spirito di parte, non poesia. Per quanto Dante protesti qua e là di essere uno che fa parte per se stesso (che è quasi dire per amor di giustizia) egli è talora un uomo di parte ch’esso. Non invitò forse, in un cattivo giorno d’e­silio, l’imperatore Arrigo VII di Germania perché venisse in Toscana a distruggere la madre esecrabile? Ed era sua madre quella madre, – era Fi­renze!
– Ha fatto questo?
– Per lettera lo ha fatto. Ben inteso egli s’in­tendeva dire di voler distrutti soltanto i neri di par­te guelfa, niente altro.
E ora vediamo Pisa, a convincerci che non è “il vituperio delle genti” una città che illustrò l’Italia e il mondo; che, dopo essere stata nobilissi­ma parte della vita etrusca, nel secolo undecimo si resse a repubblica e fu padrona del mare con Ve­nezia e Genova, che sconfisse i Mori saraceni in Si­cilia, in Sardegna e nelle coste dell’Africa; che nel­le Crociate combatté animosa per la cristianità, e che senza dubbio, fra le tante città toscane, fu la primissima fin che i Genovesi ne ebbero fiaccato la forza marinara, frangendone prima le navi allo scoglio della Meloria, poi ostruendo e colmando il porto.
A dire ai posteri le tante belle imprese di Pisa audace sul mare, ogni suo fasto storico fu segnala­to da altre grandezze. Sorsero così i più splendidi edifizi; e ben si potrebbe affermare che la cattedra­le pisana fosse l’annunzio di una nuova vita del­l’arte. La meraviglia del Duomo (cominciato nel 1063 sopra gli avanzi d’un tempio romano, per l’o­pera di un pisano nativo, ma greco d’origine: dell’architetto Buschetti) ci mostra un’architettura tut­ta sua, e quasi vorrei dire con un’antitesi stupefa­cente: la barbarie greca.
Questo tempio sacro è foggiato a croce latina con cupola, ed è ricco dei più bei marmi. Ha un esercito di colonne, che sulla facciata si presentano sovrapposte in cinque belle schiere; e son colonne di marmo eletto. Nell’interno altre colonne nume­rose sono di granito orientale. Il bronzo delle splen­dide porte mostra i bassorilievi di Gian Bologna; e quelle che dovrebbero essere le pitture della cupo­la sono invece mosaici, a destare lo stupore degli intelligenti.
Il Battistero, a pochi passi dal Duomo, costrut­to un secolo dopo, ha grandioso aspetto esteriore ed è ricco di marmi; all’interno, oltre alla preziosa tappezzeria marmorea, ha un gioiello celebre; il pulpito esagonale sorretto da sette colonne, opera d’un grande: Niccolò Pisano.
La Torre pendente, costrutta dopo la cattedra­le e il Battistero, è alta ben 50 metri, e si decora di sei ordini di colonnine sovrapposte. L’inclinazio­ne non lieve di questa torre, che è poi un campa­nile, non deriva da nessuna artistica stravaganza, come si provò a credere una critica fantastica, ma semplicemente dipende dal fatto che il terreno ce­dette sotto la mole. Quel difetto, or che è accertato non essere una minaccia, è quasi un pregio, anzi sicuramente è un pregio per la gente umana, la quale sempre io vidi innamorata d’un bel difetto.
Galileo fece poi servire l’inclinazione del cam­panile di Pisa per studiare le leggi della gravità: ciò che dà un altro storico vezzo a quella torre dell’e­quilibrio.
Ultima delle quattro meraviglie chiuse nel re­cinto della piazza sorse, nel finire del XIII secolo, il famoso Camposanto, che si presenta all’esterno con 43 arcate e all’interno con 62, sorrette da sessantasei pilastri, separati da altri più piccoli archi con altre colonnine.
Mi fu detto che la terra del Camposanto fu por­tata espressamente da Gerusalemme, e così dicendomi si pensava di ferire la mia immaginazione. E per verità l’ha ferita, ma in diverso modo: pensai che le galee avrebbero potuto impiegare il loro tem­po assai meglio che a trasportare alla terra pisana altra terra più santa; anche pensai che tutta la ter­ra è santa, a un modo medesimo, quando copre, nasconde, fa dimenticare l’antico umano dolore.
Pisa ha altre venti chiese e un gran numero di palazzi insigni; ha una Loggia dei Mercanti, ha l’Università (una delle più antiche d’Italia) e ha mura vetuste, ponti vecchi e nuovi sull’Arno, e parecchie torri. Però una torre non l’ha più: appunto la Tor­re della fame, quella del Conte Ugolino, che sorge­va un tempo in piazza dei Cavalieri. Ma Pisa, so­prattutto, ha il Lung’Arno, a spartire la città, che, dopo essere stata l’albergo di 120.000 abitanti, og­gi si accontenta di averne poco più di 27.000.
La famosa luminaria di Pisa si faceva special­mente sull’Arno. Se do fede a un vecchio libro, quella luminaria celebrata faceva somigliare la cit­tà a una montagna di fuoco; le facciate di ogni casa, i campanili, le cupole ornate di vetri luminosi davano all’occhio uno spettacolo magico.
Gran peccato, dico io che son piccino, gran peccato che il vituperio delle genti non abbia man­tenuto tutto quello che al mondo sembrava promet­tere! Furono i Genovesi del 1284 a fiaccare le ali dell’aquila pisana. Ma anche dei vendicatori invo­cati, Dante aveva detto male.
– Te li ricordi, Labor, i versi della Divina Commedia, dove si parla dei genovesi uomini di­versi… e pieni d’ogni magagna? Se non isbaglio, il divino cantore finiva la sua terzina così:
 
Perché non siete voi dal mondo spersi?
 
– E nemmeno tu, Artalo, li ricordi?
Tanto meglio. Perdoniamoli al Grande, che li scriveva in un giorno di malumore, al Grande, che a quest’ora si è pentito sicuramente di averli scrit­ti.Pensiamo insieme questa sola prosa veritiera; pensiamo che l’uomo, in ogni luogo e in ogni tem­po, sempre somiglia a se stesso... perché, non pare, ma tutto il mondo è paese.
 
 
LAGO DI LECCO, OCCHIO DI CIELO
 
Stavolta la mamma vostra vi affida a me. Noi siamo finalmente insieme, piccini cari, e da questo lembo beato di Brianza, penetriamo nella valle del­l’Adda.
Credete a me che un bel po’ di mondo l’ho visto, credete non vi ha forse una piaga più at­traente di questa in Italia e in Europa. Altre mera­viglie hanno i monti, che arditamente cacciano il capo nelle nuvole a interrogare il sole nascosto alla povera gente della pianura; che talora vi afferrano e vi fanno battere il cuore con la minaccia dei pre­cipizio, oppure vi trattengono perché vi han chiu­so di fronte e alle spalle ogni porta e han cancella­to i gradini, che vi promettevano fra poco la vetta. Altre meraviglie ha la marina, che talora spinge u­na lingua di terra nell’acqua cheta, e a ogni momento apre una insenatura che par che rida delle impetuose collere dell’onda vana. Ma uno spetta­colo come quello che avevamo sott’occhio, una ter­ra così lieta, un’acqua così mormorante divine pa­role non li incontreremo forse mai più altrove, vi­vessimo cent’anni.
Io mi sovvengo che, partito di qui (dal porto di Lecco che è di qui poco distante) quando ebbi passato il ponte di dieci arcate, che nemmanco con­tai quella volta, ed ebbi lasciato alle spalle il Barro, piccolo monte amico mio, dove me ne vivevo da due mesi; non degnate forse d’un’occhiata le due Grigne severe, il Resegone bizzarro e questa valle superba (guardatela bene, Albertuccio e Savi­na, questa valle superba, che vince il confronto dei rinomati parchi di Londra, dove l’uomo ha adunato tutto quanto meglio potesse dar piacere a un altro uomo) io mi sovvengo che, fatto un lungo viaggio, toccato Ginevra, Lione, Parigi, traversata la Mani­ca, perdutomi nella nebbia raminga di Londra enorme, ammirato due esposizioni mondiali, fatto tutto quanto m’ero proposto di fare e anche un po’ di più, bevuto con gli occhi tutte quelle che dovevano essere le mie meraviglie nuove, quando mi trovai un’altra volta proprio qui, passata la chiesa di Ai­runo, dove la maliarda natura comincia la sua espo­sizione eternamente bella, dissi a voce alta a me stesso, lo dissi per risvegliarmi se mai fossi stato ancora un po’ sonnecchiante, dissi “che la fatica fat­ta, il tempo consumato, il danaro speso nel lungo viaggio, meritavano di essere consumati e spesi so­lo per affacciarmi alla vecchia meraviglia, che ora è intorno a noi”. Questa meraviglia l’avevo avuta sott’occhio innanzi di partire, mattina e sera, ogni giorno!
E tutto quello che ora vi piace tanto, a mezzodì avrà un altro aspetto, e sarà bellissimo anco­ra; la Grigna aspra e il S. Martino, che in questo momento si affacciano in un velo roseo che a mez­zodì sarà trapunto d’oro, nel meriggio saran così limpidi, da farvi credere che possiate toccare ogni cresta di monte con le vostre dita; e prima che tra­monti il sole, i picchi, le balze e il lago si cingeran di azzurro e di viola, e la notte ancora vi sembrerà in questi luoghi non paurosa, divina...
Entriamo ora nella città gentile. Noi vi pene­triamo dalla stazione ferroviaria, e appena affaccia­ti alla piazzetta gaia, ecco ci trattiene una testa bel­la d’una bontà serena, sotto il cappellacio a lar­ghe tese. Costui è l’amico mio Antonio Ghislan­zoni, l’autore non dimenticato interamente degli Artisti da teatro. Il poeta dell’Aida è nato qui; al tempo che me ne volli andare la prima volta per il mondo, nel 1879, egli abitava una casetta al Porto, a pochi passi dal ponte di dieci arcate, dove il lago di Lecco si fa il laghetto di Pescarenico, e questo poi si fa l’Adda, per andarsene al Po, per andarse­ne entrambi al mare.
Una via lunghetta, per lieve china, ci porta al­la piazza, al teatro e alla riva del lago. In quel tea­tro io col Ghislanzoni assistei alla prima rappresen­tazione della Reginella del comune amico maestro Braga. Or se mi arresto a guardare un poco le fal­de del monte Barro, quasi mi sembra di scorgere la piccola via tortuosa con siepi naturali di gelso­mini in fiore.
Per quella via passava un giorno l’ epitalamio d’un gran morto, di Amilcare Ponchielli e della sua compagna ridente, Teresina Brambilla. Li ri­vedo a braccetto, sposi d’ieri, sognanti la felicità che sempre è null’altro se non il desiderio che for­se verrà per un minuto per poi scomparire per sem­pre, lasciando al rimasto dei due la memoria. E che altro è la memoria se non un nuovo desiderio ardente?
Nella maggior piazza notiamo il bel monu­mento di Alessandro Manzoni, il quale passò in Lecco parecchio tempo della prima sua giornata. Qui egli pensò i suoi Promessi Sposi, fece qui vive le sue persone.
I luoghi descritti nel celebrato romanzo die­dero molto da fare ai commentatori, i quali non sep­pero mai comprendere una cosa semplice... perché era troppo semplice: cioè che il romanziere non ha bisogno eccessivo di riprodurre tutta quanta la verità.
Purché chi novella dia la rassomiglianza del vero, è in perfetta regola. Che se egli volesse fare così troppo bene da permettere a qualsiasi lettore di trovare ogni pietra della casa, ogni filo d’erba della campagna, il romanziere tanto rimpiccioli­rebbe l’opera sua da non farla piacevole a nessu­no; col pretesto di verità, tanto la sformerebbe che nessuno più si darebbe la briga di riconoscerla.
Perciò molti novellatori usano tacere il nome dei paesi; altri ne fingono i nomi. Quando il Manzoni mette a Pomerio il castello di Don Rodrigo, quando ad Acquate fa vivere Lucia e fa sorgere dalle fondamenta il convento di fra Cristoforo aPescarenico, egli sa bene il fatto suo; perché i luoghi bensì sono la verità, ma i personaggi almeno sono la finzione, della quale (e non crediate che io stia per dire una eresia) della quale ha bisogno l’arte per meglio esprimere il vero.
Savina si domanda quasi sottovoce: “La verità ha bisogno della bugia?”
Io le rispondo: - Cresci un altro poco e saprai forse che tutto nella vita sembra vero ad un modo medesimo, e che tutto nella vita è a un medesimo modo ingannevole.
Sorge a Lecco un altro monumento, ed è quello di un geologo acuto, di uno scrittore soave: lo Stoppani.
Come vedete, questa città piccolina non è data tutta all’industria delle sue sete, dei suoi cotoni, dei suoi fili di ferro e di altre sue ferramenta, ma sa apprezzare l’arte, sa amare i suoi concittadini meritevoli, e sa la gratitudine per darla a chi le rende onore con un romanzo non perituro.
Il lago di Lecco propriamente si arresta alla punta di Bellagio; più oltre l’acqua muta nome; un braccio di lago sarà il lago di Como, l’altro braccio se ne andrà fino a Colico. Di queste tre braccia di lago io più amo quello di Lecco, perché esso meglio mi parla col suo silenzio sublime, con le sue vette che paiono accennanti al cielo. Altri preferisce il lago di Como perché ricco di ville, perché affollato di villeggianti, perché più sportivo. Noi ci por­tiamo con una barca a un punto dove vediamo i tre bracci di lago a un tempo; dove Bellagio sfarzoso, dal suo piccolo greppo, guarda Menaggio più fac­cendiero; dove oltre Colico si affacciano lontane le montagne svizzere e le terre feconde di luppolo, do­ve Chiavenna ci offre birra italiana ancora.
 
 
VALSASSINA
 
Accanto a Lecco si apre la mirabile Valsassi­na, la patria del cacio famoso, che da gran tempo ha trovato il mercato di Londra, col quale arricchi­sce quella terra di paradiso. Arrampicandoci lungo la valle famosa, troviamo Laorca, i due Ballabio (inferiore e superiore), Balisio, Maggio, Barzio, Pasturo, Introbio, Primaluna, Cortabbio, Tartavalle e Taceno. Quest’ultimo, per un’opera assai bella e pratica da poco compiuta, si lega a Bellano; così la Valsassina si perde nel bel lago di Como, e pro­priamente nel braccio di Colico.
Appunto a Bellano qualche alpinista più ardi­to si prova alla salita della Grigna, che da quel luo­go è più malagevole. Ma l’alpinista pratico prefe­risce la via più facile, che ancora è difficile; e fa l’ascensione per Pasturo. Io così feci. Il babbo vo­stro, nipotini cari, aveva compito i dieci anni, ed ero io nel mio trentaquattresimo. Fa il tuo conto, Alber­tino; avevo dunque trentaquattr’anni quando per la prima volta mi affacciai a queste valli dolci, custodite dai più severi monti. E mi ricordo una notte del 1881 passata in comitiva lieta a Pasturo aspet­tando il cielo serenato da poterci avviare alla Gri­gna, paurosa allora che era poco avvicinata dagli sportisti. Un calzolaio, o forse un maniscalco, era venuto a ferrare le nostre calzature, e la pioggia non smetteva. Ci provammo a dormicchiare, e o­gni tanto taluno di noi svegliava l’altro per dargli il tristissimo annunzio che la pioggia scendeva an­cora.
Al sorgere del sole mancò il sole. Ma la piog­gia era sempre nostra compagna. Che avreste fatto voi in simil caso disgraziato? Noi facemmo cola­zione, e a tardo mattino ce ne tornammo in carrozza a Lecco e di là a Maggianico.
Io, sotto la pioggia indefessa, avevo almeno co­nosciuto Pasturo.
Tornato a queste valli, con voi Savina e Alber­to, forse mi accompagnarono le anime buone de­gli amici d’allora. In quel tempo li avevo lasciati a Maggianico. Si chiamavano Antonio Ghislanzoni, Amilcare Ponchielli, il maestro Gomez, e una don­na cara, la madre dei miei figliuoli... e di me stesso un poco: la nonna vostra. Ed eran forse lieti tutti di unirsi in ispirito a me nell’attraversare questa vallata magnifica, da Lecco a Bellano.
In non lontani giorni anche la Valsassina fu trattata male dall’uragano.
Io, spiato un momento che mi parve buono, già ero sceso dall’altura di Barzio fino a Introbio, che aveva il suo ponte intatto all’ingresso del pae­sello; e intatto era pure un antico ponte, forse medioevale, postosi al servizio di una vecchia strada mulattiera. Su quel ponte ero passato anch’io per avvicinarmi al monte, e ricercare, oltre l’officina e­lettrica alimentata dalle acque della Troggia, ap­punto la cascata che le guide da gran tempo mi a­vevano vantato. Ma per l’ora tarda, più per la prolungata siccità, si fece la notte intorno a me; la ca­scata della Troggia se ne rimase il desiderio mio. Poi si erano aperte le cateratte del cielo, e i fulmi­ni fecero spietata concorrenza all’officina elettrica. Ma un dì, implorato un momentino il cielo, mi avventurai a ritentar la prova. Erano giunte fino a me le dolorose notizie di gravi danni patiti dalla Valsassina per l’infuriare delle recenti piogge.
A Introbio, che poteva sembrarmi cancellato dalla geografia, fui lieto di vedere il ponte d’ingres­so rimasto incolume. La furia delle onde precipita­te dal monte, invano si era provata a scalzare un pilastro; tutta l’opera sua malefica si era contentata di lacerare un prato che rasentava il torrente, sperde­re fin la memoria del verde che un dì mi aveva sorriso. In luogo del praticello tenero e ridente, le acque impetuose si erano scavate un letto nuovo; e nel vecchio letto digrignava i denti il sasso preci­pitato dal monte.
Rasserenato un poco, andai in cerca della mia cascata, e la vidi da lontano, ingrossata così come da un pezzo nessuno più l’aveva veduta. Solo che non mi fu possibile giungere al monte per la facile via che mi era nota; il vecchio ponte era intera­mente scomparso, così bene cancellato dall’opera di un minuto che anche gli abitanti del paese, sen­za l’aiuto di strumenti geodetici, non saprebbero dire con precisione il punto preciso dove sorgeva ieri quella vetustà. Archi, parapetti, pilastri, tutto si è portato via quel turbine d’acqua furente.
La Troggia pure ha mutato letto, e tutt’intorno a sé ha seminato sassi enormi come scogliere. Io penso alle lagrime che ha spremuto il capriccio di quel torrente; alle lagrime che non si asciugheranno mai, o si asciugheranno male, negli occhi im­ploranti.
Ma la Troggia è fatta più larga e sonora; spriz­zano al sole le infinite gocciole del suo capriccio; e per la lunga via, dalla gola al monte, lungo le pa­reti scintillanti, grida la sua vittoria. La rettorica almeno sarà contenta!
 
Stamane (era notte ancora ed eran le ore quat­tro), stamane fui desto nel mio letto da una preghie­ra, che sulle prime mi parve gridata a me solo.
Era una voce alta e monotona che, indifferen­te al sonno mio, implorava dal cielo qualche cosa per altri. Ascoltando bene, riconobbi che quella pre­ce giungeva a me dal piano di sotto. Dunque pote­vo consolarmi, perché nessuno dei miei cari era in pena, e ritentare il sonno quando appena la prece fosse cessata. Ma non cessava mai. Ogni tanto l’implorato eterno padre mi giungeva distinto all’orecchio; udivo a quando a quando parlare tranquil­lamente delle porte dell’inferno, del paradiso e del­la vita eterna, e la preghiera fu lungamente con me spietata.
Nel buio che mi circondava ancora, mi provai a immaginare l’immaginabile e conclusi che sotto al mio letto qualcuno agonizzava, o era arrivato al­la sua pace.
Ma ad un tratto giunse per altra via altro ru­more di passi pesanti sulla pietra, che lastrica le vie di Barzio; poi mi ferirono l’orecchio parole latine proferite sulla strada: e una frotta di gente mattu­tina entrò nella casa che io pure abitava. Pensai: “La prima idea era la buona - qui si dà il viatico a qualche morente”.
Invece era altro.
In questi luoghi è usanza (quando sta per ri­correre la festa del patrono) che il parroco o il viceparroco vada a confortare tutti gli ammalati, dan­do loro oltre la speranza del cielo, quella della sa­lute terrena. A questo ufficio pietoso si uniscono i parenti e gli amici dell’infermo, e la cerimonia si protrae per oltre un’ora al capezzale d’ogni amma­lato. Bella e santa cerimonia, sicuramente, se ben possa sembrare ai sonnolenti troppo mattutina! Ma di chi la colpa? I barziesi sono buoni lavoratori; al­le quattro di ogni mattino (che non sia festivo) essi già s’inerpicano sul monte per accudire alle loro fac­cende. Io invece era ancora nel sonno primo!
Presto dunque sarà la festa del santo di Barzio; ed è San Rocco quel santo. Egli forse non darà la salute alla cieca cadente, che se ne sta morendo al piano di sotto, ma certo impetrerà per essa l’eterna pace.
 
Alle sue spalle Lecco ha la meravigliosa valla­ta dell’Adda, sulla quale si ergono il picco di Per­tus e il Colle di Sogno, fra i quali s’insinuano dol­ci ed aspre vallate.
L’altro dì, tornando a Milano appunto da Ca­renno, fui molto meravigliato d’una cosa natura­lissima, cioè che Milano fosse tanto spopolata, che imilanesi avessero tutti quanti voltato le spalle al­la Madonnina del Duomo. E io pensai: “Dove sono i miei cari buseconi rudi e schietti, buontemponi e scettici, all’occasione generosi, pratici a parole, quasi ingenui ai fatti?”
E a me risposi: “Essi hanno pensato come te, che, per fuggire le carezze del sollione meneghino, te ne vai ramingando per le campagne vicine e lon­tane”.
Di questi miei concittadini dell’esodo ne trovai quattrocento a Carenno; seppi che altrettanti erano saliti un po’ più su fino al Pertus, e non minor nu­mero a Valcava, a 1275 sui livello del mare; sen­za contare poche dozzine di milanesi sparse in Colle di Sogno, a Sopracornola, a Rossino e a Calol­zio. Altri, che vollero lasciare queste valli e questi greppi, se ne andarono a Maggianico, dove forse oggi impera un po’ di quella moda e di quello sport, che nel 1881, il Gomez, il Ponchielli, il Ghi­slanzoni, altri ed io pure, ci eravamo ingegnati di non lasciar passare la soglia della casa di Davide.
Questa casa di Davide era un albergo patriarcale; vi giungevano in gran silenzio, timorosi che lo sport ne avesse notizia, alcune famiglie d’impie­gati e d’artisti. Quivi ricordo una mia impresa alpinistica senza fortuna.
Quando volemmo andare sulla cima del Rese­gone, una nebbia ostile ci nascose ogni vetta, e l’ascensione, che c’era stata promessa di cinque ore, ci tenne tutto quanto il giorno sotto i picchi velati; e anche fummo innaffiati ogni tanto senza però spengere i nostri bollori. Così invece di aver sotto di noi tutta la maestà del Resegone, ne facemmo me­lanconicamente il giro. Qualche volta balenava un lividore fra cresta e cresta; una volta si lacerò un velo di nebbia, e il picco desiderato ci apparve tut­to, baciato dal sole del mezzodì, come un enorme dito minacciante. Ma alla vetta del Resegone, con nostro inenarrabile dolore, non ci si arrivò.
Il nostro ingresso nella casa di Davide non fu trionfale quel giorno. Io mi rassegnai nella carezza dei miei cari, e della Grigna e del Resegone non volli più sapere. Una più alta vetta mi tentava in quel quarto d’ora della mia giornata: mordere il calcagno dell’egoismo umano; morderlo allegra­mente con un racconto incominciato e finito a Mag­gianico. E fu quel racconto il Signor Io.
Torno al mio Carenno caro per dirvi che in compenso colà, e a Colle di Sogno, e a Sopracorno­lo e al Pertus, i villeggianti possono dormire con le porte spalancate. Se uno per mala abitudine, si chiude in casa, quasi dà scandalo e gli si do­manda: - Di che cosa ha paura? Qui il sonno è tranquillo perché qui regna l’innocenza.
Se lo sapessero tutti i Signori Io della campa­gna! Se lo sapessero i teppisti della città!
 
 
NOTA BIOGRAFICA
 
Salvatore Farina fu uno scrittore che godette di larghissima popolarità. Nacque a Sorso, in provincia di Sassari, nel 1846, in una casa tuttora esistente sulla cui facciata, dal 1906, una lapide ricorda ai posteri: «l'animo buono e la mente arguta e feconda» da cui egli trasse «la più squisita forma d'arte narrativa».
Trasferitasi la famiglia, dopo diverse peregrinazioni nella provincia di Sassari, in Piemonte, al seguito del padre, visse prima a Casalmonferrato, dove si fece onore nell'esercizio assiduo del biliardo, della scherma e del nuoto, pittosto che negli studi, poi a Pavia, dove si laureò in legge nel 1868 con 169 voti su 170, infine a Torino.
Dopo il matrimonio con la «buona Cristina» si stabilì a Milano, e qui entrò in contatto con importanti nomi del panorama culturale lombardo, strinse amicizia con personaggi come Verga, De Amicis, Giacosa, Tarchetti, cominciò a praticare attivamente l'esercizio letterario, come giornalista, romanziere di successo popolare ed editoriale, autore teatrale, collaboratore della rivista Nuova antologia, e direttore della Gazzetta musicale e della Rivista minima, e nel 1876 fu tra i promotori della fondazione del Corriere della Sera.
Morì a Milano il 15 dicembre del 1918, mentre l'Italia festeggiava la fine della guerra, e fu sepolto nel Cimitero Monumentale; sulla sua tomba fu incisa l'epigrafe da lui stesso dettata in vita:
«Salvatore Farina nel giorno X del MDCCCXLVI accese in terra un'umile sua fiammella per illuminare il suo bene ed amarlo, la spense per meglio sognarlo, aspettando la luce nuova, invoca sacro silenzio dagli amici, ridesto per le infinite vie a ricercare altro bene amandolo sempre».
Fra i suoi romanzi più famosi si ricordano: Cuore e blasone, Due amori, Il tesoro di Donnina, Amore bendato, Capelli Biondi, e la trilogia La mia giornata ("Dall'alba al meriggio", del 1910, "Care ombre", del 1913, "Dal meriggio al tramonto", del 1915).
Il libro dei paesi incantati da Tellusfolio utilizzato fu pubblicato dall’Istituto Editoriale Italiano con fregi liberty di Duilio Caltabellotti e con foto in bianco e nero. (cds)

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