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Alberto Figliolia. Kevin Carter, Kong Nyong... Fotografiche domande 
Vigilia di Natale
23 Dicembre 2012
 

Kevin Carter. Si chiamava Kevin Carter. Morto a 33 anni. Fotografo sudafricano impegnato contro l'Apartheid. Suicidatosi con il gas di scarico convogliato all'interno dell'abitacolo del suo pickup, sul greto di un fiume. La morte l'avrà colto mentre osservava il fluire dell'acqua. Un ultimo sguardo alla luce e ai suoi innumerevoli riflessi nel liquido che scorre. Panta rei. Acqua: un simbolo di vita, di purificazione. L'acqua che va al mare, in un ciclo che rappresenta l'infinita continuità. Quell'acqua che separa e unisce continenti e genti. Quell'acqua che mancava al bambino fotografato in Sudan un caldissimo e terribile giorno da Kevin Carter.

Quel bambino, perché infine si era scoperto che era un bambino e non una bambina, che si trascinava con fatica e dolore, carponi, mentre alle sue spalle un avvoltoio attendeva paziente il proprio pasto. Un pasto di poca carne e molte ossa. Un'anima data in pasto dalla crudeltà delle guerre e dalla brutalità dell'essere umano. Una brutalità coltivata con sapienza. Una ben misera sapienza, un disgraziato ossimoro.

Kevin Carter era presente quel giorno di sole spietato e tremendo, mentre il bambino si trascinava con dolore e fatica e l'avvoltoio attendeva il proprio pasto. E nessuna colpa è da attribuire all'avvoltoio. Avvoltoi sono tanti, troppi membri della specie Homo sapiens.

Kevin aspettò per scattare la sua foto e documentare la tragedia. Quella foto, Bambina in agonia, fece vincere a Carter il Premio Pulitzer, forse per la categoria professionale cui apparteneva il più importante del mondo. Correva l'anno 1994. Pochi mesi dopo il fotografo si sarebbe dato la morte. Perché?

La foto fu molto ammirata, in quanto costituiva un'eccezionale testimonianza, un atto di accusa senza pari al pianeta umano che costruisce armi, fabbrica fame e semina pena e morte. La foto fu molto ammirata, ma nel contempo il fotografo fu accusato da più parti di omissione di soccorso. Perché non aiutò quel bambino? Come poté avere il sangue freddo di attendere lunghi minuti senza intervenire? Scattò la foto e se ne andò. Con quale stato d'animo se ne andò?

In realtà il bambino non morì. Sopravvisse. Sarebbe tuttavia morto quattro anni dopo. La vicenda è stata ricostruita da un inviato di El Mundo volato in Sudan diciotto anni dopo quella fotografia. Il giornalista è riuscito a identificare il bambino, tramite un braccialetto al polso (si scorge nella foto) recante la dicitura T3 (T = malnutrizione severa, 3 = terzo a entrare nel centro di assistenza della ONG Medici del Mondo), e a incontrarne il padre che ha confermato. Il bambino si chiamava Kong Nyong.

Che cosa fece Kevin Carter dopo quella foto? Disse che aveva scacciato l'avvoltoio. Poi si ritirò in una boscaglia a piangere. Piangere e parlare con Dio. Era stato troppo. Troppo. E gli piovvero accuse da ogni dove. Ma non era stato lui a causare quell'evento. Kevin aveva semplicemente fatto il suo lavoro. Un lavoro duro, che confinava con la missione, carico di rischi e pericoli, colmo d'ideali. Un lavoro di denuncia. E divenne a sua volta una vittima. Vittima di quell'immagine, di quella sofferenza. Dentro gli crebbero i fantasmi. S'interrogò senza rimedio sul senso del proprio lavoro, su quello che il successo aveva potuto significare a scapito della vita, di una vita. S'interrogò sul mistero, talora angoscioso, della vita.

Che cosa avreste fatto al suo posto? Bisognava essere lì, forse, per capire. Prevalse il cinismo o il desiderio estetico? Kevin Carter fu spezzato da quella foto. La sua anima si ruppe. Oltre il panorama di accuse, fu il ventaglio dei dubbi a stroncarlo, la sensazione di inutilità, il rimorso per qualcosa che non aveva commesso, di cui non era lui il responsabile.

Una volta un fotografo, un collega di Kevin Carter, dopo avere scattato delle foto altamente drammatiche posò la macchina fotografica per prestare aiuto. Un medico presente lo fermò dicendogli: “Che cosa stai facendo? Tu sei un fotografo. Fai bene il tuo lavoro, scatta le foto. Questo devi fare per documentare e far capire”.

Altri colleghi difesero Kevin Carter. Uno in particolare disse: “Se non fosse stato per Kevin, non ci sarebbe stato uno stronzo a venire qui e a mostrare al mondo quel che stava accadendo”.

Pietà per quel bambino. Pietà per Kevin Carter. Due vittime dell'assurdità del sistema che crea e fomenta ineguaglianze, ingiustizie, conflitti.

La prima volta che ho visto quella fotografia sono rimasto sconvolto. Una folla di domande si è assiepata, dolente, nella mia mente.

A distanza di anni, parlandone con degli amici, qualcosa ancora si è mosso all'interno di me. Ora più che mai, se non abbiamo risposte, è il tempo delle domande.

Perché quella fotografia, quel bambino che si trascina carponi, il suicidio, a soli trentatré anni, di quel fotografo all'apice del successo, pongono domande. Perché, se le risposte ci mancano e latitano, delle domande non possiamo fare a meno.

 

 

 

Vigilia di Natale

 

Che amara ironia in questo Natale...

Che cosa è divenuto il Natale, ogni Natale

che ci viene elargito,

che ci viene imbonito,

che ci viene imbandito?

 

Ancora ieri c'è stato un terremoto,

ma Cristo non è nato né risorto

se non nello sguardo di una bambina

che si trascinava carponi:

in cerca di un sorso d'acqua

nell'assurda orba levità del giorno

che si levava e calava

come vendicatrice spada.

 

Alle spalle del grappolo di stracci,

oltre la geografia delle ossa,

oltre la disfatta della pelle rugosa

in cui la bambina era mutata,

grumo di dolore senza più rancore,

un avvoltoio e un fotografo,

ambedue pronti a carpirne

l'immagine mortale.

 

Cristo è nello sguardo di quella bambina,

soltanto in quell'ultimo sguardo.

 

Alberto Figliolia


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Dir. responsabile Enea Sansi - Reg. Trib. Sondrio n. 208 del 21/12/1989 - ISSN 1124-1276 - R.O.C. N. 32755 LABOS Editrice
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