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Rocco Del Nero. CARTOLINE DAL KOSOVO 
I bambini sono i figli dell'intera comunità, qui a Kotlina, villaggio senza padri
13 Ottobre 2010
 

Si mettono in posa e sorridono i bambini, appena estraggo la macchina fotografica dall'astuccio di cuoio datato 1956. Sono in gruppi numerosi, apparentemente senza controllo degli adulti, vivono nelle strade.

Sono i figli dell'intera comunità, qui a Kotlina, villaggio senza padri.

 

 

Arrivare in Kosovo non è una cosa da poco. Sopratutto se si arriva su un furgone stipato all'inverosimile, scendendo da Trieste, attraversando la verde Slovenia, il piatto interno della Croazia, fino raggiungere i palazzoni della periferia di Belgrado e poi scendere ancora per tutta la Serbia fino a raggiungere il valico di Merdare, dove qualche prefabbricato messo a caso in mezzo al nulla offre riparo a delle guardie serbe che con modi non troppo amichevoli chiedono passaporti, visti e l'assicurazione necessaria per entrare nel territorio kosovaro. La nazione più giovane e più tribolata dell'Europa del ventesimo secolo. Che sia poi nazione a tutti gli effetti questo dipende dai punti di vista.

Decisamente strano che una nazione sia tale a seconda dei punti di vista. Perché questa è una storia decisamente complessa e, se ci si dimentica facilmente di quello che succede nella nostra sponda del Mediterraneo, figuriamoci in quella di là. Febbraio 2008, siamo a Prishtina, capitale di quella che allora era la provincia Serba del Kosovo. Il parlamento riunito in seduta straordinaria, ha approvato la dichiarazione d'indipendenza del Kosovo letta dal premier Thaci e ha battezzato la bandiera e lo stemma come suoi simboli nazionali. Dieci minuti dopo il governo serbo di Belgrado ha dichiarato illegittima la proclamazione. All'estero c'è chi dà il benvenuto al nuovo nato in casa balcanica e chi invece si dimostra un tantino irritato. L'Italia ha deciso di riconoscere il nuovo stato del Kosovo sostanzialmente monoetnico e con un'economia basata sulle rimesse dall'estero, in compagnia di Albania, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Germania e molti altri. Per il no assoluto ci sono, oltre alla Serbia, tutte quelle nazioni che devono fare i conti al proprio interno con spinte secessioniste e indipendentiste: Russia, Spagna, Cina, Grecia e altre. Il consiglio di sicurezza dell'Onu, decide di scontentare tutti per non accontentare nessuno, rimane valida la risoluzione n. 1244 per la quale il Kosovo è territorio a sovranità serba con ampie autonomie da Belgrado. Insomma, un bel pasticcio diplomatico: uno stato non riconosciuto da altri stati, tra cui quello confinante, e da quel 5% della popolazione serba che abita all'interno dei confini kosovari da secoli e che deciderà di mantenere la sua moneta, la sua lingua, le sue scuole, le sue targhe sulle macchine. Il mio compito qui è consegnare 24mila chili di materiale di ogni tipo: mobili, piastrelle, alimenti, cancelleria, sementi. Insieme a me altre persone più o meno legate all'organizzazione no profit che gestisce in modo volontario questa rete di solidarietà.

Sono venuto la prima volta in Kosovo nel 2006, da allora altre tre volte. Ho assistito con la mia macchina fotografica a una storia unica, ricca, tribolata ma di gran lunga snobbata. La storia della terra kosovara e della sua gente, che qui racconto con qualche scatto.

 

 

foto 1. L'accoglienza lungo le strade è calorosa. Un gruppo di bambini ci viene incontro festoso. Il Kosovo è la nazione Europea con l'età media più bassa. Il 50% della popolazione ha meno di 20 anni.

 

foto 2 e 3. DESTINAZIONE MITROVICA. Turbolenta città che si estende nella pianura divisa in due dall'inquinatissimo fiume Ibar. Da una parte la zona albanese, popolata esclusivamente da famiglie di origine albanese e di religione musulmana. Nella strade si parla solo la lingua albanese, la moneta corrente è l'euro e sui muri ancora ci sono le scritte di un tempo, quelle che inneggiano all'UCK e all'indipendenza dal governo di Belgrado.

 

foto 4 e 5. Dall'altra parte del fiume, attraversando il ponte presieduto dai soldati dell'Onu, si arriva nella zona serba. Stessa città ma un altro mondo, quello serbo. La popolazione è fiera di discendere dai soldati serbi che qui seicento anni fa difesero l'Europa cristiana dall'invasione delle truppe persiane. Sono biondi, alti, parlano serbo e scrivono con i caratteri cirillici. Niente Euro, solo dinari. Tra le due parti l'incomunicabilità totale e una guerra vissuta nel cuore dell'Europa del ventesimo secolo.

 

foto 6 e 7. Le strade sono vive, piene di gente. Anziani che giocano a carte su un tavolino improvvisato ai bordi della strada, bambini che si inventano nuovi mezzi di trasporto.

 

foto 8. Ma questa terra sa essere spietata. Tra verdi colline e una natura selvaggia si nasconde Kotlina, un piccolo villaggio albanese. Tutti i bambini del paese sono lì che ci aspettano, gli uomini adulti sono pochissimi. La maggior parte di loro è seppellita in una fossa comune poco sopra l'abitato. A segnalarne la presenza una bandiera albanese e il gesto commosso di un ragazzo mio coetaneo che me la indica con il dito. Le milizie serbe sono salite quassù una sera di qualche anno fa cercando dei guerriglieri dell'UCK che qui si nascondevano e hanno raso al suolo il paese. Catturarono gli uomini del paese, li ammazzarono e li seppellirono in una fossa comune, consumando così una strage di più di cinquanta civili. Alla fine del conflitto, quella fossa fu localizzata grazie alla testimonianza di un ragazzo che, nascostosi in cima al minareto del villaggio, assistette impotente alla tragedia che si consumava sotto di lui. Questo ragazzo è stato uno dei testimoni d'accusa al processo dell'Aja contro Milosevic per crimini di guerra.

 

Rocco Del Nero


Foto allegate

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