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Maria G. Di Rienzo. Streghe
26 Giugno 2008
 

[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo per averci messo a disposizione il seguente testo, traccia della conferenza su “La strega come mito” tenuta il 5 giugno 2008 a Bologna nell'ambito del ciclo di conferenze “Cosa resta delle streghe oggi” organizzato dall'associazione Armonie.]

 

 

Da dove viene la strega come mito? La storia delle streghe, l'evidenza storica, vi è stata un po' raccontata negli incontri precedenti e comunque è possibile oggi trovare saggi, ricerche, numeri e nomi, per cui sappiamo ad esempio che la “strega” come figura non nasce con la sua condanna e persecuzione da parte delle chiese cattolica e protestante, sebbene i “tempi dei roghi” siano senz'altro la manifestazione più eclatante e crudele dell'odio per le streghe.

*

In epoca romana vi è già una legislazione che si occupa di stregoneria su tutto il territorio dell'impero. Frequenti sono le menzioni nei testi latini delle maghe o streghe di Tessaglia, quelle donne capaci di “tirar giù la luna” dal cielo con i loro incantesimi. Nel 200 a.C. abbiamo la prima caccia “di massa” alle streghe, qualcosa che costerà alla fine circa 7.000 vite umane. Quasi tutti gli elementi della successiva caccia alle streghe europea sono presenti in questa storia: raduni segreti notturni; diretti da donne; che iniziano i loro figli al culto; durante riti estatici che comprendono orge e sacrifici umani ecc. Manca il diavolo, questo lo aggiungeranno i padri della chiesa.

Sappiamo anche che l'identificazione della donna con la natura e dell'uomo con un cielo trascendente, frutto dell'impianto patriarcale, ha condotto alla demonizzazione di ogni aspetto del femminile: nel XVI secolo, uno dei piu' brutti quanto a persecuzione delle streghe, questa cosa si traduceva con la convinzione che la donna fosse in sé “disordinata” a priori, non raffinata come l'uomo, non “finita” come essere umano, tant'è che fino al XIX secolo in Europa, e ancora oggi in altri luoghi, le donne vengono assimilate legalmente ai minorenni. Sono sotto tutela, sostanzialmente, perché non sono in grado di "svilupparsi" sino ad essere davvero degli esseri umani.

La questione non cambia, e per certi aspetti addirittura peggiora, con la “rivoluzione scientifica” del XVII e XVIII secolo, in cui il mondo naturale viene oggettificato allo scopo di essere controllato. In questo quadro, che vede la nascita della moderna classe medica, totalmente maschile, le guaritrici e le levatrici, come vi è già stato raccontato, sono il nemico principale, sono le streghe da annullare. Perché la natura è matrigna, cela i suoi segreti e deve essere violata e torturata affinché li ceda ai cercatori. La donna, associata alla natura, è intrinsecamente cattiva, e qui pensiero religioso e pensiero cosiddetto scientifico si sono dati la mano per molti anni, e in alcuni casi lo fanno ancora. Alcune branche della psicologia tuttora in voga, e che sono poi quelle che vengono volgarizzate più di frequente, sostengono in pratica la stessa divisione di cui parlavo prima: una donna/corpo ed un uomo/pensiero, una donna che è caotica e pulsionale, pericolosissima comunque perché tutti i problemi dei figli, soprattutto dei figli maschi, vengono fatti ricadere sul comportamento della madre. Leggendo questi psicologi (che io trovo abbiamo molto di psico – nel senso del notorio film, Psycho – e molto poco di logico) non c'è modo di trovare un comportamento corretto, o meno pericoloso, che un'aspirante madre possa seguire, perché ad ogni modo essendo “male” la donna in sé, non potrà che fare del male.

*

La figurina della brutta vecchia con il cappello a punta, che cavalca una scopa solcando i cieli notturni, che nelle fiabe avvelena principesse, che non è mai madre ma sempre matrigna (quindi una madre cattiva per antonomasia), è il mito quale lo conosciamo oggi. Perpetuiamo addirittura in varie parti d'Italia, seppure solo in modo simbolico, la morte per fuoco di questo maligno personaggio, bruciando fantocci a forma di vecchia donna il 6 gennaio.

Ma tanto per cominciare a districare questa matassa dovremmo chiederci: che cos'è un mito? Che influenza ha sui modi in cui noi abbiamo relazioni o leggiamo la realtà?

Un mito potrebbe essere definito come una storia di cui sappiamo di aver sentito parlare, di cui conosciamo qualche elemento o interamente la vicenda, ma senza che sia necessario averla letta da qualche parte o che qualcuno ce l'abbia raccontata a scuola: perché è intessuta nella nostra cultura e parla di questioni che potremmo dire “fondamentali” per gli esseri umani. Gli elementi che compongono il mito sono percepiti come eterni e li pensiamo con la maiuscola: sono l'amore, la morte, la vita, il sacro eccetera eccetera. I miti ci forniscono un intero repertorio di intrecci e temi letterari, ma più di tutto ci forniscono un'interpretazione del nostro retaggio, del nostro background, che condiziona il modo in cui pensiamo a noi stessi. I miti sono usati dai politici, dagli psichiatri e dagli artisti, solo per citare alcune categorie, al fine di dirci chi siamo e da dove veniamo. Ogni mito è stato ovviamente costruito, non si è generato da solo, pure la sua struttura si presenta come se fosse nato da se stesso, senza intervento umano, e perciò viene inteso come intrinsecamente “oggettivo”: in effetti spiega perché gli uomini e le donne fanno certe cose e chi sono, che rapporto hanno con il trascendente, come dovrebbero comportarsi, e così via. E se non siamo in grado di tracciarne l'origine con certezza, e questo è il dato di fatto della maggior parte dei miti, ci culliamo nella convinzione che questa storia sia nata da sé agli albori del tempo e che sia rimasta intatta sino ad oggi.

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Invece, come ogni prodotto umano, e cioè come ogni prodotto di un essere che si trasforma e muta incessantemente, i miti si evolvono, crescono, si arricchiscono, decadono, scompaiono e vengono sostituiti da altri, e così via. In sintesi, rappresentano l'immaginario collettivo di una data cultura, in quel dato momento, a causa del tal fatto e del tal altro che sono accaduti, e del modo in cui si è scelto di interpretare questi fatti. Molte delle cose che noi diamo per scontate, in cui crediamo, e che presentiamo come “fatti oggettivi” hanno un sostrato mitologico, e questo è un livello talmente importante per la nostra mappa cognitiva che alcuni tentano di intervenirvi scientemente, creando nuove figure mitiche, nuove storie, che facciano da bussola per il tempo presente. Naturalmente non sempre ci si riesce. Nei miti che conosciamo, spesso il male è chiaramente riconoscibile e, come il bene, non presenta sfumature.

La strega maligna basta guardarla in faccia: ha il naso extralungo e i porri e i peli e un dente ogni tre. Potrebbe essere buona, una creatura del genere? Così basta che l'eroe la uccida, e il male è cancellato dalla terra. Questo mito sussiste ancora: se la scuola lombrosiana (il dedurre la moralità di una persona dai suoi tratti facciali, in sostanza) non informa più i criminologi attuali in modo pesante come in passato, pure ha lasciato le sue tracce. Quando un partito al potere, o un gruppo economico di potere, ha deciso chi sono i nemici, uno dei primi servizi che chiede ai media è di presentarli come “brutti”, disgustosi, sporchi, di modo che chi guarda le immagini possa identificarli immediatamente come cattivi.

Dicevo che non sempre il tentativo raggiunge un risultato perché i problemi che abbiamo di fronte come umanità, oggi, sono decisamente complessi; non che quelli del passato non lo fossero, la differenza sta nel fatto che siamo sempre più consci di questa complessità. Così, ridurre all'eterna lotta dualistica tra dio e satana, tra bene e male, la moria per fame nel Corno d'Africa, la schiavitù infantile nei laboratori filippini, la lotta fra gerarchi della droga in Colombia, la distruzione della fascia d'ozono, il femminicidio in corso su tutto il pianeta, la desertificazione delle foreste pluviali... e cioè tirar fuori un archetipo mitologico, un eroe, che con un colpo di spada metta a posto tutto questo è abbastanza difficile.

*

Dunque, tornando al tema principale, per antonomasia la strega del mito moderno è brutta. Poi, naturalmente, è anche vecchia (quasi sempre) da quando l'essere anziana, per una donna, ha perduto ogni tratto di reverenza e potere nella società. Le sagge sono divenute saccenti e petulanti; la conoscenza da loro custodita, frutto dell'esperienza e dell'età, si è mutata in un mucchio di stupide superstizioni. Non è solo propaganda, sapete. Solo per fare un esempio, la caccia alle streghe in Europa distrusse praticamente tutto il sapere erboristico occidentale. L'erboristeria occidentale moderna ha dovuto ricostruirsi in base a quella orientale che non era andata perduta.

Se poi sapete qualcosa della spiritualità o religiosità preistorica vi accorgete subito che dei tre aspetti del ciclo femminile (fanciulla, madre e anziana) i primi due furono incorporati e addomesticati prima dalla cultura greco-romana e poi da quella cattolica, ma il terzo archetipo restò sempre fuori dalla domesticazione: una vecchia non era appetibile sessualmente, o lo era comunque meno; non poteva più fornire figli per la guerra e figlie per il commercio/scambio fra uomini, e magari una volta vedova pretendeva di gestire le risorse ereditate, invece di farne spontaneamente dono ai parenti di sesso maschile e morire gentilmente di fame prima che l'età facesse il suo corso normale.

È, quest'ultimo punto, il problema che hanno molte delle odierne accusate di stregoneria: perché se non ne siete a conoscenza ve lo racconto io, ma le streghe sono ancora cacciate e assassinate. In parecchie zone dell'India le vedove vengono accusate di essere streghe, torturate e uccise nei villaggi, di modo che i parenti possano prendersi la loro terra e i loro armenti. In Arabia Saudita esiste ancora il reato penale di stregoneria. In questi giorni pende la condanna a morte su una donna saudita accusata di aver reso impotente il vicino di casa con i suoi incantesimi.

La sessualità associata all'età anziana è qualcosa che è stato reso ridicolo, improprio, sconveniente da molti e molti anni: per il semplice fatto che il patriarcato associa, per la donna, la sessualità alla fertilità. Se non puoi più mettere al mondo bambini non c'è ragione che tu faccia sesso. Come si traduce questa parte del mito nella vita quotidiana? Be', per esempio nelle scelte che i medici fanno rispetto alla chirurgia pelvica. Se una donna deve essere sottoposta, per qualsiasi ragione relativa alla sua salute, all'isterectomia, il chirurgo difficilmente tiene conto della conformazione della clitoride (il cui tessuto circonda l'uretra per tre lati) e taglia via tutto allegramente: le conseguenze sono l'incontinenza urinaria e il calo del desiderio sessuale.

Ma che gliene frega, al chirurgo? Se la donna non ha più l'utero non può fare figli, e quindi, non deve fare sesso. Che si metta i pannoloni e ringrazi dio di essere ancora viva. Brutta, vecchia, inutile agli uomini, e lasciva e invidiosa perché vecchia e brutta e inutile, ecco che la costruzione della strega come mito comincia a delinearsi. Ma abbiamo ancora due elementi da esaminare nella sua iconografia, e sono elementi che hanno più storia di quel che appare. Si tratta del cappello a punta e della scopa.

*

Se mai vi venisse voglia di venirmi a trovare a Treviso, in Veneto, fate una deviazione e passate dal museo di una piccola cittadina nel padovano, che si chiama Este. Non si chiama Este per caso, il nome glielo diedero i romani quando conquistarono il territorio e fecero dell'insediamento una loro colonia, e glielo diedero in onore di una dea: Hestia, o Vesta che dir si voglia. La Hestia greca e la Vesta romana hanno caratteri similari e differenze (Hestia è - in sintesi - un po' più potente della sua versione latina), ma comunque questa decisione, dare il nome della dea alla città, deriva da quell'attitudine nota come interpretatio romana. I romani arrivavano in un luogo, combattevano contro i residenti, li annettevano, e davano uno sguardo alle loro divinità, perché non volevano assolutamente inimicarsele. Perciò osservavano, per dire, i tratti di un Odino e concludevano: Sì, brandisce i fulmini, è il capo di un pantheon, quindi Odino dev'essere il nome che loro danno a Giove, rimettiamogli in piedi il tempio, e consideriamola religio licita. Ad Este non trovarono Odino, ma una dea che per i suoi tratti sembrò loro una versione di Hestia/Vesta.

Purtroppo non c'è nessuno che abbia approfondito le ricerche sul materiale che è stato ritrovato, e l'unica narrazione disponibile elaborata in base ad esso, almeno fino a un paio d'anni fa (ma non credo la situazione sia cambiata), sta in un fascicoletto e in un filmato prodotti ad uso delle scuole in modo abbastanza superficiale. Quindi nessuno ha fatto caso al cappello di questa dea, il cui vero nome sembra significasse “terra”. Voi entrate al museo, guardate le figurine, decine e decine, in metallo e pietra, e non c'è una sola immagine della dea priva del cappello a punta delle streghe. La postura e la veste ricordano la dea di Creta: le braccia sono tese come se reggessero strumenti, o i serpenti (e in alcuni casi vedrete i fori nelle mani, ma purtroppo i piccoli attrezzi erano evidentemente più fragili e sono andati perduti), e la veste ha un corpetto attillato e una gonna a balza. Le genti di Este avevano una scrittura, del tipo bustrofedico, e vi sono frammenti anche di quella, ma non mi risulta che sia stata tradotta in modo soddisfacente. Restano, in maggior misura, le iscrizioni latine: i romani non imponevano dei, ma la lingua sì. Resta anche il frammento di un tempio: è un blocco di pietra in cui sono stati scavati fori. In quei fori, si inserivano chiodi con su inciso preghiere e ringraziamenti alla dea, tipo ex voto. Come ho detto, i chiodi che portano le iscrizioni originali sono meno, e non sappiamo esattamente cosa vi sia scritto. Però quando gli abitanti cominciarono ad usare il latino per le loro devozioni ci fornirono una chiave che siamo in grado di usare. E qui io mi sono stupita di nuovo, perché nessuno ha notato neppure che tutti i messaggi inviati “via chiodo” alla dea, almeno quelli che ci sono pervenuti e che io ho visto, sono firmati da donne. La tal tizia chiede guarigione per la sua amica. La tal altra invoca che il viaggio del figlio vada a buon fine. Un'altra ancora ringrazia perché le è nata una bimba, o perché suo marito ha avuto fortuna, e così via.

Ora, avere una dea non significa necessariamente che le donne vengono rispettate e godono di uno status egualitario. La mitologia greca è un buon esempio, avendo sconciato e ridotto a ochette gelose o figlie di solo padre dee ben più antiche della civiltà greca, mentre le donne non è che godessero ampi diritti nella cosiddetta culla della democrazia. Neppure il fatto che ad Este sembrano essere state solo donne, o in maggioranza donne, a svolgere la funzione di messaggere nello scambio con la divinità può voler dire che nel resto della loro giornata fossero onorate, o che poi potessero ereditare i beni della famiglia in condizioni di parità con i parenti di sesso maschile. Non lo sappiamo. Di ciò che era prima della romanizzazione dell'area abbiamo troppo poco per fare deduzioni attendibili.

Che tipo di mentalità, che tipo di concezione del sacro può elaborare la faccenda dei chiodi? A prima vista pare solo una curiosa stramberia. Ma se si considera cos'è il chiodo simbolicamente, e cioè una delle antiche raffigurazioni dell'asse cosmico, dell'albero cosmico primordiale, la cosa comincia a diventare più intrigante. L'albero cosmico ha radici che affondano nell'oltretomba, il suo tronco attraversa verticalmente acqua e terra, ed i suoi rami sono il cielo: così i tre regni sono uniti dalla sua presenza. E usare qualcosa che lo rappresenta è il sistema per assicurarsi che il messaggio attraversi i tre regni, sia “sentito” dalla dea che li abita tutti. Sarà utile sapere che molte culture hanno identificato l'albero cosmico con il frassino, e su questo tornerò fra poco, quando arriveremo a parlare della scopa delle streghe. Naturalmente dei buchi e dei chiodi si può dare un'interpretazione semplicistica, nello stile voyeristico che in ogni cavità, ed ogni attrezzo che in essa venga posto, vede una mimesi del coito, però il fatto che la nostra società sia ossessionata dal sesso non significa che lo siano state tutte quelle che la hanno preceduta.

Ma senza “piantarvi un chiodo”, quel che mi premeva raccontarvi era che in Italia avevamo una dea con in testa l'alto cappello a punta della strega. Su alcune lampade votive etrusche sono stati incisi disegni che raffigurano una donna con cappello a punta, a cavallo di una scopa. Anche degli etruschi sappiamo troppo poco per dire chi fosse, cosa rappresentasse, ma vedete, a cercare cappello e scopa stiamo andando sempre più indietro.

*

E allora vi devo parlare della raffigurazione più antica che abbiamo di questo copricapo. Ha oltre 4.300 anni, ed è un sigillo, un disco di alabastro traslucido, che raffigura una grande sacerdotessa mentre celebra una cerimonia. Un sigillo che ritrae una donna della cui esistenza storica non vi sono dubbi, ed è la donna che conosciamo come il primo poeta della storia umana. Uso il maschile come generico, anche se di solito non ritengo corretto farlo, perché sia chiaro che non è la prima donna che scrive poesia, ma il primo essere umano che scrive poesia di cui abbiamo conoscenza certa. Può darsi che prima di lei abbiano composto versi altre donne, o altri uomini, ma non abbiamo evidenza di questo. Perciò il primo poeta noto della storia umana è una donna, ed ha un nome ed una storia. Il suo nome era Enheduanna. Era la figlia di un sovrano, Sargon di Akkad, il re-guerriero che unificò le regioni babilonesi e stabilì la propria dinastia. Enheduanna era alta sacerdotessa del dio lunare Nanna: si trattava di una posizione di enorme prestigio, perché solo tramite l'auspicio dell'alta sacerdotessa un re otteneva la legittimazione a regnare: e qui si capisce che dev'esserci stato un inciucio babilonese, perché è assai probabile che la figlia non delegittimi il padre... Quando noi pensiamo a un tempio, pensiamo automaticamente ad una chiesa o a un convento moderni (perché sono le esperienze più simili che la nostra mappa cognitiva è in grado di trovare) e quindi di una sacerdotessa pensiamo che offici riti, che canti litanie, che preghi e basta. I templi babilonesi erano qualcosa di diverso: innanzitutto erano significativi economicamente e politicamente.

Quello che Enheduanna dirige ha circa 250 lavoratori, produce vasellame e cura del bestiame. Un altro compito dei sacerdoti e delle sacerdotesse del tempio lunare è stabilire il calendario basato sull'osservazione delle fasi lunari e delle stelle: in base al calendario si pianta e si semina, si miete, si favorisce un'attività economica piuttosto che un'altra, si commercia oppure no, si fa la guerra oppure no. Quindi Enheduanna è anche la prima astronoma di cui conosciamo il nome. Ancora oggi noi calcoliamo il passaggio delle stagioni, la pasqua, eccetera, sulla base del suo calendario. Nel 2300 avanti Cristo, quindi, c'è questa donna che svolge una funzione essenziale all'esistenza della società in cui vive, e tale funzione è simboleggiata dal suo cappello conico. Che è segno di autorità e di libertà, di potere e sapienza, che in tutta la regione viene portato dai sovrani: poiché copre la testa, simbolicamente contiene il pensiero.

Ma perché è fatto a cono e non, che ne so, a palla, quadrato, tricorno? Perché il cono è stato emblema e attributo di dei e dee quali Dioniso, Bacco, Sabazio, Serapide, Cibele, dell'Astarte di Biblo e dell'Artemide della Panfilia? Perché un cono bianco era sacro ad Afrodite? Perché il cono è il modo fisico più semplice in cui possiamo raffigurare concretamente il vortice, la spirale, la grande forza generativa e creativa dell'universo che sta alla base di tutte le cosmogonie che siamo arrivati a conoscere e a scandagliare. Le streghe moderne lo ricordano. La danza a spirale, e la creazione del “cono d'energia” durante i rituali, condividono lo stesso significato del cappello a punta.

*

Cerco di concludere velocemente, perché non vorrei “sforare” con il tempo a disposizione, e poi farvi addormentare sulle sedie non mi darebbe un buon punteggio nel curriculum da strega. Il simbolismo della scopa non è arduo da individuare: è stata usata, e lo è ancora, in tutto il mondo, come attrezzo per la purificazione delle aree rituali, come sistema per “spazzare via il male”. Il rovesciamento che il mito odierno della strega cattiva ne fa è altrettanto evidente.

Quando molte antiche tradizioni relative alla scopa sparirono, per le ragioni che sappiamo, la scopa non perse immediatamente il suo simbolismo divinatorio e fu associata alle “nozze sacre”, perché si poteva vederla composta da due elementi e identificarli come maschile e femminile: il bastone vero e proprio e il fascio di rametti ad esso legato. E questa è la ragione per cui in alcune culture e periodi storici si saltava la scopa per sposarsi, oppure si danzava con la scopa durante i matrimoni (a noi questo è rimasto come gioco di società, privo ovviamente di tutti i rimandi simbolici). Numerosi autori, antichi e moderni, ritengono che la scopa tradizionale delle streghe occidentali sia composta da un asse di frassino e da rametti di betulla e salice.

Vi ricordate, credo, che nelle fiabe e nei fumetti per uccidere un vampiro o un licantropo ci vuole un paletto di frassino, però forse fino ad ora non sapevate perché. Il frassino in occidente, e altri alberi simili in zone diverse, è il simbolo dell'asse cosmico, la spina dorsale dell'universo. È alto, le sue foglie toccano il cielo, e ha radici che si estendono a largo raggio, il che fa sì che debba crescere con dello spazio intorno, e tali fattori possono aver diretto l'immaginazione dei nostri antenati ad identificarlo con l'albero primordiale. Diverse tradizioni sciamaniche intendono il viaggio fuori dal corpo, nel regno dell'oltretomba e in quello dello spirito, come un viaggio lungo l'albero cosmico, e perciò una scopa con il manico di frassino è semplicemente l'attrezzo giusto per volare in altri mondi. E se qui c'è qualche fan de Il signore degli anelli, probabilmente rammenterà che il bastone magico dello stregone Gandalf è di frassino. Alcuni inquisitori, durante il “tempo dei roghi”, sospettarono che il manico della scopa fosse un modo per camuffare la bacchetta magica delle streghe, e che nei rametti esse nascondessero erbe velenose e proibite, e così via. Non erano nemmeno lontanissimi dalla verità, nella loro fantasia malata, perché comunque frassino, betulla e salice hanno tutti usi medicinali, curativi.

*

Allora, per chiudere il cerchio tornerei all'immagine iniziale. Di tutto quel che vi ho detto a noi resta una brutta vecchiaccia a cavallo di una scopa, che pero' il 6 gennaio scende dai camini a portare dolci e frutta, o carbone, ai bambini. La chiamiamo Befana, e se vogliamo insultare qualcuna che riteniamo poco attraente o petulante, le diamo della Befana. L'abbiamo separata dalle sue due sorelle, perché in origine la Befana fa parte della triade delle Parche romane, le Morae, le tre filatrici delle nostre vite, una versione dell'originaria triade divina femminile. Costoro erano Befana, Marantega e Rododesa. Marantega sopravvive solo come insulto in Veneto: dare ad una donna della “marantega” significa darle più o meno della vecchia rognosa. Cosa vuol dire “marantega”? È una contrazione di “mater antiga”, ovvero antica madre, vecchia madre. Rododesa è scomparsa del tutto: non mi sorprende, a livello linguistico, perché è difficile tramutare in insulto una parola che si può tradurre come “dea delle rose”. Befana è una derivazione di ceppo celtico, e significa sia “triade divina” sia “che incanta tramite la parola”.

Guardiamola un po' meglio, seriamente, la donna a cavallo della scopa. È anziana e sapiente, porta un copricapo che denota il suo alto status, maneggia la possibilità di viaggiare in altri stadi di coscienza, di spazzare via il male, di guarire. Il suo sapere affonda in tempi remoti e in un divino femminile, e parla di trasmissione di conoscenza al femminile.

Chiudo con una battuta: io non oso credere che potrei diventare una completa Befana, qualcuno che davvero “incanta tramite la parola”, però, visto che le parole sono il mio mestiere, ci spero.

 

Maria G. Di Rienzo

(da Nonviolenza. Femminile plurale, n. 191 del 26 giugno 2008)


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