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Aditi Bhaduri. India. La giustizia è laica
25 Settembre 2007
 

Nuova Delhi. La fragile, esausta, illetterata Imrana è solo una donna fra le migliaia e migliaia di altre che vivono nei villaggi dell'India. Pure Impana (nell'India rurale le donne sono spesso conosciute solo con il primo nome) sta diventando un simbolo di cambiamento e resistenza per le donne musulmane del paese.

 

Nel giugno 2005, la 28enne Imrana, madre di cinque figli e residente nel villaggio di Charthawal dello stato indiano Uttar Pradesh, si lamentò con il marito, guidatore di risciò, del fatto che il suocero Ali Mohammed l'aveva stuprata mentre lui era assente. Sebbene l'India sia un paese laico, i leader musulmani insistono nell'applicare la sharia o legge islamica nelle questioni personali quali il matrimonio, il divorzio e l'eredità. Questo è stato il primo sistema di giustizia a cui Imrana si è rivolta.

 

Il consiglio del villaggio, composto da cinque maschi anziani, decretò che il suo matrimonio doveva essere sciolto perché Imrana era diventata haram (peccatrice) da quando aveva avuto contatti sessuali con il padre di suo marito. Nei villaggi indiani in cui non vi sono tribunali ufficiali, questi anziani spesso agiscono come giuria e giudici, sebbene non siano intitolati a farlo da null'altro che dall'assenso degli abitanti locali. La madrasa Darul ul Uloom, un seminario islamico che detiene una certa influenza sui musulmani dell'Asia del sud, ratificò il verdetto ed emise una fatwa, ovvero un editto religioso che riprendeva la decisione del consiglio del villaggio. Nessuna considerazione fu fatta sulla natura coercitiva del rapporto sessuale che Imrana aveva avuto con il suocero. Un consiglio di 41 studiosi musulmani, istituito nel 1973 come arbitro delle questioni islamiche, pure ratificò il verdetto. Ma tutte queste legittimazioni successive si sono ritorte contro chi le ha emesse. I gruppi di donne sono accorsi prontamente in sostegno di Imrana, ed hanno portato il caso davanti ai tribunali laici.

 

Nell'ottobre 2006, la corte di giustizia locale condannò il suocero, Ali Mohammed, ad otto anni di prigione per stupro, ed al pagamento di 8.000 rupie (circa 170 dollari) ad Imrana come compensazione. L'uomo è ricorso in appello, e i gruppi di donne in tutta l'India stanno aspettando la sentenza definitiva con molta attenzione.

 

Il rifiuto di Imrana di sottomettersi alla pressione clericale è un precedente importante per le donne musulmane, dice Saba Ali Osman, giornalista musulmana di Nuova Delhi: «La religione in questi casi non c'entra niente. Lo stupro è un crimine, e come tale deve essere punito». Essendo il 13% di una popolazione che conta 140 milioni di individui, i musulmani indiani sono per numero la seconda comunità mondiale musulmana. Si tratta di un gruppo che tende a resistere ad ogni innovazione, e il cui tasso di alfabetizzazione è assai basso, il che tende ad isolarli dalle forze progressiste interne all'Islam e dai vasti cambiamenti sociali che stanno accadendo molto rapidamente in India. Per le donne, ciò significa avere a che fare con una delle culture più restrittive fra quelle esistenti nel mondo musulmano. Nell'India musulmana un uomo può divorziare dalla moglie con il semplice espediente di ripetere talaq tre volte, e la donna non ha possibilità di opporsi, né la medesima opportunità. La poligamia è diffusa, assieme ai matrimoni in età giovanissima per le ragazze (di solito al comparire della pubertà). La maggior parte di tali pratiche sono state bandite o riformate in paesi a maggioranza musulmana come la Turchia, la Tunisia ed il Marocco.

 

Il caso di Imrana ha avuto eco in tutto il paese. Dopo la fatwa che ratificava la decisione del consiglio del villaggio, ordinando il divorzio di Imrana, un altro consiglio, quello delle Donne indiane musulmane, formato da attiviste nel 2005 a Lucknow, immediatamente rigettò la sentenza e avvisò che avrebbe invocato il codice penale laico del paese contro chi l'aveva emessa.

 

Subhashini Ali, presidente dell'Associazione democratica delle donne indiane, mobilitò circa 1.500 altre donne, in maggioranza musulmane, con cui protestò di fronte alla casa di Ali Mohammed già nel giugno del 2005. «Si trattò della prima dimostrazione di donne in quel villaggio. Chiarimmo che volevamo leggi umanitarie, non leggi religiose». Le donne marciarono infatti dal villaggio al tribunale del distretto, chiedendo giustizia. Di conseguenza, la polizia locale arrestò il suocero di Imrana con l'accusa di stupro. Le dimostranti chiesero anche che i tribunali religiosi venissero smantellati. Due ong dello stato di Uttar Pradesh che assistono le donne musulmane, Astitva e Disha, aiutarono Imrana a compilare la denuncia alla polizia e a sottoporsi ad esami medici per provare la violenza subita. «Non è facile convincere una donna semi-analfabeta a compiere questi passi, ma Imrana ha sempre mostrato un coraggio indomito».

 

Da quando il caso di Imrana divenne pubblico nel 2005, i gruppi di donne hanno organizzato proteste, manifestazioni e petizioni di continuo, in solidarietà con lei e contro le sentenze religiose in generale. La pressione è stata talmente forte che il consiglio dei 41 studiosi musulmani ha cominciato a prendere le distanze dalle sentenze emesse dai tribunali basati sulla sharia, così come dalle fatwa emesse dal seminario di Darul ul Uloom. Il consiglio non diede comunicati ai media sulla questione, né ha mai commentato l'attivismo delle donne. Il seminario, da par suo, ha finito per negare che la fatwa avesse a che fare con Imrana, dicendo che si era tratto di un'iniziativa personale di due chierici, che essi erano stati successivamente allontanati, e che l'opinione di costoro non era certo l'opinione ufficiale del seminario.

 

Nello scorso gennaio, grazie anche allo sprone fornito dal caso di Imrana, è nato il Movimento delle donne indiane musulmane, un gruppo su base nazionale che si è diffuso in tredici stati e che oggi conta 2.000 associate registrate. Ma le attiviste musulmane hanno anche ricevuto ferite. Imrana ed altre sono state minacciate di morte dal clero musulmano e all'interno delle loro stesse comunità.

Solo una settimana dopo la denuncia della donna, settanta chierici musulmani dichiararono le sue azioni «anti-islamiche». Il presidente del tribunale islamico, Maulana Imran, sostiene ancora che la coppia dovrebbe divorziare ma Imrana e suo marito, Nur Ilahi, non intendono farlo. Si sono trasferiti nel villaggio di Kokrajhar, e sono ospiti della madre di lei. L'Associazione democratica delle donne indiane ha comprato per loro un pezzetto di terra, su cui la coppia sta costruendo la propria nuova casa.

 

Aditi Bhaduri

(24/09/2007, trad. Maria G. Di Rienzo)

 

 

Aditi Bhaduri. Consulente per le questioni di genere, giornalista indipendente, corrispondente dall'India per We News.

 
 
 
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