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Gino Songini. L'amico Pàvel e un freddo Natale 
Piccola storia di 'integrazione' quando la parola ancora non esisteva, nemmeno sui dizionari...
26 Dicembre 2009
 

Quell'anno il Natale ci parve strano. Sembrava che il paese fosse rimasto di colpo deserto. Faceva un gran freddo ed era venuta la neve, quasi a cancellare anche il ricordo del lungo e tiepido autunno e della grande tenda che per molto tempo aveva occupato un angolo della piazza. E noi ragazzi avevamo perso il nostro amico che se ne era andato perché, così ci aveva detto, doveva trasferirsi in un paese lontano. Ma chi era il ragazzo partito da qualche giorno con i suoi familiari su uno dei due macchinoni neri (in quel tempo, in paese, nessuno aveva ancora la macchina) stracarichi di masserizie? Dove andava? E da dove era venuto? Mi scuso con i lettori se non posso dare risposta alle ultime due domande. Pàvel, così si chiamava l'amico, aveva undici anni ed era il più piccolo di cinque fratelli. Ci aveva detto che girava il mondo con la sua famiglia, e niente altro. Del resto l'amicizia tra i ragazzi non richiede troppe domande e quindi neppure troppe risposte. A noi bastava che lui giocasse con noi in assoluta libertà, così come eravamo abituati da sempre. Ci piaceva ad esempio, quando giocavamo a nascondino, vedere come Pàvel avesse presto imparato i nascondigli più reconditi tra le vecchie case del paese, dalle cantine ai sottotetti, dai portici ai ballatoi. Oppure, quando si giocava coi più grandi che, se ti trovavano, ti battevano coi rami di betulla fino a farti sanguinare, come sapesse anche lui salire insieme a noi tra le rocce sopra il paese per nascondersi e mettersi al riparo dagli inevitabili colpi.

Insomma ben presto Pàvel era diventato come uno di noi, in tutto e per tutto, tanto che a volte si azzardava perfino a esprimersi nel nostro dialetto. La sola differenza era che lui non frequentava né la scuola né la chiesa, dove invece noi eravamo ospiti abituali, con maestri, preti e suore che quotidianamente ci riempivano di prediche. Sapeva tuttavia leggere e scrivere e parlava correttamente l'italiano, sicuramente meglio di alcuni di noi. Quando stava nella grande tenda con i familiari, il padre, la madre e i fratelli (tra i cinque figli c'era anche una sorella) parlava con loro in una lingua assolutamente incomprensibile, nella quale non c'era una sola parola che avesse qualche somiglianza con l'italiano. E noi ci divertivamo ad ascoltare quelle conversazioni familiari simili a una veloce cantilena, anche se non ci interessava affatto di capire cosa dicessero.

Era una famiglia di artigiani che sapevano lavorare il rame in maniera splendida. La gente del paese veniva sulla piazza in processione a portare caldaie, pentole, secchi, paioli, conche, colatoi per il latte, vecchi utensili bisognosi di cure, e quegli artigiani saldavano, martellavano e limavano dalla mattina alla sera fino a quando riconsegnavano le cose come nuove, solide e brillanti come quando erano uscite dalla bottega. Oltre agli utensili in rame sapevano riparare anche i più vari attrezzi che servivano alla vita della comunità montanara: scuri, falci, vanghe, roncole, zappe, ecc., perfino campanacci. Gli uomini lavoravano alacremente e allegramente mentre la madre e la sorella riordinavano l'interno della tenda o il locale sulla piazza che avevano provvisoriamente affittato. Più volte al giorno la vecchia (ai nostri occhi di bambini quella donna sui cinquant'anni era vecchissima) preparava il caffè per i suoi uomini al lavoro: con un mestolo toglieva da un sacco il nerissimo caffè che, una volta portata ad ebollizione l'acqua, versava nel pentolone. Poi rimestava, copriva e lasciava riposare sul fuoco. Quindi, sempre col mestolo, aggiungeva grandi quantità di zucchero e quando il caffè appariva limpido finalmente serviva dentro grosse tazze di porcellana.

Era brava gente, semplice, attiva, allegra. I fratelli più grandi la sera se ne andavano in compagnia dei loro coetanei avvicinando le ragazze del paese, senza però provocare mai scontri né risse (in quel tempo le risse, anche per futili motivi, erano all'ordine del giorno). Noi, finita la scuola, correvamo in piazza in cerca dell'amico che subito si univa alle nostre scorribande. Era un ragazzo intelligente e curioso, interessato a conoscere il nostro modo di vivere. Entrava nelle stalle per assistere alla mungitura delle mucche e delle capre, saliva con noi nei fienili a tagliare il fieno da portare nelle mangiatoie, aiutava perfino a portare la legna nelle gerle e a spaccare i ceppi con la pesante scure usata dagli adulti.

Per me Pàvel dimostrava una simpatia particolare, rifornendomi costantemente di biglie di vetro colorate e di lucenti sfere di acciaio che io poi perdevo regolarmente giocando con i più grandi. A volte mi dava l'impressione che gli piacesse la nostra vita, così diversa dalla sua, condotta in una valle nascosta tra le montagne e che avesse anche lui il desiderio di avere intorno uno stabile gruppo di amici con i quali giocare ogni giorno, d'estate e d'inverno, con il sole e con la neve. Che gli piacesse, o gli sarebbe piaciuto, venire a scuola con noi e magari entrare con noi nella chiesa del paese per assistere alle varie funzioni.

Un giorno lo invitai a salire con me sul campanile del paese. Si avvicinava Natale e, secondo l'usanza, già si cominciava a scampanare ogni giorno con le cinque campane bloccate a mezz'aria e i battagli legati tra loro da una rete di corde. Lassù, un vecchio un po' curvo ma energico, tirava ritmicamente le corde con le mani e con il piede destro e dal campanile usciva un suono potente e ritmato, una specie di concerto triste e gioioso nello stesso tempo, che si spandeva sui tetti delle case e nel cielo della Valle. Per aria volteggiavano alcuni fiocchi di neve portati dal vento e io e Pàvel guardavamo dall'alto la piazza, le case, le strade e il fiume che scorreva sotto di noi. Pàvel voleva dirmi qualcosa, certamente per mostrarmi la sua gratitudine per avergli fatto vivere quel momento straordinario. Ma lo scampanio era così assordante che era inutile parlare perché non si capiva assolutamente nulla. Quando finalmente scendemmo dal campanile eravamo pressoché sordi. La sera i suoi mi fecero entrare nella tenda e sua madre offrì anche a me una tazza di dolcissimo caffè, allungato col latte.

Pochi giorni dopo Pàvel partì. Era una domenica mattina e noi ragazzi eravamo tutti sulla piazza a guardare quella gente che smontava la tenda e caricava ogni cosa sul tetto e nel baule dei due macchinoni. Anche Pàvel si dava da fare ad aiutare i suoi a compiere quelle operazioni che per loro dovevano essere abituali. Salirono tutti e alla fine salì anche lui sulla seconda macchina. Si vedeva che era triste. In fondo al rettilineo in discesa si voltò verso di noi, salutandoci con ampi gesti dal lunotto posteriore della vettura.

Poi i due macchinoni scomparvero dietro la curva.

 

Gino Songini

(da 'l Gazetin, dicembre 2009)

 


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