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L’articolo 29 e le assai libere interpretazioni dei vari Giovanardi
14 Dicembre 2006
 
Allora li avete sentiti? Tutti, eh! Da Giovanardi in giù (o in su, fate un po’ voi…). Ma anche in trasmissioni solitamente attente e documentate come “Otto e mezzo” de La7 – e l’altra sera c’era nientepopodimeno che il capo dell’ufficio legislativo non ricordo più se del ministero della Famiglia o degli Affari sociali, ma fa lo stesso. Tutti, dico tutti, che indicano l’articolo 29 della Costituzione come potente barriera che ostacolerebbe il matrimonio omosessuale. – Sì, avete capito bene, matrimonio non “unione civile” o che dir si voglia.
Ebbene, ma che dice ‘sto benedetto articolo 29? Vediamo.
 
Art. 29. La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.
Il matrimonio è ordinato sull'eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell'unità familiare.
 
I nostri espertoni politici trovano in quell’aggettivo, «naturale», la ragione del loro (libero) interpretare, che acquieta le loro coscienze, e su quel solo aggettivo, universalmente calzato a mo’ di paraocchi, fingono di discutere, si dividono e accapigliano, sul da farsi.
Ma è proprio così? Senza scomodare biologi o altri scienziati, a me pare che letteralmente quell’aggettivo indichi l’esatto contrario di quel che tutti fingono d’intendere. Che infatti, e peraltro non soltanto per la specie animale alla quale apparteniamo, la relazione omosessuale sia naturale quanto quella etero è piuttosto fuor di discussione. (E per quanti ritengono la natura corrispondere al creato… discendono conseguenze piuttosto interessanti, con buona pace di papi e cardinali – ma questo è un altro discorso e che ci porterebbe troppo lontano).
I nostri padri costituenti erano dunque ben più avveduti dei loro scombinati pronipoti. A maggior ragione se consideriamo il termine, «coniugi», usato - con perfetta e lineare coerenza - nel secondo comma.
Ma allora, diversamente che in Spagna, dove in costituzione erano indicati i sostantivi di “uomo” e “donna” (o moglie e marito, ora non ricordo esattamente, ma la sostanza non cambia), una scelta come quella spagnola non necessiterebbe, in Italia, nemmeno di una legge costituzionale? Ebbene sì! Vi parrà strano, ma è proprio così. Voi approfondite, ragionate etc. etc. ma questa è la conclusione.
E allora? Da dove derivano scandalo e tanto clamore per questi trucidi “attentatori” alla famiglia? Chi dà tanto valore al matrimonio (e stiamo parlando qui, ovviamente e beninteso, dell’istituto civile e non di sacramenti) non dovrebbe esser lieto che anche altri, finora ingiustamente esclusi, siano giunti a dargliene?
Poi, ma questo dovrebbe essere scontato, a chi scelga altre forme di unione spettano equi diritti/doveri com’è già (irreversibilmente, oso prevedere) nel diritto positivo europeo.
 
Enea Sansi

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