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Lidia Menapace. Sulla formazione dello spirito critico
01 Aprile 2011
 

Il titolo è impegnativo e alquanto supponente, ma il contenuto è discorsivo e occasionale. Però vorrei una volta venirne fuori, dico dalla “persecuzione” sull'Afghanistan. Mi insegue come un giudizio dato una volta per tutte, senza nemmeno avermi interpellata, il che si chiama propriamente pregiudizio. Il più sicuro ostacolo rispetto alla costruzione dello spirito critico.

Mi è successo di nuovo due volte nella scorsa settimana e vorrei riaffrontare il caso, almeno mettendo a disposizione alcuni elementi di giudizio. Quando accettai di candidarmi come indipendente nelle liste del PRC al Senato per il secondo governo Prodi, ne avevo letto il programma, che mi parve un elenco poco ragionato e poco programmatico di cose: ma la crisi capitalistica non era ancora scoppiata nel suo aspetto strutturale e globale (che rende il capitalismo del tutto non riformabile e mette fine a qualsiasi politica riformistica e/o riformatrice) e si poteva ancora sperare di ottenere qualcosa in un governo progressista di coalizione. Naturalmente si deve sapere che in un governo siffatto si è legati/e a diverse culture politiche e ad equilibri di forze interni. Ma credo sia giusto provare.

Si sapeva dal programma che l'intera coalizione avrebbe votato per il ritiro dall'Iraq, non dall'Afghanistan, dato che le posizioni internazionali delle due spedizioni erano diverse. Andò infatti così.

E quando fu chiesto dal governo Prodi di rifinanziare la spedizione in Afghanistan ci trovammo naturalmente in una grave difficoltà, e ad essere decisivi sulla sorte del governo. A ciò si aggiunse per me ed altre una difficoltà specifica, dato che le donne afghane delle due maggiori organizzazioni di quel paese ci chiesero di non far ritirare le truppe italiane e in genere occidentali, perché sarebbero altrimenti subentrati i Talebani che erano molto peggio di truppe d'occupazione. Naturalmente non potevano fare dichiarazioni ufficiali e anche noi eravamo legate a una forte riservatezza. Usammo l'argomento in Senato come se fosse venuto in mente a noi.

Bisogna sapere che è spesso così: quando avviene una rivoluzione in ambito culturale arabo o mussulmano, le donne hanno molto da perdere e non sono affatto garantite di migliorare, anzi. Capitò alle Palestinesi, che per prime si opposero addirittura ad Arafat quando propose: “prima la Palestina, in un secondo tempo i diritti delle donne”. Il secondo tempo non arriva mai. Vale anche per l'Iraq e l'Afghanistan e oggi in Libia, Egitto Tunisia, Siria ecc. ecc.

Rispetto al passato però oggi c'è un fatto nuovo ed è che da anni le donne sono stabilmente la maggioranza della popolazione sul pianeta. Qualsiasi movimento che non tenga conto di ciò, può dichiararsi anticapitalista, socialista, persino comunista, ma non è nemmeno democratico. Non è credibile. Finché non si è tolto di dosso qualsiasi sentore di patriarcato, non ci siamo, e stiamo peggio tutti e tutte. Sarei lieta di poter discutere di ciò e capire perché non posso eventualmente fare errori senza essere messa definitivamente fuori del discorso, mentre Einstein che ha inventato l'atomica è considerato nonviolento e pacifista essendolo poi diventato, forse. O perché Togliatti resta “il Migliore” anche se ha lasciato la prima moglie per mettersi con la Jotti che dovette pagare tutta la vita questa loro comune scelta. Davvero basta!

 

Lidia Menapace


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