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Maria Lanciotti: Vacanze in campagna. Seconda parte
Maria Lanciotti, 1953. Foto Orlandi
Maria Lanciotti, 1953. Foto Orlandi 
28 Maggio 2009
 

Giorno di festa

La domenica mattina ci laviamo a turno nella tinozza, davanti alla fiamma del camino. Ci laviamo anche i denti, col sapone da bucato strofinato sullo spazzolino. Indossiamo i panni buoni e per ultimo curiamo i particolari. Con la brillantina Linetti si unge tutta la famiglia, anche la pelata di nonno Gigi, anche il pelo del gatto che imbrillantino di nascosto.

Sul davanzale della finestra della sala c’è un frammento di specchio considerato mio personale, tutto scrostato dall'umidità: mi riflette immersa nella nebbia, bella e irreale, senza nemmeno una lenticchia sul naso. Là davanti mi pettino a lungo. Prima di uscire ci ispezioniamo a vicenda, un tocco e un ritocco e poi in fila lungo la stradina per lasciare libera la corsia di sorpasso riservata agli animali da tiro. A quest’ora dei giorni di festa si va tutti nella stessa direzione, in Cattedrale.

Lungo la strada saluti scherzi e scambi di notizie, una sorta di settimanale completo di cronaca rosa e cronaca nera, di proverbi e previsioni sul tempo e sull'annata.

La messa dura parecchio, il prete pare sempre arrabbiato e sgrida tutti per indurci a riflettere sulla gravità dei peccati commessi. I peccati li commettiamo tutti ma c'è una grande differenza fra peccato veniale e peccato mortale; se muori sia pure con un solo peccato mortale vai dritto all’inferno, se invece ne hai tanti, ma veniali, li vai a scontare in purgatorio prima di salire in Paradiso. Molto dipende dal confessore che trovi, secondo la penitenza che ti tocca ti fai un'idea del debito che hai verso Dio. Comincio a pensare che ci voglia un ragioniere d’eccezione, per fare certi calcoli.

Colazione in piazza, pizza e prosciutto, uova sode, ciammelle e ciammellitti e un goccetto di vino per mandare tutto a buon fine. Poi si riprende la strada del ritorno ma camminando piano, tipo passeggiata. Dalle finestre spalancate arriva  il suono della radio, le voci vellutate di Giorgio Consolini, Claudio Villa, Giacomo Rondinella e Carla Boni dolcificano l'aria, accompagnate dall’orchestra di Armando Trovajoli. In campagna la radio non ce l’ha nessuno, ma tutti la vorrebbero avere. La canzone in voga quest’anno è “Terra straniera” e fa scappare le lacrime; a Subiaco tutti hanno un parente, un vicino, un conoscente emigrato. O il proprio figlio. Tanti paesani sono emigrati in passato, prima della guerra, come la mia famiglia. Ma non si sono allontanati di tanto e ogni tanto si rifanno vivi. Invece chi parte emigrante negli ultimi anni viaggia per giorni e giorni, anche per mesi, su treno o per nave, e non torna quasi mai.

“…terra straniera quanta malinconia…”

E la terra straniera appare come un bosco intrigato da cui non si torna indietro.

“…ma penso notte e dì alla mia casetta, alla mia vecchietta, che sempre aspetta…” Un bosco che imprigiona con mille braccia l’emigrato perduto per sempre agli affetti.  I pianti si sprecano, le canzoni sono commoventi come i film.

Pranzo speciale e nel pomeriggio musica canti e balli. Nonna Maria è un vero schianto, sventola le sue cento vesti e la sua faccia si fa bella e ardita mentre guarda di sguincio ora gli uomini ora le donne allineati su fronti avversi. Emozioni violente per me, coinvolta nei giochi erotici e innocenti ereditati nei secoli.

Oggi è festa di nozze, la sposa con un tailleur color panna e coperta d’oro e  un’espressione trasognata,  lo sposo in doppiopetto gessato, il collo della camicia sbottonato, la cravatta allentata, la faccia inondata di sudore. Sono sposini freschi ma non di giornata, oggi festeggiano dagli zii la prima settimana di matrimonio. A tavola li ho di fronte, non mi perdo uno sguardo né una parola. Quando lui le parla all’orecchio lei abbassa lo sguardo e arrossisce fino alla radice dei capelli. Le mani dello sposo non stanno mai ferme, la tovaglia sventola come mossa dal vento ma l’aria è ferma. Scivolo dalla sedia e infilo lo sguardo sotto il tavolo, la gamba dello sposo si attorciglia a quella della sposa, che sembra ritrosa. Conosco questo modo di comunicare, l'ho già visto durante le tombolate a Natale.

Lui le chiede: “Stasera lo rifacciamo, eh, bella, lo rifai con me?” E la bella sciolta in una fiammata lo scosta un poco, ma solo un poco, e mormora: “Sta buono, lo vedi, ci guardano…” e allora lo sposo la prende tra le braccia e la conduce in un giro di valzer e girando girando la porta fuori dalla cerchia e scompaiono verso il fienile ma nessuno se ne accorge, così almeno credo, anche se mi sembra strano che nessuno faccia caso a loro che sono i festeggiati. Tornano, lui con gli occhi lustri e lei con un mezzo sorriso, e riprendono a mangiare e a bere con grandissimo gusto come se fossero digiuni da giorni. Allora zia intona la canzone che parla di una sposa che la prima sera si mangiò una cosa leggera, la seconda sera la stessa cosa leggera con un’altra più sostanziosa e va avanti la tiritera fino a che le portate diventano un centinaio ma non saziano la sposa. Battimani agli sposi, agli invitati, a chi ha cucinato, a chi ha mangiato, a chi ha suonato e cantato. E alla fine di tanta candida orgia, auguri e figli maschi, e un sialodatodio per la bella giornata.

 

 

 

Il sale, il medico e le medicine

 

L’alternarsi dei momenti belli e goderecci con i lunghi giorni di durissima fatica senza soste mi rende confuso questo tipo di vita. Anche l’abbondanza di cibo e il problema che si presenta quando sta per finire il sale, e più raramente lo zucchero, mi confonde. Penso che gli zii sono ricchi, solo che non hanno soldi. Ed è così, se per ricchezza s’intende avere tutto il necessario. Per procurarselo devono sgobbare per tutto l’anno ed essere anche fortunati, devono contendere il raccolto alla siccità, alla grandine, alle infestazioni e ad altri malanni. Non sempre riescono a battere tanti nemici, allora danno fondo alle riserve.

Zia si ammala di pleurite. Ha sempre il fiatone e la febbricola ma benché a stento e a rilento svolge tutti i lavori abituali. Certe volte scivola a terra bagnata di sudori freddi, aspetta che la vista le si snebbi e riprende l’attività.

Si presenta il dramma del medico e delle medicine, tutto a pagamento. La visita specialistica e la ricetta spedita in farmacia mandano in fumo i pochi risparmi.

Zio è nervoso, preoccupato su tutti i fronti. E forse a causa del nervosismo si affetta un piede con la falce. Non dice niente a zia per non darle un altro pensiero e se lo cura alla vecchia maniera: saliva fango e urina, credo. Il piede si infetta, zio ha bisogno di riposo e di cure serie. Per giunta piove sempre, tristi quei pomeriggi passati in silenzio chiusi nella cucina, mentre il cielo scaglia lampi e tuoni e Frizzetto guaisce in sordina.

Sgranocchio pane e frutta secca fino a  ingozzarmi per tenere lontana la tristezza.

I guai non vengono mai da soli, un vicino incolpa il nostro cane di avergli mangiato le galline. Noi sappiamo che non può essere, Frizzetto è affettuosissimo e per niente aggressivo, abituato a giocare con i pulcini della chioccia. Anche il vicino lo sa, ma è un tipaccio, chissà in quale brutta situazione si trova e siccome le volpi, a differenza dei cani, non hanno padroni a cui chiedere risarcimenti, presenta il conto e minaccia la denuncia. Gli zii gli offrono galline in cambio di quelle perse, ma il vicino non ne vuole sapere e batte a moneta sonante.

I miei zii non sono combattivi, per loro è più facile subire l’ingiustizia che pretendere giustizia. Il vicino conosce bene la loro mitezza, per questo se ne approfitta. Ha sempre spadroneggiato, con loro.

Così mio zio, ancora zoppicante, prende Ninnacchio e lo porta alla fiera. Finché non torna io prego che non riesca a venderlo, ma vince la preghiera di mia zia, contraria alla mia. Zio torna senza il maiale e scuro in viso come mai l’ho veduto prima. Passa dritto, sale fino alla casa del vicino e salda il debito presunto.

La sera passa nera e tetra.

Al mattino presto, ancora a notte, sento uggiolare. Mi affaccio alla finestra e vedo zio che dopo aver scavato una buca profonda tenta di stordire Frizzetto con la pala e infine ci riesce e lo seppellisce. Lo seppellisce ancora vivo e io sto male da morire e so che non guarirò mai più di quel momento atroce. Patisco l’ingiustizia di una pena capitale applicata a una creatura innocente. Ogni volta che mi troverò direttamente o indirettamente davanti ad una ingiustizia Frizzetto guairà dentro di me, me lo sento, come sento il suo spirito confuso al mio.

L’umore dello zio non cambia per tutta l’estate, zia consuma in silenzio il suo male e io affogo nella malinconia. Mi faccio coraggio e dico a zia che voglio tornare a casa mia. Ma quando Bebetta mi guarda costernata e dispiaciuta io le dico ridendo, a filastrocca: “ci hai creduto, faccia di velluto…”

Non passiamo alla pesa una volta a settimana come facevamo gli altri anni, perché non si va al consorzio a fare spese. Poi, proprio come succede quando dopo il temporale torna il sereno, così le cose tornano a posto.

Zia Palmira convalescente, zio rinfrancato nel vederla uscita dalla malattia, qualche soldino racimolato con la trebbiatura fatta per terzi. Quando Bebetto va a lavorare nei poderi degli altri noi gli portiamo il pranzo, la pastasciutta viaggia nella canestra sotto il solleone, arriva scotta ma caldissima.

Durante quei pasti consumati insieme a gente forestiera le risa e gli scherzi fanno le veci di dolce e caffè, e mentre il sudore cola sulla pelle coperta di polvere della trebbia sento più che mai la forza della vita.

 

 

Al mercato

 

Zia torna a preparare la grande canestra da portare al mercato, come sempre fa in estate un paio di volte a settimana. Durante la malattia la canestra è rimasta appesa e noi abbiamo fatto scorpacciate di verdure per non mandarle a male. Zia la riempie con mucchietti di ogni cosa, separati con le foglie di vite. Fagiolini al burro, così sottili che per coglierne un chilo ci vuole un’ora, mazzetti di fiori di zucca e zucchine, trecce di cipolle, patate, qualche frutto, alcune dozzine di uova, erbe aromatiche da dare in omaggio.

All’alba coglie le ultime cose e poi andiamo, zia quasi sparisce sotto la canestra che cola rugiada, io le faccio compagnia con le chiacchiere.

Arrivate al mercato dopo aver arrancato per tutta la salita zia espone il carico e io monto la guardia, col batticuore. Quando una donna si avvicina guardando la nostra canestra e poi ci oltrepassa e acquista alla canestra accanto, una sorta di mortificazione e di sdegno mi fanno avvampare. Se poi la signora pretende lo sconto o un pugno di verdura in più sul peso già abbondante, esigendolo senza gentilezza, e zia l’asseconda, io mi irrito con tutte e due e volto loro le spalle.

Al ritorno zia compera le cose necessarie ed anche qualcosa per me, caramelle o un gelato o la ciriola con la mortadella, sublime; me la gusto a morsetti per farla durare più a lungo.

 

 

La generosità di Letizia

 

Subito dopo l’arco c’è la casa di Letizia. Si dice che l'anima eletta di Letizia sia in contatto diretto con tutti i santi, la Madonna e forse pure con Dio. Il suo balconcino dà sulla strada e per abitudine ogni volta che ci passiamo davanti alziamo gli occhi. Quando passiamo per andare al mercato lei ci chiama per darci il buon giorno e dice a mia zia di lasciarmi con lei, così non mi stanco a stare tutta la mattinata in piedi. Letizia ha una bella casa, il marito ferra gli asini nella bottega a pianoterra e l’unico figlio studia da dottore. Una casa piena di oggetti belli e di libri, col pavimento cerato. Ma io non voglio lasciare mia zia da sola ad affrontare l’ultimo pezzo di salita e le comari cittadine che trattano la gente di campagna come servi, pretendono il peso abbondante e non ringraziano mai, al contrario di zia che ringrazia sempre quando  prende i soldini.

Ogni volta che passiamo sotto il balcone di Letizia cerco di distrarre mia zia, mi piace credere che se non alziamo la testa Letizia non si affaccia. Ma la gentilezza merita gratitudine e chi non accetta non merita, perciò ogni santa volta zia mi dice di restare con la santa donna, quando mi invita, che oltre tutto mi può insegnare qualche preghierina nuova. Letizia e zia messe insieme non l’hanno mai spuntata, sono sempre riuscita a restare con Bebetta per sostenerla nel piccolo commercio, ma oggi hanno per alleata la pioggia.

Passiamo sul ponticello di San Francesco quando uno scroscio di pioggia ci inzuppa da capo a piedi e noi non sappiamo che fare. Restiamo sotto la volta finché la pioggia non rallenta, poi proseguiamo, alla bona de dio. Alle verdure la pioggia fa bene, zia ha corolla e canestra in testa che la riparano, l’unica esposta sono io. Zia si slaccia il grembiule e mi dice di ripararmi con quello, è fatto di cotone tessuto a mano, l’acqua non filtra facilmente. Prima dell’arco vediamo Letizia che ci viene incontro con l’ombrello, mi afferra per un braccio e di corsa mi porta nell’androne di casa sua e intanto grida a zia Palmira di stare tranquilla per me e di non bagnarsi troppo, si ricordasse che la malattia le ha lasciato i polmoni delicati.

Zia le dirà che ha bisogno di me, che non mi può lasciare tutta la mattinata in custodia, che non può approfittare di tanta gentilezza, lo spero vivamente. Invece zia si allontana con andatura dondolante, le mani sui fianchi, per assecondare il moto della canestra.

Dietro un velo di lacrime vedo la cucina inondata di sole; il figlio di Letizia seduto a fare colazione non alza la faccia, non mi guarda e non mi saluta e nemmeno io lo saluto. Resto impalata sulla porta, Letizia mi spinge avanti, mi fa sedere di fronte al figlio, mi porta una tazza di latte zuccherato e bollente e una fetta di pane.

“Ho già mangiato” le dico astiosa. Da zia non manca nulla, non ho bisogno di nulla e non voglio restare in questa casa, dove non si saluta l’ospite, si fa sedere allo stesso tavolo ma non gli si rivolge la parola. Mi sento a disagio e urtata, costretta a fare ciò che non voglio, ad accettare cose che non si possono rifiutare perché vengono dal buon cuore e dalla generosità, questo mi dice zia. Oppressa da tanta sollecitudine e insistenza mangio il pane e bevo il latte, come in sacrificio. Il figlio di Letizia esce con i libri sotto braccio, salutando a stento sua madre e a me rivolge un'occhiata infastidita. La mattinata sembra lunga un mese.

Finalmente sento la voce di zia, che salendo le scale già mi chiama. La canestra non si è svuotata, il maltempo non giova al mercato e zia è venuta via prima del tempo. Anche lei è dispiaciuta, le sono mancata. Nella sua semplicità capisce che ho subito una obbligazione. Se ne scusa con una carezza speciale, sono certa che non mi lascerà più a casa di Letizia a ingozzarmi di latte e di amarezza.

 

 

Il bagno

 

Andare al bagno è un problema da risolvere tutti i giorni. Il bagno non è dentro casa, si trova in mezzo alla terra coltivata. Una buca quadrata recintata da una fitta incannucciata, e dentro assi sconnesse con un buco centrale. L’odore del concime organico sale al cielo in effluvi vaporosi, una preziosa riserva per l’orto. In campagna è vietato lo spreco, i miei bisogni vanno depositati nel comune accumulo e così anch’io contribuisco alla produzione. Tutto questo mi è chiaro, ma non riesco, proprio non ci riesco ad entrare là dentro, le poche volte che ci ho provato mi si è scompigliato tutto. Ho tentato di spiegare che nulla può la mia volontà di cooperazione, quella non manca, mi manca lo stomaco, ma nessuno mi ha dato retta. La proposta di poter fare come fanno i gatti, scavare usare e poi ricolmare la buchetta personale, non viene presa nella minima considerazione, sono parte della famiglia e devo la mia partecipazione, le mie sono fisime di ragazzina viziata.

Non mi resta che ricorrere all'astuzia. Quando gli zii e i nonni sono impegnati lontano dalla fossa di letame, io invento l’urgenza. Corro a mani strette sulla pancia verso l’abitacolo di canne ma anziché imboccare la porticina l’aggiro e faccio quello che devo fare, badando bene a non lasciare segni sospetti. Mi salvo dalla prova insostenibile dispiaciuta di sottrarmi al doveroso apporto, ma c’è un limite per me invalicabile.

 

 

L’indigestione

 

Alberelli stenti danno frutta di qualità eccellente. C’è un piccolo frutteto di pesche bianche a forma di cuore, con la punta pelosa. Le colgo e le mangio quando sono ancora dure e acerbe, spruzzate di verderame. Anche le albicocche, quando sono ancora nocciolo e pelle rasposa, mastico e ingoio senza contarle. Per non dire dei lamponi, dei mirtilli, delle fragoline selvatiche che spuntano come occhietti di coniglio in mezzo alle fratte. E chicchi di rosciola, e melucce selvatiche, e prugnette e peruzze, non ho mai la bocca vuota e lo stomaco a riposo. E’ vero che non sto ferma un momento e brucio energie, ma un brutto giorno tutta quella acidità prende il sopravvento e scoppia una indigestione paurosa. Febbre altissima vomito diarrea dolori di pancia bruciore di stomaco, e delirio. E finisco al lettone degli zii con il panno imbevuto d’aceto sulla fronte ardente, martoriata dalla sete. Quella benedetta donna di Letizia, a cui mia zia è ricorsa per consiglio, ha vietato di  darmi da bere e  ha ordinato di farmi mangiare verdura cotta spruzzata di limone.

Invoco un sorso d’acqua, un bicchiere d’acqua, una brocca d’acqua, una botte di acqua, che mi bagnino almeno le labbra con l’acqua. Ma Letizia ha detto no, assolutamente no. Letizia non è medico, non è nemmeno infermiera, ma è in ottimi rapporti, come s'è detto, con quelli di lassù. Ciò che dice le viene ispirato dall’alto e non si scherza coi santi: niente acqua. La febbre supera i quaranta gradi, mi sto disidratando, perdo liquidi da tutti i pori e i fori. A intervalli regolari, dispensata come una medicina, una forchettata di cicorione spinto a forza in gola mi fa rovesciare anche l’anima e impazzire le budella.

“Voglio mamma” piagnucolo, gemo, pretendo. Ma nemmeno questo si può fare, le si dovrebbe mandare un telegramma e ricevere un telegramma è come prendere una coltellata, un telegramma si manda solo nel caso estremo. Né acqua né mamma, solo delirio senza intervalli di lucidità.

“Voglio il dottore”, ma il dottore non viene a visitare a casa per una semplice indigestione, non viene nemmeno pagandolo, bisognerebbe andarlo a prendere col somaro e riportarlo e il dottore è vecchiotto e non se la sente e altri mezzi non ci sono e di venire a piedi neanche a parlarne.

“Voglio il prete”, voglio che il prete venga e ordini ai suoi fedeli di “dar da bere agli assetati”. Ma che dici stupidina, ma quale prete, il prete si chiama per l’estrema unzione e non è cosa nemmeno da pensare.

Né acqua né mamma né dottore né prete.

“Voglio morire”.

“Chiedi perdono a Gesù, è morto per ridarti la vita e tu la vita non la vuoi”.

“La voglio, la voglio, salvatemi, io sto morendo”.

“Povera piccola, la febbre le fa dire cose strane”.

Esco dalla stanza e me ne vado, me ne vado al fiume, a fiume c’è tanta acqua che forse basterà alla mia sete, è notte e io sto con la faccia nell’acqua diaccia del fiume e il fiume mi porta lontano lontano ma la sete non passa. Torno a casa e scendo al fosso ma il fosso è secco, nemmeno una goccia d’acqua, le pietre splendono asciutte nella notte. Torno nella stanza dalla quale non sono mai uscita, se non nel delirio, e ritrovo intatto il tormento, il tormento atroce della sete, io muoio e nessuno fa niente per me.

“Nessuno mi salva!”

“Bella meluzza, non senti le nostre preghiere? Guarirai presto, prega anche tu”.

Zia torna a chiedere aiuto e consigli a Letizia, ha fatto tutto quello che le ha detto di fare ma la febbre continua a salire e io non mi lamento quasi più, troppa fatica, sono allo stremo. E zia torna con la ricetta miracolosa, un bel pugno di sale inglese, laviamo la creatura da cima a fondo e la liberiamo così di ogni cosa cattiva.

La natura ha i suoi segreti. Mi sussurra che sono in pericolo di vita, sto per essere uccisa da quel bicchiere di ottimo purgante. So anche che dovrò berlo, con le buone o con le cattive, e non ho le forze per scappare.

“Lo bevo. Ma voglio berlo da sola. Uscite tutti, chiudete la porta, e io lo bevo”. Non si rifiuta un desiderio a un moribondo, e tale mi sento. Escono e si chiudono la porta alle spalle, il bicchiere sul comodino aspetta. Scendo dal letto, lo prendo con tutte e due le mani, mi trascino fino alla finestrella che dà sul retro e lo svuoto dell'orripilante appiccicoso giallastro contenuto. Al letto ci arrivo per misericordia, già praticamente svenuta, trasudando l’ultimo liquido. Letizia ha detto che dopo aver preso la purga devo bere acqua calda con un pizzico di sale e una mollica di pane, e arrivano uno dietro l'altro i tazzoni fumanti che laveranno anche l’ultima impurità. L’acqua salata e tiepida non è quella cercata nel delirio, ma è la salvezza. Mi riprometto di confessare agli zii la mia marachella, ma non adesso. Loro sono ancora convinti della bontà dei rimedi di Letizia. Sarà pure una santa donna, Letizia, ma per poco non mi rimandava al creatore.

 

Maria Lanciotti


 

...fine seconda parte

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