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Bruna Spagnuolo: Vita di serie B? No Grazie. Suicidio - omicidio - eutanasia (1)
16 Febbraio 2009
 

Indice: Introduzione/ ben-essere (in vita e in morte) ed eutanasia/ I mattatoi umani europei e… gl’introiti da ‘turismo’ della morte / Il miracolo Mario Melazzini e “l’altra faccia della mezzanotte”/ Suicidio, etica e religioni/ Il tragico fraintendimento della parola eutanasia (ovvero conclusione: Bacone si rivolta nella tomba) /La vita

 

Introduzione

La vita…, che cos’era (al tempo del film L’albero degli zoccoli)/ che cos’è, oggi (?)…

Questa è una domanda che il genere umano deve porsi (e deve porsela il genere umano occidentale, innanzitutto, il genere umano che ha raggiunto il benessere e che ad esso, ormai, consacra anche i suoi ultimi momenti di vita e persino il valore della vita stessa).

All’epoca di riferimento del film di Ermanno Olmi- 1897/1898- la vita era un dono… Era un dono che poteva essere soltanto accettato e che veniva sempre accolto con gioia, gratitudine e fede. I ‘personaggi’ del film in questione, i contadini (della campagna bergamasca), erano così poveri che non sapevano ‘oggi’ come avrebbero sfamato i loro figli ‘domani’/ non sapevano né ‘oggi’ né ‘domani’ come li avrebbero vestiti e calzati, ma accettavano il tempo, il luogo, il modo e il perché della vita e della morte, come un mistero noto a Dio e a Dio soltanto, e vi si uniformavano (con l’umiltà eroica e buona di chi sa di non avere voce in capitolo nel dare e nel togliere la vita/ di chi non si sognerebbe per nulla al mondo di non credere in un fine superiore del modo in cui l’uomo nasce-cresce-vive-muore). La gente di quel tempo sarebbe inorridita, di fronte al modo in cui l’umanità del terzo millennio vede la vita (e avrebbe ritenuto blasfemo soltanto pensare di poterla ‘gestire’ a proprio piacimento e… di poterla addirittura ‘spegnere’, come se fosse un inturruttore accessibile a chiunque).

M’inchino di fronte al dolore di chi è consapevole di essere votato alla morte e… mi faccio piccola (e indegna di parlare della sofferenza che affligge la parte finale della vita di chi è affetto da malattie ‘che non perdonano’). Mi si permetta di sostituire con il termine ‘finale’ quello comunemente usato (‘terminale’), che è come una ferita al significato più grande della vita umana intesa come cammino-passaggio a uno ‘stadio’ di vita superiore privo di materia. È con grande rispetto e in punta di piedi che mi permetto di parlare di chi si avvicina alla fine della vita e di chi lo fa tra sofferenze atroci, specialmente, ma... è anche con grande disagio e dolore che mi permetto di dissentire sull’indirizzo che una parte dell’umanità sta imprimendo al momento più solenne del percorso umano individuale (quello della morte)…

C’è molto da dire sull’argomento, ma occorre partire da più lontano e tener conto della sfumatura edonistica che si è intrufolata nella filosofia di vita di certe dimensioni occidentali (per le quali vita e benessere si sono fuse in un’unica risultanza-ideologia-religione).       

  

‘Ben-essere’ (in vita e in morte) ed eutanasia

‘Benessere’ è una parola che ha ‘debordato’ dalla sua valenza originaria di “immagine di una nozione o di un’azione” (nonché da quella fonetica-fonologica-semantica), avventurandosi in una direzione che conduce ovunque fuorché verso il ‘futuro’ che compete agli esseri umani. Benessere, per l’uomo contemporaneo occidentale è lo star bene (a tutti i livelli, da quello fisico a quello spirituale, mentale e… chi più ne ha ce ne metta, fino a giungere allo star bene a livello economico) ed è lo scopo della vita, il punto d’arrivo che l’essere umano (immemore di tutto e alla faccia delle varie frontiere delle realtà ultraterrene e delle religioni praticate sul pianeta terra) si pone. La vita, finalizzata al benessere, compendia il bene-stare, lo star bene e rifiuta/rinnega la sofferenza. L’equazione cui l’uomo contemporaneo di un certo tipo riduce la vita è: vivere = benessere = bene stare = non soffrire.   Morire ‘stando bene’ è un’idea che s’insinua nella mente e che fa sì che sia chi sa di non avere possibilità-guarigione che chi vede soffrire le persone amate identifichino, erroneamente, la sofferenza con la ‘perdita della dignità di essere umano’.

  

La gente antica, semplice, umile e buona non si permetteva il lusso di mettere in discussione le ‘modalità’ della vita e della morte (ivi incluse quelle che compendiavano sofferenze atroci e agonie terribili) e assisteva gli ammalati, con manzoniana ‘carità cristiana’ e, soprattutto, con fede in una vita ultraterrena (per la quale la sofferenza si faceva chiave universale e aureola di luce-beatitudine). L’uomo nasceva sulla terra con lo scopo di ‘crescere’ nel corpo e nello spirito (con lo scopo, cioè, di imparare le lezioni che la vita gl’impartiva e di morire portando a Dio la parte di saggezza racimolata lungo i sentieri terreni). La morte era parte del rapporto tra ogni uomo e il suo Dio (ed era destinata a rimanere un mistero per coloro che assistevano il malato e che non avevano accesso ai segreti della mente/ del cuore/ dell’anima del ‘moribondo’). La durata dell’agonia, la sofferenza del periodo pre-mortem facevano parte di detto segreto (ed erano ‘moneta’ pregiata con cui i morenti si guadagnavano il ‘benessere’ eterno, pagando il prezzo estremo della loro eventuale condotta poco ‘santa’ sulla terra). Nessun essere umano si sarebbe mai sognato di ‘interferire’ tra morenti-moribondi/morituri e il loro Dio: sacro era il terrore di alterare il raggiungimento del giusto livello di beatitudine della vita nell’al di là; ferma e chiara era  la consapevolezza della durata infinita della vita eterna (per la quale valeva la pena di soffrire/ nella quale valeva la pena di ‘vivere bene’)…    

L’uomo di un tempo è altra cosa dall’uomo del duemila/ tremila (e lo è per un’infinità di caratteristiche/ atteggiamenti/ credenze/valori che non sempre o raramente fanno onore ai nostri tempi e, specialmente ad alcune delle nazioni occidentali). Progredire avrebbe dovuto significare migliorare le condizioni di vita materiale (sperabilmente senza peggiorare quelle spirituali), ma così non è stato e l’uomo si è lasciato abbagliare dalle evoluzioni macroscopiche delle condizioni di vita globale (e derubare, di pari passo, di alcune ‘accezioni’-umanità impagabili e preziose… ).

C’erano pilastri attorno ai quali gli esseri umani raccoglievano i cardini essenziali delle loro esistenze (e contro i quali mai avrebbero osato ergersi). La morte era uno di essi e i morenti erano parte dell’arcano che non competeva all’uomo. Le agonie (corte/lunghe/dolorose o indolori) rientravano tra gli eventi da accettare con rassegnazione tenace (e tra le cose ‘utili’ a non comparire a mani vuote davanti a Dio). I parenti dei moribondi soffrivano e pregavano (per tutto il tempo necessario alla partenza/dipartita del loro congiunto dalla vita), con fede incrollabile nei disegni di Dio (che si servivano degli ultimi giorni-ore-minuti di vita del morente, per completare ciò che non avevano potuto realizzare nella durata della vita stessa). La sofferenza (di qualsiasi grado-durata) rientrava in tali disegni (imperscrutabili all’ottusità della materia). L’uomo era una creatura che s’inchinava al volere del Padre Celeste, con remissività fiduciosa e totale/ non si lasciava sfiorare dalla tentazione di stabilire ‘graduatorie’ della sopportabilità/insopportabilità del dolore/ non osava atteggiamenti-sfida contro il suo Dio. L’uomo (‘normale’ e cioè timorato di Dio) del passato avrebbe ritenuto diabolico e blasfemo attribuirsi il diritto di ‘accorciare’ la vita di un malato anche soltanto di pochi momenti. Molti la pensano diversamente, oggi, e l’uomo si è spinto molto (troppo) in là…

   

Il tempo in cui si mormorava timidamente la parola ‘eutanasia’ è già un baluardo caduto. Gli uomini di oggi parlano (sfacciatamente e senza remore) di suicidio (l’aggiunta dell’aggettivo ‘assistito’ non  mitiga l’impatto della valenza terribile dei molti rostri di quella parola-mostro divoratrice-giustiziatrice della sacralità della vita). Il tempo delle dispute, diatribe, obiezioni, argomentazioni e degli appelli dell’opinione pubblica mondiale attorno alla ‘spina’ (da staccare) di questo o quel paziente, benché ancora attuale, è già (anche quello, ahimè) lontano/ superato/ obsoleto. L’uomo ha portato una nuova frontiera alla ribalta (dimostrando che non ci sono limiti che egli non possa oltrepassare/ argini che egli non possa abbattere). Qualcuno parla di ‘diritto di morire’, come se la vita fosse un vestito da indossare a piacimento e da accantonare, quando e come si voglia, altrettanto a piacimento… ( e c’è chi già si abbevera a falsi valori che possono portare l’uomo a ‘cestinare’ la vita quando non permette più un tenore di serie A…). Lo stridore causato da ciò nell’ordine cosmico si farà entropia generalizzata, se non si cercheranno i giusti ‘unguenti’ per le parti ‘dolenti’ della società mondiale…

  

I mattatoi umani europei e… gl’introiti da ‘turismo’ della morte

L’Inghilterra (ancora una volta) coglie l’occasione (si direbbe che non se ne perda una) per schierarsi dalla parte sbagliata: al vaglio del Parlamento britannico c’è una proposta legislativa che liberalizza ‘pericolosamente’ la normativa sul suicidio assistito. Mi domando perché, invece, non si faccia di più per regalare agli ammalati (tutti) vicinanza affettiva e spirituale (che, unita a un’adeguata terapia del dolore, possa aiutarli anche ad affrontare con coraggio il momento del trapasso/ a ‘morire bene’ senza sucidarsi cioè)/ perché si debbano commettere veri e propri crimini (spacciati per ‘pietà’)/ perché non si cominci a ‘guarire’ le piaghe sociali partendo da una loro diagnosi remota (che affonda le radici in un’errata concezione della vita e in principi educativi che ‘pompano’ infanzia e gioventù con lo stereotipo del ‘super’ baby/ boy/ joung man). Occorre ricordare che, per essere pronti ai colpi avversi della vita, i giovani (del presente) hanno bisogno di credere in valori che vadano oltre la prestanza fisica, l’affermazione del sé, il successo, l’ammirazione (il ‘benessere’ legato alla sfera materiale slegato da quella spirituale…)/ che gli esseri umani… avranno nella mente da adulti e da vecchi ciò che la società ha insegnato loro da  

piccoli e da giovani…   
  

La Svizzera si è autoinsignita della ‘targa’ di patria della morte e si è collocata al centro della nuova forma di ‘turismo’ con cui (Dio ci aiuti) l’umanità ha scelto di colpire la sacralità della vita: il turismo della morte. Chi non vuole più vivere, si mette in contatto con un certo medico o con una certa organizzaione (doverosamente svizzeri) e… il gioco è fatto: il viaggio della morte prende forma e si realizza/ l’aspirante suicida parte con almeno un paio di accompagnatori. I ‘morituri’ arrivano vivi/ vengono accolti con gentilezza-efficienza-sorrisi/ salutano/ rispondono ai sorrisi/ si affidano agli ‘angeli della morte’/ vengono portati nelle strutture ‘attrezzate’ come impeccabili-lindi-asettici-‘funzionali’-tecnologici ‘mattatoi’ umani/ vengono ‘suicidati’/ ripartono in posizione orizzontale (‘impacchettati’, con ‘precisione svizzera’, immagino, nel rispetto delle modalità internazionali), lasciando dietro di sé una benefica scia di introiti ‘niente male’. Qualcuno degli ‘accompagnatori’, prima di andarsene,  si concede anche qualche ‘uscita’ da turista (magari per commemorare la ‘forma di vita umana’ che ha aiutato a ‘spegnere’).

     

I suicidi-delitto si ‘consumano’ con modalità che non esito a definire disumane. L’ultima di esse è un sacchetto di plastica riempito di elio. Pensate un po’ a che livello è sceso l’uomo, per ingegnarsi nell’escogitare ‘modi’ (uno più agghiacciante dell’altro), con cui togliere la vita ad esseri umani non soltanto vivi ma anche senzienti e in pieno possesso delle loro capacità sensoriali e mentali (altro che il ‘caso’ dell’Americana Terry Schiavo e della nostra Luana Englaro -in coma e alimentate come Dio vuole-… ). La piccola ‘camera a gas’ (che asfissia la testa di un ‘condannato’ alla volta), un ignaro sacchetto di plastica riempito di un gas letale, è stata inventata (o, meglio, ‘brevettata’) dall’acuminato ‘ingegno’ di un’associazione di ‘assistenza’ al suicidio (che, molto impropriamente, in verità, si è attribuito il nome latino della dignità). Non c’è davvero limite alla stoltezza umana, “in questo spicchio di universo, dove è facile spaesarsi”… (come dice l’animo poeta della straordinaria Maria Luisa Forin), se l’uomo, per scongiurare ‘il rischio di soffrire’ è capace di sottoporre se stesso o i propri cari a vere e proprie torture molto peggiori (e di spogliarsi della ‘dignità’ di essere umano sottomesso al volere di Dio). Ci sono due ‘associazioni’ della morte, in Svizzera: una ‘accompagna’ al macello i cittadini svizzeri e l’altra riserva principalmente la ‘cortesia’ agli stranieri che non godono di tale ‘privilegio’ in patria loro. Non ne scrivo il nome, perché farlo provocherebbe un crampo alle mie mani, ma mi limito a riportare che la seconda ha aiutato, soltanto nel 2006, 195 persone a suicidarsi (120 di esse provenivano dalla civilissima Germania, ove simile crimine è vietato). Suicidarsi è un delitto contro la vita (eppure 195 esseri umani sono stati ‘portati’ al mattatoio –di una sola ‘associazione, in una sola nazione, in un solo anno!). Il mondo ha bisogno di ‘associazioni’ che dissuadano la gente dal farlo e che l’aiutino e riconciliarsi con la vita (anche morendo). Chiunque porga a un essere umano ancora vitale uno strumento di morte, lo aiuti a farsi del male o lo stia a guardare mentre lotta contro la morte per minuti ‘eterni’ (senza intervenire in favore della vita e senza ridare l’aria ai polmoni che annaspano alla ricerca disperata di essa)  oltrepassa la barriera che lo separava dai vari criminali della storia, accomunandosi ad essi.

    

L’associazione che dispensa morte agli stranieri usava un barbiturico (che, richiedendo la presenza di un medico e la relativa prescrizione, era, in qualche modo, ‘fastidioso’) e ha, di recente, escogitato il sistema della morte per soffocamento (che ricorda molto le scene di un film, in cui la perversione portava un assassino a ‘scolpire’ le sue vittime ‘sublimandole’ con l’espressione lasciata sui loro volti dalla ricerca disperata dell’aria, mentre soffocavano nel sacchetto in cui egli infilava e teneva le loro teste). Lo spettacolo della persona che ‘impiega tempo’ a morire, tra strattoni orripilanti, è così unbearable che ha portato il procuratore generale di Zurigo (Andreas Brunner) a levare la sua voce ‘indignata’ (dopo aver preso visione dei filmati, che l’associazione in questione effettua –di ‘prassi’- e spedisce alla procura, come prova di ‘non aver commesso crimini’). La sola idea di quella gente che fornisce a delle persone mentalmente lucide (che parlano con loro, le guardano e interagiscono con cognizione di causa) strumenti di morte e poi le guarda morire e ne filma i rantoli e le contorsioni è già un crimine (e fa venire in mente il nazismo, con le annesse terrificanti brutture-sadismo). Brunner ha trovato ‘difficile’ fissare l’espressione del volto (del ‘suicidato’) prima-durante-dopo l’applicazione del sacchetto mortale e i sussulti che si propagano al corpo come un rifiuto tenace ad abbandonare la vita (e che durano per ‘decine di minuti’- come ebbe a riferire egli stesso). Dieci minuti sono una vita…/ ‘decine di minuti’ sono molte vite ripetute di spasmi orrendi, inflitti ad esseri umani vivi... (durante i quali la mente non cessa di concepire pensieri…).

   

Quali sono i pensieri di quegli esseri suicidi-vittime (gli ultimi pensieri causati da quei ‘sussulti’ spaventosi/ da quella morte orrenda …)? La morte fa paura sempre e a tutti e fa paura, in special modo, a chi sa di esservi condannato in un arco più o meno predicibile di tempo, ma…quanta paura farà a chi ha creduto di salutare il mondo con un gesto quasi simbolico e persino poetico, quando si trova con la testa dentro un sacchetto e non ha più voce-volere per tornare sulla sua decisione? Potrebbe il suicida predestinato ‘salvarsi’ dal ‘tutto organizzato’ (che implica lo spostamento di varie persone/ il pagamento di aerei-auto-alberghi-accompagnatori-associazioni-‘aiutanti’-‘strutture/macchinari sterminatori’…)? Gli angeli della morte (delle associazioni già citate) so eager di ‘aiutarli’  ad andarsene in fretta all’altro mondo ‘noterebbero’ (dopo aver ‘messo in piedi’ un’organizzazione ‘della miseria’) l’eventuale piccolo gesto di dissenso (come una mano agitata, un sopracciglio alzato, lo sguardo sbarrato), con cui il ‘condannato’ volesse chiedere aiuto? Il tempo necessario al medicinale per ‘fare il suo lavoro’ (nel caso del barbiturico) lascerebbe al ‘suicidante’ energie sufficienti a ribellarsi a ciò che gli accade/ a mettere in parole-gesti l’eterea consapevolezza di aver cambiato idea… ? Si può essere sicuri che nessuno dei siucidi già ‘aiutati’ sia morto sentendosi ‘assassinato’ piuttosto che ‘aiutato’ (e che nessuno dei futuri sucidi ci si sentirà)… ? Si può essere sicuri che dietro quella che si ‘voleva’ far passare per ‘buona’ morte non ci sia altro orrore (oltre quello dei ‘vice’-Dio che ‘possono’ spegnere le vite)?

    

Brunner, intanto, è nostalgico del pentobarbital sodico che si usava prima (per ‘suicidare’ la gente) e che ricorda le camere della morte dei vari esempi incivili di ‘somministrazione’ della pena di morte. Il procuratore generale di Zurigo non me ne voglia, ma non me la sento di essere solidale con lui; se solidarietà devo esprimere, la esprimo per la vita (fosse anche della durata di mesi-giorni-ore-pochi attimi) e per la morte ‘naturale’. Non condividerò mai la volontà di perpetrare crimini contro la vita, neppure quando viene legalizzata da luoghi belli e civili, come Belgio, Olanda e Lussemburgo (e neppure quando viene spacciata per ‘intervento’ umanitario). L’uomo ha oltrepassato confini dai quali gli sarà difficile tornare indietro e dai quali, soprattutto, gli sarà impossibile vedere chiaramente dove dirige i suoi passi incauti.

 

Il cinquantanovenne inglese Craig Ewert, paralizzato da una sclerosi laterale amiotrofica, “è stato ‘aiutato’ in una clinica svizzera” (ho letto questa frase, su vari organi di stampa, proprio con queste specifiche parole e ho avuto un attimo di smarrimento: se avessi letto tale notizia, in altri periodi storici, avrei pensato che, in Svizzera, avessero aiutato Craig in qualunque modo, tranne uccidendolo). È morto, invece, Craig; si è suicidato, con la connivenza di gente che ha recitato la parte di una serena ‘normalità’ nella performance tragica di un suicidio (che è, per lo più, un omicidio, perché quell’uomo avrebbe potuto vivere e donare la sua presenza, il suo calore, la sua parola, la sua vicinanza, i suoi sguardi, il suo charme, il suo sapere, la sua personalità ancora a lungo o, comunque, non importa se per poco, per tanto o per quanto) . Gli ultimi istanti di vita di Ewert sono stati filmati. L’espressione compita e composta del moribondo è ‘consapevole’/ dice che egli non era indifferente alla sua immagine (l’ultima, quella che gli sarebbe sopravvissuta) e agli occhi indiscreti che spiavano gli ultimi istanti-barlumi dei suoi occhi (e a quelli che li avrebbero spiati, come rapaci predatori dissacratori, nel futuro). Non potendo vivere una vita ‘normale’, quell’uomo ha scelto di togliersela del tutto (la vita), cadendo nell’abbaglio-trappola della disperazione più nera. Ciò è molto, molto, molto triste (e inaccettabile), perché ciò che fa l’uomo uomo non è quanto e dove egli possa camminare/muoversi, ma quanto egli sia in grado di intuire/ capire (e molto può dare chi è capace non solo di pensare, ma anche di parlare).  Un uomo pensante (e, per di più, parlante) ha molto da dare (alla famiglia, alla società e all’umanità che, più che di gente ginnica, hanno bisogno di esempi da seguire-di consigli da scoltare e di idee foriere di ‘illuminazione’).

 

Il miracolo Mario Melazzini e “l’altra faccia della mezzanotte”

Non so e non posso fare a meno di citare la figura magnifica del Dr (professor) Mario Melazzini (primario del Day Hospital Oncologico della Fondazione S. Maugeri di Pavia e Presidente dell’Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica -AISLA), al quale, quattro o cinque anni fa, è stata diagnosticata la Sla, la stessa malattia di Craig, la Sclerosi Laterale Amiotrofica, appunto. Tale malattia degenerativa del sistema nervoso è inguaribile, a eziologia ancora sconosciuta,  porta alla perdita progressiva della capacità di deglutizione/ di articolazione della parola/ di controllo dei muscoli fino alla paralisi. Gli effetti devastanti della Sla sono irreversibili. La sola cura possibile esistente è un farmaco chiamato Riluzolo (che ne rallenta l’avanzata/ allunga l’aspettativa di vita/ pospone il momento tanto inevitabile quanto temuto della ventilazione assistita). Ricevere una simile diagnosi è quanto di peggio possa capitare ed è capitato al professor Melazzini. Egli è un grande del nostro tempo e meriterebbe di essere trasformato in stendardi da esporre nel mondo, come esempio di positività coraggiosa/ fattiva/ altruistica/ intraprendente/ eroica e magnifica. Quell’individuo (colpito da un male che non perdona/ che gl’imprigiona l’intero corpo e gli rende difficile tenere il capo eretto e articolare le parole) è una creatura indomita e meravigliosa che fa onore al nome ‘uomo’: cura gli ammalati oncologici, si fa perno-lampada della ricerca sulla Sla, tiene conferenze (con la parola già limitata dal progressivo irrigidimento-paralisi)/ lavora alacremente, mettendo la genialità del suo cervello insigne al servizio della scienza, dell’insegnamento, della ricerca, della pedagogia e del bene in senso lato)/ è un eroe determinato a spargere nel mondo fino all’ultima scintilla del suo genio illuminante/ è ciò che l’uomo dovrebbe essere sempre-ovunque e comunque (una candela determinata a non spegnersi senza prima spendere/ spandere luce fino all’estremo potenziale della sua essenza totale). L’umanità ha bisogno di uomini così. Finché ce ne sarà anche soltanto uno, gli umani potranno sentirsi onorati di chiamarsi ‘uomini’ (perché alla valenza della parola –teorica in quanto ‘verbo’- potranno abbinare la sostanza -più preziosa di qualsiasi tesoro- del cuore generoso come le profondità degli oceani/ del cervello geniale e inarrestabile/ dell’intelletto acuto e illuminante/ dell’eroismo vero di un grande ‘uomo’).    

Che spreco triste e doloroso è, invece, lo ‘spegnimento’ delle vite (e… dei cervelli attivi che ne sono propulsori…); che ferita aperta sono nel mondo le assenze di coloro che più non possono donarci i loro pensieri…

È morto, il 19 marzo 2008,  “di eutanasia” Hugo Claus (novelist, poet, playwright, painter, film director, dramatist), lo scrittore belga che ha scritto (in lingua fiamminga)  opere come “Corrono voci” e “La sofferenza del Belgio” ( altre con pseudonimi come Dorothea van Male, Jan Hyoens e Thea Streiner, oltre a 35 pezzi originali e 31 traduzioni da Inglese, Greco, Latino, Francese, Spagnolo e commedie e romanzi). È improprio, a dir poco, però, sostenere che sia morto di eutanasia, perché, in realtà, è morto suicida (‘aiutato’ a uccidersi dal suo Stato e da tutti coloro che ritengono giusto incoraggiare la depressione e l’istinto suicida di chi debba attraversare il tunnel del dolore senza speranza e abbia bisogno di tempo per ‘metabolizzare’/accettare la notizia del deterioramento inarrestabile della sua salute fisica e/o mentale).

Ha ‘scelto’ di ‘farsi spegnere’ Hugo Claus, nell’ospedale Middelheim Ziekenhuis di Anversa, come una lampadina ancora funzionate che avesse paura di fulminarsi quanto prima. Possono rivestire la cosa di tutte le attenuanti del mondo, ma non possono indurmi a non viverla come uno sfregio terribile all’umanità e alla vita (nonché al premio Nobel al quale Claus era stato ripetutamente candidato e che, con quel gesto estremo, ha rinnegato). Il rispetto per il dolore e per la disperazione mi portano a provare una pietà grande per quell’uomo che non ne ha sopportato il peso ( e che, spero, non sia giunto alla conclusione di uccidersi soltanto per la vanità di ‘lasciare di sé un buon ricordo’). Sono, comunque, arrabbiata, non con lo scrittore (confuso dal dolore di quell’infausta diagnosi, depresso e scoraggiato), ma con gli Stati che si fanno ‘mezzani’ di tentazioni terribili e di strumenti di morte, perché, se così non fosse stato, Claus sarebbe ancora dov’era sempre stato e starebbe ancora producendo ‘cose belle’ per il mondo (perché la sua grande cultura non gli avrebbe permesso di suicidarsi nel privato della sua abitazione e senza la ‘giustificazione’ legale del suo Stato). Chi ha detto che, pur essendo ammalato del morbo di Alzheimer, egli non avesse ancora molto da dare? Chi può dire quanto ‘tempo buono’ avrebbe potuto concedergli il suo male (con l’ausilio delle nuove scoperte che ‘hanno fatto passi da gigante’)? Chi può sostenere che aver interrotto il fluire dei suoi pensieri non rappresenti la perdita irreparabile di qualche intuizione-talismano necessaria a qualcuno/ a pochi/ a molti/ al mondo? Ha scelto di andarsene “as a great glowing star” e prima di “cadere nel buco nero” (come ha detto il primo ministro Guy Verhofstadt). La cosa, però, risulta inaccettabile persino alla Lega Belga contro l’Alzheimer (che- dovendo necessariamente assumere un’atteggiamento di circostanza- ha detto che ‘rispetta la decisione di Claus’ –che altro poteva dire?-, ma ha precisato, specialmente per la stampa, il messaggio chiaro e forte che ci sono other options for Alzheimer patients). Il messaggio di tale lega belga va gridato ai quattro venti: ci sono altre opzioni per gli ammalati di Alzheimer/ ci sono possibilità di cura e di contenimento del male-di buona durata (e qualità) della vita!!! Gli ammalati non si scoraggino, non perdano la speranza, si rivolgano alla medicina, cambino il medico fino a quando non ne trovino uno che sia un amico, condivida con loro il peso della disperazione e li aiuti a ritrovare la speranza e la serenità (se non lo trovano in patria, vadano all’estero/ facciano i viaggi in favore della vita e non della morte).

  

Non accade a tutti gli ammalati gravi (più o meno noti), per grazia di Dio, di lasciare al mondo l’eredità della lacerazione dolorosa del suicidio (qualunque ne sia l’alibi giustificante). Non è accaduto a Charlton Heston, per esempio (che ha fatto la sua ultima comparsa in pubblico/ ha detto che salutava tutti e il mondo, mentre era ancora in pieno possesso delle sue facoltà mentali/ si è ritirato nel calore della sua esistenza privata e ha vissuto, nel modo più normale possibile, fino al giorno della sua morte -5 aprile 2008, all'età di 84 anni). Avrà pure fatto parlare di sé, negli ultimi anni della sua vita, per motivi non legati alla sua innegabile grandezza di artista (vedi  il fatto che fosse presidente -dal 1998- della National Rifle Association, potentissima lobby americana sostenitrice del diritto dei cittadini a difendersi/ vedi una delle sue ultime apparizioni, quella nel docu-film di Michael Moore, Bowling for Colombine, in cui, intervistato, stringeva il fucile tra le mani tremanti, per l'Alzheimer, e sosteneva che possedere armi fosse un giusto diritto), ma merita ammirazione e rispetto, per ciò che è stato da giovane e anche per ciò che è stato da vecchio (perché ha saputo affrontare la vecchiaia e la malattia -e che malattia!- con coraggio encomiabile e dignità straordinaria e orgogliosa –e ha saputo evitarci il dolore di un altro suicidio da ‘stivare’ tra i ‘segnali’ negativi del nostro tempo).

  

Bruna Spagnuolo

 

... Fine prima parte

 


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