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Maria G. Di Rienzo. Una bambina sta nascendo
10 Marzo 2009
 

Da qualche parte, in questo momento, sta nascendo una bambina. Non sa ancora nulla di quel che c'è intorno a lei, percepisce lo sforzo della madre, le sue emozioni, e percepisce il proprio sforzo e le proprie emozioni. Non c'è nient'altro, in questo momento, da parte di entrambe, che tensione verso la luce. Molto di quel che sarà dopo, di lei e della madre, dipenderà da dove le due si trovano.

Perché per moltissima parte dei tre miliardi e trecento milioni di donne che abitano sul pianeta Terra parole come guerra, violenza, repressione, isolamento, ignoranza forzata e discriminazione costituiscono la base quotidiana dell'esistenza. E le ricerche e le statistiche internazionali ci ricordano che non c'è una sola nazione in questo mondo che non abbia i suoi peccati verso le donne. I paesi più poveri, ove spesso sono in corso conflitti armati o che si trovano nel periodo post-conflitto, presentano livelli di violenza che rendono terrificanti le vite delle donne; nei paesi più ricchi le donne hanno più spesso a che fare con la violenza domestica debitamente occultata, legislazioni repressive o discriminatorie e con la tendenza dei governi a “scopare i loro problemi sotto il tappeto”. In ogni paese, le donne rifugiate o migranti risultano il gruppo più svantaggiato.

Le ricerche usano indicatori economici e sociali per stabilire la qualità delle vite delle donne, e cioè il tasso di occupazione, quello di alfabetizzazione, la possibilità di accedere a cure sanitarie, il tasso di mortalità infantile e materna, e così via.

Ma tutto potrebbe tradursi con la dicitura “sbilanciamento di potere”. Una parte dell'umanità ne ha troppo, l'altra parte ne ha troppo poco. E finché quell'1% delle risorse economiche totali detenuto dalle donne non si alza come percentuale, finché non si alza la percentuale delle donne nelle stanze dei bottoni, siano esse consigli di amministrazione o parlamenti, finché i soffitti di vetro restano impenetrabili e i tavoli di negoziazione chiusi al nostro ingresso, la vecchia battuta “ormai comandano dappertutto le donne” più che di ignoranza puzza di ipocrisia. Storicamente non abbiamo mai chiesto di prendere il posto dei comandanti e di replicarne le logiche di dominio, abbiamo sempre chiesto di condividere come uguali compagne esistenze, lavoro, cura dei figli, governo delle città e dei paesi, e in sintesi di poter intervenire fattivamente in tutte le decisioni che ci riguardano. Se la parola libero arbitrio ha un senso, ha un senso per ambo i sessi, e non solo per uno.

Comunque, eccovi brevemente la classifica dei dieci paesi peggiori per nascerci come donna, basata sui dati dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e su quelli delle organizzazioni umanitarie.

Ovviamente i luoghi più terribili sono quelli dove è in corso una guerra.

Al primo posto sta l'Afghanistan. Una donna afgana ha oggi una speranza di vita di 45 anni, un anno in meno di un uomo afgano. Dopo trent'anni di guerre e di repressione, un impressionante numero di donne è analfabeta. Più della metà delle spose hanno meno di 16 anni (che sarebbe l'età legale per contrarre matrimonio) e la violenza domestica è così comune che l'87% delle donne ammette di farne esperienza. Più di un milione di vedove sono letteralmente per strada, senz'altra possibilità per sopravvivere e mantenere i figli che prostituirsi. L'Afghanistan è la sola nazione al mondo in cui il tasso di suicidi è più alto per le donne che per gli uomini.

Al secondo posto sta la Repubblica democratica del Congo: la guerra nel paese ha ormai reclamato più di tre milioni di vite. Il fronte comune a tutti gli attori del conflitto sembra essere il corpo femminile. Gli stupri sono così brutali e sistematici che gli osservatori internazionali li hanno definiti senza precedenti. Le vittime di violenza sessuale sono stimate attorno al mezzo milione. Molte sono morte, moltissime hanno subito danni irreversibili o sono state contagiate dal virus Hiv. Il provvedere cibo ed acqua alle loro famiglie espone le donne ad ogni tipo di violenza: senza denaro, senza trasporti, senza piu' rete sociale, non hanno via di scampo.

Al terzo posto c'è l'Iraq. La guerra ha imprigionato le donne in un inferno di violenze: settarie e non. Il tasso di alfabetizzazione delle donne, che prima della guerra era il più alto del mondo arabo, è ora precipitato ai minimi livelli, perché le famiglie temono i rapimenti, i lanci di acido e gli stupri, e non mandano più le figlie a scuola. Similmente, le donne che ancora avevano un lavoro l'hanno per lo più lasciato grazie alle medesime minacce. Un milione di donne irachene sono profughe nel loro stesso paese, e cioè le loro case, i luoghi in cui vivevano, hanno subito una completa distruzione. Due milioni di donne irachene non hanno il minimo mezzo per procurarsi da mangiare.

Nepal al quarto posto: i matrimoni e i parti precoci uccidono le ragazze, già malnutrite, cosicché una su 24 muore durante la gravidanza o il parto. Le bambine che non sono sposate possono essere vendute ai trafficanti di carne umana molto prima di raggiungere solo l'adolescenza. Le vedove soffrono di abusi e discriminazioni, e vengono letteralmente perseguitate come “bokshi”, ovvero streghe. La guerra, discontinua in intensità, ma persistente nel tempo, fra governo e ribelli maoisti ha ulteriormente prostrato la popolazione femminile. I sedicenti maoisti, tra l'altro, rapiscono le donne delle campagne per arruolarle di forza nei gruppi di guerriglieri.

Sudan al quinto posto: la piaga del Darfur è più che mai aperta. Rapimenti, stupri, rimozione forzata di interi villaggi, hanno già ucciso più di un milione di donne. Le milizie chiamate janjawid usano infatti lo stupro come arma da guerra.

Guatemala, sesto posto. Violenza domestica, violenza sessuale, e il tasso di sieropositive e ammalate di Aids più alto dopo l'Africa sub-sahariana. Un'orripilante sequenza di omicidi irrisolti di donne ne ha ormai uccise centinaia: molti cadaveri portavano segni di torture e mutilazioni, su altri sono stati letteralmente intagliati, nella carne, messaggi di odio.

Mali, settimo posto. È uno dei paesi più poveri del mondo. Grazie alla pratica diffusa delle mutilazioni genitali, e ai matrimoni precoci, una donna su dieci muore durante la gravidanza o il parto.

Pakistan, ottavo posto. Nelle aree tribali di confine del paese le donne subiscono stupri di gruppo quale punizione per crimini commessi da uomini delle loro famiglie. I cosiddetti “delitti d'onore” sono diffusi e la nuova ondata di estremismo religioso ha organizzato attentati contro donne politiche, donne che lavorano nel campo dei diritti umani, e avvocate. Nella valle di Swat, il governo ha ceduto il controllo dell'area a questi personaggi, per cui la proibizione per le donne di andare a scuola e di andare al lavoro è ormai legge.

Arabia Saudita, nono posto. Nel paese le donne hanno lo status di “minori a vita”, e cioè sono sempre sotto tutela legale da parte di un parente maschio. Così non possono guidare un'automobile, o lavorare con colleghi di sesso maschile, uscire senza accompagnatore; possono essere date in mogli a cinque anni, e se sgarrano alle regole del codice di abbigliamento e comportamento previsto la “legge” le punisce a frustate, che sono previste pure per le vittime di violenza sessuale.

Somalia, decimo posto. Anche qui, la guerra civile ha trovato un nemico comune, le donne. Tradizionalmente i capisaldi delle famiglie, oggi sono esposte quotidianamente ad aggressioni di gruppi armati e stupri, hanno perso l'accesso alla sanità pubblica, e muoiono come mosche, di parto, di violenza sessuale, o di fucile.

Sapete già quali sono i posti migliori per nascerci come donna, e cioè l'Islanda, la Norvegia, l'Australia, eccetera. L'Italia sta sempre in basso, oscilla in tutte le classifiche attorno alla metà inferiore della lista.

*

Naturalmente mettere in fila tutto questo “male”, ascoltarlo, vederlo, non solleva gli spiriti. Ma sapete una cosa? In tutti i paesi che vi ho sommariamente descritto, le donne resistono, protestano, chiedono di aprire negoziazioni, chiedono cambiamenti nelle leggi, si organizzano per aiutarsi l'un l'altra, attraversano i confini tracciati dalla guerra o dalla politica e incontrano quelle che dovrebbero essere le loro nemiche, creano reti nazionali e internazionali, e sono decise a continuare a vivere. A vivere, non semplicemente a sopravvivere. Così, dove andare a scuola è proibito, le donne insegnano alle bambine e alle ragazze in scuole segrete. Dove le proibizioni e i castighi vengono fatti risalire a testi sacri, le donne compilano studi accuratissimi dove dimostrano il contrario e li rendono pubblici. Dove gli stati contraddicono se stessi, magari accoppiando ad una Costituzione che attesta l'eguaglianza leggi discriminatorie o sessiste, le donne vanno a chiederne conto nei tribunali con centinaia di migliaia di firme a sostegno delle loro petizioni. E come a Gaza è ricominciato l'inferno, nessun media ve l'ha raccontato, né quelli ufficiali, né quelli alternativi, le prime a protestare sono state le donne israeliane e palestinesi. E insieme, cosa che non sembra riuscire agli uomini israeliani e a quelli palestinesi, hanno rilasciato questa dichiarazione: «Noi, donne appartenenti ad organizzazioni pacifiste con il più diverso ed ampio spettro di visioni politiche, chiediamo la fine dei bombardamenti e degli altri strumenti di omicidio, e che vi sia immediatamente la deliberazione a parlare di pace, e non a guerreggiare. La danza della distruzione e della morte deve finire. Noi chiediamo che la guerra non sia più un'opzione praticabile, né la violenza una strategia, né l'uccidere un'alternativa.

La società che desideriamo è quella in cui ogni individuo può condurre la propria vita in sicurezza, personale, economica e sociale. Ci è chiaro che il prezzo più alto viene pagato dalle donne e da chi si situa nelle cosiddette periferie: geografiche, economiche, etniche, sociali e culturali, e che come sempre tutto ciò è escluso dall'occhio pubblico e dai discorsi dominanti. Noi crediamo che il tempo delle donne sia ora. Noi chiediamo che le parole e le azioni siano condotte in un altro linguaggio». Segue una lista di 23 sigle di associazioni femminili/femministe, che vanno dalle lesbiche palestinesi di Aswat, alle studentesse dell'Università di Tel Aviv, passando per centri d'impiego per le donne e coalizioni per la leadership femminile.

*

Potrei raccontarvi dozzine e dozzine di storie sulle donne in guerra. Anche su quelle che vengono forzate a prendere le armi o che scelgono di prendere le armi, ed entrambe però sono decisamente molto molto meno di quelle in cui le donne cercano di farle tacere, le armi, possibilmente per sempre. Ma volevo sceglierne una che riuscisse a tenere insieme il tema che mi è stato affidato e le cose che voi avete scritto di voi stesse e delle vostre vite.

Perciò vi racconto quella che ho intitolato:

 

Come fermare una guerra partendo dal mercato rionale

Parla del distretto di Wajir, nel Kenya del nordest, che è abitato prevalentemente da clan somali. Alla caduta del governo somalo, nel 1989, il distretto si disgregò ed ebbe inizio una guerra tra clan, con conseguente flusso di rifugiati e di armi. Dekha Ibrahim, la protagonista della nostra storia, ricorda bene la notte del 1993 in cui le sparatorie eruppero accanto a casa sua. Corse a prendere il suo figlio piccolo e si nascose con lui sotto il letto, mentre le pallottole attraversavano la stanza fischiando: di colpo, Dekha ricordò se stessa bambina, fra le braccia della madre, nella medesima situazione. Al mattino, aveva deciso che questo non doveva più accadere.

Altre donne del vicinato avevano storie simili da condividere. All'inizio si riunirono in circa una dozzina: «Volevamo semplicemente mettere insieme le nostre teste, capire cosa sapevamo e cosa potevamo fare», racconta Dekha Ibrahim. «Decidemmo che il posto da cui cominciare era il mercato. Il mercato doveva essere sicuro per ogni donna che vendesse o comprasse, di qualsiasi clan facesse parte». Poiché sono in maggioranza donne ad occuparsi del mercato nel Wajir, la decisione fu subito condivisa e si propagò velocemente. Le donne sorvegliavano il mercato, e se qualche infrazione all'accordo avveniva, il piccolo comitato iniziale era chiamato ad intervenire. A questo punto si diedero un nome: erano l'Associazione di Donne del Wajir per la Pace.

Presto scoprirono, però, che quella vittoria non era abbastanza. Il conflitto continuava ad interessare pesantemente le loro vite. Sedettero insieme di nuovo, e la seconda decisione fu quella di andare a parlare con gli anziani di tutti i clan. Non era una cosa facile, in una società altamente patriarcale: «Temevamo che ci rispondessero: Chi sono le donne per venire qui a darci consigli o a fare pressioni? Perciò riflettemmo parecchio su come il sistema degli anziani era strutturato, su quali erano le persone-chiave, su quali connessioni e contatti potevamo utilizzare», dice ancora Dekha.

Facendo portare la proposta ai vari clan da uomini che conoscevano, le donne dell'Associazione riuscirono ad organizzare un incontro di tutti gli anziani. Quello che più sembrava simpatizzare con le donne apparteneva ad uno dei clan minori e meno coinvolti nella guerra, e divenne di fatto il loro portavoce. «Per quale ragione, in realtà, stiamo combattendo?», chiese agli altri. «Chi sta beneficiando della guerra? Non certo le nostre famiglie, che ne sono distrutte». Le sue parole provocarono lunghe discussioni. Tuttavia, al termine dell'assemblea, persino gli anziani che avevano progettato e promosso rappresaglie si dissero d'accordo sul cessare i combattimenti: erano diventati il Consiglio degli Anziani per la Pace.

Le donne capirono presto che il passo successivo doveva essere il coinvolgimento del governo, su base locale e nazionale. Sempre con gli anziani al loro fianco, incontrarono deputati e rappresentanti governativi, descrivendo loro ciò a cui avevano dato inizio, e come il processo si sviluppava. Accordandosi sul fatto che il governo sarebbe stato puntualmente informato, le donne ottennero la sua benedizione.

La questione, ora, era come coinvolgere direttamente i giovani, perché erano i giovani a combattere e morire. Un nuovo progetto prese vita, La Gioventù per la Pace, e le donne sapevano bene che se tramite esso avessero convinto i ragazzi ad abbandonare le armi dovevano essere in grado di fornire loro un'alternativa, qualcosa che occupasse il loro tempo e provvedesse benefici a loro ed alle loro famiglie. A questo punto, mobilitarono la locale comunità di investitori e costruttori, ed un piano di ricostruzione con conseguenti offerte di lavoro venne messo a punto.

Insieme, le donne del mercato, gli anziani, i giovani ex-combattenti, gli uomini d'affari e i leader religiosi locali formarono il Comitato del Wajir per la Pace e lo Sviluppo.

Commissioni del Comitato vennero create negli angoli più remoti per facilitare il processo di disarmo delle varie fazioni, in collaborazione con i distretti di polizia. Squadre di pronto intervento si formarono, al fine di spegnere ogni più piccolo focolaio che avrebbe potuto riattizzare la guerra.

Tutto questo e' ancora in moto, perché ogni conflitto somalo si riflette sulla regione. Ma il Comitato si riunisce regolarmente ed un grande senso di cooperazione vive tra i villaggi, i clan, i funzionari governativi locali. E le donne che fermarono la guerra tengono ancora d'occhio il mercato.

*

Ho scelto questa storia non solo perché è vincente, e piena di speranza, ma perché dimostra praticamente che l'esilio del femminile dalla comunità umana depriva l'umanità di metà della compassione, della saggezza, della forza e delle benedizioni della vita.

Nessuna delle grandi religioni ad esempio celebra la nascita di una bambina, di una salvatrice, di una principessa della pace, per quanto ognuna abbia le sue sante e le sue mistiche. Ma da qualche parte, in questo momento, sta nascendo una bambina. Non sa ancora nulla di quel che c'è intorno a lei, non sa che c'è il rischio che non le si dica affatto “benvenuta”, che la sua nascita sia maledetta dai suoi stessi parenti perché è femmina, che le lacrime di sua madre non siano di fatica e di gioia, ma di dolore.

Io oggi voglio immaginare, invece, che la sua venuta sia stata preannunciata: da un angelo, da qualche antica canzone, da una profezia su un rotolo di pergamena, da una poesia o da un calcolo matematico probabilistico. Mi fa lo stesso. Voglio immaginare che uomini e donne si siano messi in moto per portarle dei doni, e che al di sopra del tetto del luogo che la ospita, un tetto di tela, di paglia, di fango, di legno, di cemento, stia brillando una nuova stella.

Immagino un'ora di quiete, di silenzio e di attenzione. Stiamo attendendo il suo arrivo. Vegliamo.

E poi ecco che su di noi si riversa la meraviglia. Un miracolo antico si è ripetuto, lei è nata.

E noi ci alziamo per darle il benvenuto, la guardiamo, tocchiamo il suo viso, prendiamo la sua piccola mano fra le nostre. Immaginate anche voi di vederla. Guardatela. È splendida da vedere. Non c'è macchia in lei. Il tempo è venuto, e lei è nata, un fiore che sboccerà ancora più bello perché noi ne avremo cura. Ditele che appartiene a questo luogo, e che questo luogo è in mezzo a noi. Ditele che siete felici che lei sia viva.

Circondatela di amore, di sicurezza e di risate. Lei è la Bimba, nata in tutte le epoche, venuta a portarci salvezza e grazia. E da parte mia, dico: gloria alla Madre di tutti i viventi, e alla sua indomita, limpida, bellissima, libera Figlia.

 

Maria G. Di Rienzo*

(da Notizie minime della nonviolenza in cammino, 10 marzo 2009)

 

 

* Testo della conferenza tenuta l'8 marzo 2009.


 
 
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