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Lettera aperta al Presidente della Repubblica 
Caso Gianoncelli e libertà di stampa
05 Marzo 2009
 

Ecc.mo Sig. Presidente della Repubblica,

ci rivolgiamo a Lei in quanto garante della Costituzione e Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura non per perorare la nostra causa (Quella l’affronteremo nelle opportune sedi con un processo pubblico dal quale uscirà la verità dei fatti fin nei minimi particolari), ma perché prenda consapevolezza come il nostro rinvio a giudizio per l’espressione riferita al Giudice presso il tribunale di Sondrio Dr. Fabrizio Fanfarillo, «Il suo “pugno di ferro” ha colpito due generazioni della famiglia Gianoncelli e si appresta a colpire la terza», comprovi che nel nostro paese la già contrastata libertà di stampa, diventi veto se la cronaca e la critica riguardano un magistrato.

I tempi non sono maturi perché i Pubblici Ministeri e i Giudici per le Indagini preliminari recepiscano gli importanti orientamenti della Corte di Cassazione, Sezione Quinta Penale sanciti con la sentenza 21 febbraio 2007, n. 25138 («In tema di diffamazione, la critica deve ritenersi legittima anche quando ha a oggetto l'attività giudiziaria, giacché il ruolo fondamentale nel dibattito democratico svolto dalla libertà di stampa non consente di escludere che essa si esplichi anche in attacchi al potere giudiziario, risultando i giornali il mezzo principale diretto a garantire un controllo appropriato sul corretto operato dei giudici») e con la sentenza n. 292321/2004 Infatti, se è vero che i provvedimenti giudiziari ritenuti errati possono essere modificati soltanto con il rimedio delle impugnazioni, è pure vero che essi possono essere ampiamente criticati… La legittima critica dei cittadini non deve limitarsi soltanto alle decisioni assunte ed alle motivazioni che le sorreggono, ma può investire anche i comportamenti assunti nell’esercizio della funzione giudiziaria.

«Comportamenti che, come è noto, debbono essere improntati non solo ad imparzialità, ma anche ad equilibrio e sobrietà. Sovente, infatti, alcuni comportamenti "arroganti" assunti nei confronti di avvocati, imputati e parti processuali appaiono addirittura meno tollerabili di motivate decisioni contrarie agli interessi di una parte. Ed è giusto che sia così perché in un Paese democratico chi esercita la delicata funzione giudiziaria che produce rilevanti effetti sulla vita dei consociati deve astenersi dall'assumere atteggiamenti che possano essere interpretati come improntati a pregiudizi.

«Del resto che sia legittima la critica non solo dei provvedimenti giudiziari, ma anche dei comportamenti dei magistrati è dimostrato dal fatto che sia avvocati che parti possono presentare esposti al Consiglio superiore della magistratura, che, come è noto è il custode della deontologia del magistrato. Infine in linea generale deve rilevarsi che in un ordinamento democratico, come è il nostro, ampio spazio deve essere riconosciuto alla libertà di espressione dei cittadini ed al diritto di critica sui provvedimenti e sui comportamenti assunti dalle persone che esercitano rilevanti poteri pubblici; la critica e le conseguenti discussioni contribuiscono, infatti, alla crescita della sensibilità collettiva su questioni rilevanti ed “aiutano” chi esercita un pubblico potere a correggersi».)

A maggiore ragione, i tempi non sono maturi perché i Pubblici Ministeri e i Giudici per le Indagini Preliminari recepiscano gli orientamenti della Corte Europea per i Diritti dell’uomo, sez. II, 17 luglio 2008, n. 42211, che ha condannato l’Italia per le limitazioni ai diritti di cronaca e di critica sottolineando che «la stampa gioca un ruolo fondamentale in una società democratica e che al diritto di comunicare fatti di interesse generale corrisponde un diritto del pubblico a ricevere tali informazioni. Tale diritto, protetto dall'art. 10, comprende anche la tutela delle modalità di espressione proprie del linguaggio giornalistico, tra le quali rientrano anche una certa dose di esagerazione o di provocazione, nei limiti del rispetto dell'altrui reputazione e della verità dei fatti esposti. Questi principi devono essere adattati anche in relazione alla qualità personale del destinatario della critica: in quanto uomo politico e personaggio pubblico, egli si espone necessariamente ad un controllo attento dei suoi atti e gesti, dovendo mostrare una tolleranza maggiore nei confronti della critica altrui, specie se diretta contro atti o dichiarazioni rese in veste istituzionale».

Il nostro giornale ha dimostrato, fatti e documenti alla mano, come i provvedimenti del Dr. Fanfarillo, Giudice Delegato ai fallimenti della Società Gianoncelli Franco, Peppino e Bruno s.n.c. e dei soci in proprio abbiano ingenerato sofferenze per la mamma dei falliti, per i falliti Gianoncelli Franco e Gianoncelli Peppino e per i loro figli (tre generazioni).

La sofferenza è insita nell’animo umano. Chi soffre non si chiede se questo o quel cavillo possa consentire l’adozione di determinati provvedimenti. Soffre e basta. La sofferenza genera depressione, malattie, a volte rifugio nell’alcool, nella droga fino al male estremo del suicidio.

È umano che Gianoncelli Franco e Gianocelli Peppino abbiano sofferto quando si sono visti togliere la pensione. È umano che Moretti Lina, ultranovantenne, madre dei falliti abbia sofferto per avere dovuto affrontare, per effetto del veto alla locazione da parte degli organi del fallimento, gli ultimi anni della sua vita con una pensione minima, peraltro decurtata, di cui metà destinata al pagamento di tasse sugli immobili. È umano che Gianoncelli Patrizia abbia sofferto quando si è vista prelevare i suoi risparmi e mandare in rosso il conto corrente.

È umano che Gianoncelli Patrizia, Diletto, Giorgio e Marinella, figli di Franco e Peppino (estranei ai fallimenti), abbiano sofferto allorché il Giudice dr. Fanfarillo ha autorizzato il curatore a impugnare il testamento con il quale la loro nonna li nominava eredi universali ed è altrettanto umano che gli stessi siano rimasti sconcertati allorché il giudice che ha autorizzato la causa, chiamato anche a deciderla non abbia ritenuto di astenersi nemmeno dopo la ricusazione.

È umano che gli eredi di Moretti Lina (estranei ai fallimenti) siano rimasti sconvolti nel vedersi condannare al pagamento di spese legali per due cause, per un importo talmente elevato da indurre il curatore, su autorizzazione del Giudice Delegato, a pignorare l’appartamento di Gianoncelli Patrizia.

È umano lo sconcerto degli eredi di Moretti Lina di vedersi condannare al pagamento di spese legali a fronte di condanna pronunciata nei confronti di soggetti terzi (coniugi Fiori) contro i quali, il curatore, su autorizzazione del G.D. è intervenuto volontariamente nella causa promossa da Moretti Lina per il recupero di somme date in amministrazione e custodia. I coniugi Fiori (e non gli eredi di Moretti Lina) sono, infatti, stati condannati a pagare ai fallimenti somme (occultate per 17 anni) appartenenti all’eredità del padre dei falliti.

È umano che Gianoncelli Patrizia (estranea al fallimento) e con lei suo padre Franco soffrano nell’assistere impotente alla (s)vendita all’asta del suo appartamento pignorato a fronte delle spese legali a cui sono stati condannati gli eredi di Moretti Lina.

È giusto e doveroso che persone che si trovino ad affrontare simili difficoltà non vengano lasciate sole. Inquietanti sono i fatti; non la loro divulgazione.

Il nostro giornale ha preso posizione in ordine alle vicende che hanno colpito le tre generazioni di Gianoncelli, informando l’opinione pubblica e cercando (purtroppo invano) di sensibilizzare le istituzioni. Si è trattato di legittimo esercizio del diritto di cronaca e di critica. Null’altro.

Abbiamo prodotto al Giudice per le Indagini preliminari del Tribunale di Brescia, Dr. Lorenzo Benini, due faldoni di documenti con i quali abbiamo dimostrato l’assoluta verità dei fatti, chiedendo di accertare eventuali responsabilità del G.D.

Per il momento, l'unica determinazione assunta è stato il rinvio a giudizio dei sottoscritti, per il reato di diffamazione a mezzo stampa.

E così il Tribunale di Brescia, oltre alle vicende dei coniugi tagliati a pezzi, della ragazza pachistana uccisa dal padre, a omicidi, truffe, rapine e stupri dovrà giudicare anche la redattrice di un articolo e il direttore di un piccolo giornale quale è ‘l Gazetin (giornale indipendente di cronaca civile), che hanno sfidato i luoghi comuni del “top secret”, informando l’opinione pubblica su provvedimenti adottati da un magistrato nell’esercizio delle proprie funzioni e che hanno “esagerato” nel definire l’operato del giudice con l’espressione “Pugno di Ferro”.

 

Non abbiamo alle spalle grandi testate che dalla pubblicazione di articoli o di libri traggono le risorse per difendersi. Dobbiamo farlo con le nostre forze. Ma lo faremo a testa alta. Ci auguriamo che il processo venga seguito dalla stampa nazionale in quanto, a prescindere dalla nostra posizione (siamo due piccolissime insignificanti gocce nel mare), da esso potrebbe derivare una importante svolta a favore della libertà di stampa sancita dall’articolo 21 della costituzione per quanto riguarda la cronaca e la critica nei confronti dei giudici.

La critica e le conseguenti discussioni, come egregiamente ha chiarito la Corte Suprema di Cassazione, sezione V Penale, contribuiscono alla crescita della sensibilità collettiva su questioni rilevanti e “aiutano” chi esercita un pubblico potere a correggersi.

Se solo i fatti di cronaca riportati su ‘l Gazetin, invece di urtare la suscettibilità del Giudice Delegato (e del curatore Dr. Marco Cottica), avessero fatto riflettere le istituzioni sull’impatto devastante che taluni provvedimenti hanno avuto sull’esistenza dei destinatari, sarebbero state risparmiate alla famiglia Gianoncelli tante sofferenze, peraltro non controbilanciate dagli interessi dei creditori dei fallimenti.

  

Illustrissimo signor Presidente della Repubblica. Perdoni se abbiamo avuto l’ardire di informarLa in ordine alle predette circostanze. Lo abbiamo fatto perché sappiamo quanto a Lei stia a cuore la Costituzione. E per questo siamo scesi in piazza a manifestare solidarietà nei suoi confronti in occasione della vicenda Englaro.

Ci auguriamo, qualora avesse l’opportunità di leggere questo scritto, che possa prendere posizione sul principio costituzionalmente garantito della libertà di stampa nonché sull’obbligo degli inquirenti, prima di far spendere denaro pubblico in processi, di accertare, ai fini della condizione di non punibilità di cui all’art. 596, c. IV C.P., la verità dei fatti anche quando i medesimi vedano protagonisti Magistrati, sfatando così il luogo comune che “un Giudice non va mai contro un altro Giudice”.

Ciò, ovviamente ed esclusivamente, in base al principio che “LA LEGGE È UGUALE PER TUTTI”.

 

Con i nostri più deferenti ossequi.


Vanna Mottarelli

Enea Sansi

 

 

Ampia documentazione sulla vicenda del “caso Gianoncelli”

è disponibile su internet al seguente indirizzo:

http://labos.valtellina.net/gazetin/Gianoncelli0.htm


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