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Flavio Ermini. L’ascolto del testo
05 Marzo 2015
   

Chi si accinge all’ascolto di un testo, mette in atto un progetto, con alcune attese più o meno dichiarate. Infatti, l’ascolto del testo non può iniziare che da pre-conoscenze e pre-concetti, che andranno via via rielaborati e riformulati nel confronto con l’opera, la cui essenza viene meglio compresa quando le pre-conoscenze e i pre-concetti si dimostreranno di una certa consistenza. Diversamente una comprensione del testo non può essere possibile. Un ulteriore passo andrà poi compiuto: intonare la lingua da tradurre alla propria lingua, tessendo una trama di relazioni tra lingue diverse.

Ecco quanto impariamo leggendo: apprendiamo come avvenga – tra due lingue – l’esposizione all’ascolto che sta alla base di un procedimento di lettura. Apprendiamo che, nell’atto di lettura, ci si deve esimere dal porre domande dirette alla lingua del testo – circa la sua verità – senza prima aver interrogato il proprio rapporto con l’opera. Solo dopo aver interrogato e percorso, grazie all’ascolto, la via che destina e dà accesso all’opera, al lettore sarà consentito di esporsi al dire che dice la verità, ovvero alla lingua che dice la vita. Leggendo, apprendiamo che, nell’atto di lettura, la via da percorrere è quella che consente di giungere a ciò che si protende dal testo verso il lettore, chiamandolo a sé. Propriamente un cammino che non va da un luogo a un altro, ma un cammino al quale si corrisponde soltanto restando sui propri passi. Leggendo, apprendiamo che la comprensione di un testo richiede sempre un punto di vista ermeneutico. Richiede cioè che lo stesso punto di vista dal quale il testo è osservato possa essere continuamente trasformato dal testo stesso, ovvero dalle domande che esso pone.

Nell’incontro, non è soltanto il lettore, dunque, a muovere i suoi passi verso la comprensione del testo, ma vi è pure qualcosa che, venendogli incontro – sorprendendolo e talvolta facendolo trasalire –, irresistibilmente lo guida. Quel “qualcosa” è il silenzioso appello originario al quale il testo che stiamo leggendo aveva prestato ascolto. Quel “qualcosa” costituisce una rivelazione per il lettore. Così com’era stato per chi aveva scritto, anche per chi ora legge si tratta ora di preservare e custodire – in un’altra lingua – l’aurorale parola ante rem a partire dalla quale l’essere umano veramente è.

Noi lettori abbiamo il compito di braccare il senso, anche là dove si produca perdita totale di senso. Abbiamo il compito di mettere in evidenza le ambivalenze e le indecisioni che sono sempre all’opera nel testo, consentendo alla parola di rimanere fedele al suo voler-dire: a quel dire che continuamente si manifesta per occultarsi, per negarsi all’ascolto; a quel dire che si perde per ritrovare il legame perduto con l’origine e con i suoi suoni indicibili: costituiti da respiri di parole e silenzi di cose. Insomma: ascoltare il testo, riascoltarlo e di nuovo, di nuovo ascoltarlo corrisponde per noi lettori a un parlare, in quanto l’ascolto presuppone in questo caso di accogliere lo spirito originario della lingua stessa.

***

Leggere un’opera significa dare forma a un nuovo testo attraverso quell’opera. Ecco perché si dice che sia necessaria una comprensione inventiva dell’opera. La lettura ha già sperimentato molte modulazioni di questo rapporto tra chi legge e chi scrive.

Di fronte a un testo, il compito di chi legge è presentire e descrivere la pura lingua che vi si cela. Il processo avviene per frammenti. Il lettore non può portare alla luce che frammenti della vera lingua, tale è la distanza che separa dalla parola originaria le lingue che noi parliamo e leggiamo.

«Ogni opera d’arte contiene un ideale a priori, una necessità di esistere» ricorda Novalis. Quell’«ideale a priori» va illuminato a partire dal testo da leggere, ma ben sapendo che il testo da leggere – agitato dalla sua necessità di esistere – non nasce dal nulla, bensì dalla casa natale della vera lingua, ovvero dal chaos; tanto che non è inesatto dire che la vera lingua è la messa-in-forma del chaos. Il lettore deve dunque sapere che quell’«ideale a priori» è solo una soglia, e che – in verità – è il chaos originario l’elemento da cogliere quando per un istante nella forma da interpretare riaffiora. Ecco il tratto essenziale: chi legge deve cogliere, nella lingua che sta leggendo, la lingua dello stato primordiale, quella lingua originaria in cui non c’è scissione tra cosa da trasmettere e atto della trasmissione.

È necessario accedere alla lingua che pensa per noi, prima ancora che il singolo – chi scrive – sia giunto a pensare “in proprio”. La lettura è una meditazione sul pensiero aurorale che nella lingua fa da motore a ogni testo. Non è un compito facile. Il rapporto tra testo e lettore è istituito dialetticamente secondo una duplice relazione. Per un verso c’è la necessità di accostarsi all’opera da leggere muniti di strumenti critici in grado di dischiuderne e di orientarne l’interpretazione; per un altro verso è invece il testo a suggerire le categorie teoretiche idonee alla sua interpretazione.

Il testo è il raggio luminoso che va studiato in sé, indipendentemente da ciò che illumina, indipendentemente da colui al quale sembra rivolgersi; tanto che una scrittura è comunque leggibile – sempre aperta e offerta allo sguardo di chiunque – anche nell’ipotesi di una sparizione assoluta, anche ipotetica, di ogni destinatario.

L’opera è tanto aperta da reclamare un pensatore che non legga per unità e prelievi, ma che intenda compiere l’intera circumnavigazione. Il lettore lo sa: solo cercando le Indie è possibile che ancora una volta ci si imbatta nelle Americhe. In questo viaggio partecipiamo alla scoperta di un nuovo continente. Desideriamo che il nostro cammino non si interrompa. Restiamo in cammino e ci esponiamo a un dire ulteriore.

Il testo è un corpo mutevole; è un albero che a ogni momento è una cosa nuova. Leggerlo vuol dire far emergere ciò che del testo ancora non è stato visto, ciò che soltanto ora, in questo preciso istante, può rendersi visibile, leggibile e conoscibile. È lo sguardo dell’adesso, che indaga la struttura interna della forma artistica. Il compito del lettore consiste nel guadagnare, ora, l’accesso ad aspetti del pensiero praticamente invisibili in un altro momento, prima o dopo che sia. Il compito di noi lettori è di continuare il suo lavoro: restare in cammino.

***

La compiutezza dell’opera è sempre apparente; e così la sua armonia. Va registrato il movimento segreto che interrompe il ritmo: è soprattutto al privo-di-espressione che volge lo sguardo il lettore. Nell’ammutolire della bellezza, infatti, c’è il disvelamento del chaos originario. In questa cesura sta la libertà della produzione conforme al senso e, subordinata a essa, la fedeltà alla parola albale.

Va sventrato il pensiero che interpreta. La lettura va aperta a nuove possibilità interpretative. Va altresì liberata da qualsiasi impegno sistematico. Il testo sarà così attratto nell’area del lavoro interpretativo e consegnato all’anti-pensiero (ovvero alla parte in ombra del pensiero), l’unico in grado di disporsi all’ascolto. Va alfine favorita l’esperienza di un pensiero che si esercita in un campo non suo.

La lettura vive di respiri tronchi, mormorii e grida, che, incidendo il pensiero, lo spingono costantemente a staccarsi da ogni fissità, portandosi fuori campo

L’esposizione al dialogo – nella consapevolezza che noi, come ricorda Hölderlin, «siamo un colloquio» – impone una disponibilità ininterrotta; e implica il rischio di una dissoluzione dell’opera così come della sua interpretazione in una costellazione di frammenti.

Quel che importa, nella lettura, non è la successione dei passi, non è il metodo, ma è il lasciarsi incontrare per via dal testo. È il restare in cammino che va favorito. Se così avviene, la lettura tende a configurarsi – nel suo oscillare tra un eccesso e un difetto di informazioni – come un dispiegamento delle ragioni più riposte dell’opera. L’argomentazione parte da un fondo nascosto: il non-detto, di cui va presa coscienza per poterlo accogliere nel primo movimento del dire.

Nella lettura di un’opera prende corpo una concezione radicalmente nuova dell’interpretazione critica, la quale non si configura più come una teoria; non appare più come forma di sapere, né come visione del mondo; bensì s’impone come insistente domandare. E, come tale, non esita a intonarsi alla sensatezza del linguaggio. Tanto che è possibile affermare che un irreparabile crollo permette che terra e cielo si uniscano.

Coloro che hanno a che fare con la parola letteraria – siano essi scrittori o lettori – partecipano a un movimento deviato rispetto alle leggi comuni, un movimento che sembra dover sottostare a leggi più incerte, a decreti “senza potere”, tanto da dare vita a un processo di conoscenza che si sviluppa in una molteplice varietà di modi, senza mai decidersi per uno in particolare. Nella lettura ci sono poche cose certe e queste poche non sono mai completamente al sicuro dal dubbio o dalla possibilità del dubbio.

Molti sono gli elementi custoditi in permanente profondità nel testo originale; esistono solo lì, innominabili – nella loro purezza – al di fuori del perimetro delle parole prime con le quali l’autore li ha nominati. Il lettore interviene con parole seconde in una interrogazione che si configura come una dialettica di avvicinamento e allontanamento rispetto all’origine. Si muove nella direzione del frammento, ma senza farne l’inventario: l’interrogazione profonda non può essere sottoposta a categorie restrittive. Ecco perché la ricerca nell’ascolto non ha mai fine: perché ogni individuo, ogni generazione ha sempre il diritto di rileggere l’opera da un nuovo punto di vista, tenendo conto di inedite esperienze di lettura. È perenne la rivedibilità dei nostri risultati. Ecco perché la lettura va sottoposta a un controllo critico continuo, che non potrà mai essere definitivo.

***

Nella lettura il linguaggio va liberato dagli obblighi del significato, così come accade nel suo farsi, per evidenziarne il senso; e con il senso: il ritmo, la musicalità. Va favorito il tentativo di un pensiero privo di presupposti e che proceda nell’impossibilità di una conclusione.

Questa interminabilità è la dichiarazione detta e scritta del piacere che si prova nella lettura di un testo. Di nuovo, e sempre di nuovo, chi legge tenta di cogliere nel testo i geroglifici della vita, senza mai attendersi risposte definitive.

Il tratto essenziale della lettura è la ricerca di un colloquio, evitando così di catalogare il testo dietro steccati insormontabili e dentro definizioni di comodo.

Interpretare un testo fa emergere il senso della lingua come spazio conflittuale ma abitabile nel suo plurilinguismo.

La scrittura domanda di muovere a un rapporto tra testo e lettore che tenga in equilibrio sorveglianza e passione, disciplina e indisciplinata reinvenzione teorica. Lo scopo è far emergere la ricchezza e la pluralità delle voci che s’intrecciano nel testo e che dia conto degli snodi fondamentali che favoriscono gli incontri.

Da parte del lettore va abbandonata ogni pretesa di interpretazione totalizzante, cui la scrittura – che conserva la propria verità sotto forma di mistero – sempre si sottrae.

Ogni testo esige di restare nel cerchio di trasparenza della sua analisi, nel tumulto di una produttiva incoerenza e asistematicità, entro le maglie di una teoria che non si offra a facili schedature. Confluenza e designazione vanno assunte al di là di ogni recinzione, al di là di ogni asfittico progetto unificante.

Con la lettura riprende la ricerca dell’impensato. Il dire non può essere riprodotto se non nei suoi stessi termini. Il dire, infatti, consiste nell’essere come è e di non poter essere in altro modo. È intransitivo il valore del linguaggio che attinge alla propria originaria facoltà creativa. «L’impensato di un pensiero» ci ricorda Heidegger «non è una carenza che affligge il pensato. L’impensato è il dono più alto che un pensiero possa offrire».

L’impensato cui guarda la lettura non è altro che l’incomprensibile con il quale si è misurata la parola. Se vogliamo andare incontro all’impensato di un’opera, dobbiamo sbilanciarci (a questo proposito Kant parla appropriatamente di “sbilanciamenti”: Umkippungen).

Dobbiamo arrischiare un pensato commisto con ciò che ancora non è pensiero; con la violenza della passione; col grido originario. Il discendere alla conoscenza dell’origine, che comporta tanto dolore, non prevede una solida terra su cui inoltrarci, ma un non-luogo appena intendibile, provocando uno sbilanciamento. In questa incertezza – propria del passo della vecchiaia – c’è il segno più tangibile della possibilità che ci è data di cogliere lucidamente e con efficacia anche il senso più irriducibile che permane, nonostante tutto, sul fondo di quel tragico vortice che è la scrittura.

***

C’è un permanente movimento nella lettura: una nuova fonte affiora alla foce. Il sentiero non porta a destinazione ma a una soglia. Solo quando il lettore s’interrogherà sui movimenti di scrittura del testo sarà possibile far parlare il testo nella sua produttiva frammentarietà in un’altra lingua.

Nella lettura una lingua è ospitata da un’altra lingua; il dialogo prende forma e ritmo; l’atto di lettura diventa esperienza. La lettura è il racconto di questa esperienza; è la presa d’atto di una resurrezione che mette in scena un tenere-insieme, nella lingua del lettore, l’estraneo e il proprio: l’identità del testo originale e quella della nuova parola

Come lasciar dire l’altro – l’autore – senza che la sua voce si perda nella voce di chi sta leggendo? Si tratta di muoversi, passo dopo passo, nel fuoco di questa sfida, nel movimento assiduo dell’ascolto, quando l’ascolto favorisce una trasmutazione del testo, ascolto dopo ascolto: facendo sì che il testo prenda un’altra lingua, un’altra voce e un’altra voce ancora.

La lettura obbedisce alla legge di una trasformazione che si può abbracciare solo con un pensiero che ponga come tema la conoscenza della verità e come destino l’infinibilità dell’ascolto.

La lettura non può essere un’opinione («Le opinioni umane» ci svela Eraclito «sono un gioco da ragazzi»), ma una disposizione cognitiva che molto assomiglia al processo creativo della scrittura, con la sua esigenza di discontinuità e di oltrepassamento di ogni sistema di teorie.

L’amore per la conoscenza è una vera e propria passione e, come tutte le passioni, vive nell’eccezionalità dell’attimo. È una tensione verso la totalità dell’essere che perennemente si sottrae allo sguardo scientifico. In questo viaggio, solo l’esperienza dell’evento di parola – che aveva aperto al pensiero il suo inaudito silenzio e i suoi spazi interminati – consente di cogliere l’impensato.

Il testo e la sua lettura si radicano insieme nella struttura aperta e problematica dell’essere. Che poi l’interpretazione critica possa diventare figura letteraria autonoma può costituire una sfida per il pensiero.

La lettura critica è traccia di un’essenziale indecisione tra due sponde: il dire e il ri-dire: “tra due” e, di conseguenza, all’interno di ciascuna.

Talvolta la posizione di chi legge procede intimamente e di pari passo con quella di chi scrive, prendendo dimora al suo interno. Accade allora che il lettore inizi a parlare. Può accadere allora che le parole di chi comincia a parlare a partire dalla lettura possano farsi simili a quelle di chi scrive. Insomma, può accadere in letteratura quello che succede in musica. Spiegare cosa significa una composizione, prescrive Schumann, vuol dire suonarla di nuovo, e poi di nuovo ancora. In fondo si tratta, quasi sempre, di scongiurare lo spegnersi di una nota o di una parola.

 

Flavio Ermini

(da Poesia, 301, febbraio 2015)


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