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Bruna Spagnuolo: La fine del mondo ad Haiti e nelle isole caraibiche
19 Settembre 2008
 

Gli uragani si susseguono, con tanta celerità, ormai, che è impossibile star loro dietro; li si sente elencare in TV e si capisce soltanto che altra gente, di nuovo, da qualche parte, sta lottando contro le forze scatenate della natura.

Non abbiamo fatto in tempo a capire cosa stesse accadendo ad Haiti, che già i venti spazzano di nuovo gli USA e investono Cuba e la situazione sfugge alla mente ormai stanca di disastri e di cattive notizie. Haiti, però, non ha finito di soffrire.

 

La dimensione-Haiti, che tutti hanno sentito citare in questi giorni, è un inferno in terra fatto di camion e barche, rematori e guadatori, naufraghi e corpi galleggianti nelle acque torbide pullulanti di vita esagitata e di morte inerte. È un caos di paradossi sconvolgenti. L’antonomasia di quei paradossi si fa aria di ‘normalità’ e, stridendo, fa da sfondo ai disperati andirivieni di coloro che, nudi, seminudi o vestiti, si affaccendano da un’alba all’altra, nel fango e negli acquitrini, dentro l’acqua torbida e dentro le barche, si aggrappano alle chiglie e ai remi, si affiancano ai camion aspiranti anfibi-traghettatori rombanti. Sembra un teatro macabro multi-stage, in cui alcuni si danno da fare con frenetica disorganizzazione, aiutandosi o litigando, altri cercano, raccolgono e piangono i loro morti e altri ancora si aggirano nella confusione frenetica con aria inebetita o semplicemente osservano e attendono non sanno bene che cosa. Non c’è limite all’orrore, perché, in tanto disastro, le creature delle tenebre osano portare in giro le loro fattezze nefande per commettere crimini contro l’innocenza dei bambini e farli sparire con la complicità della confusione e della cecità del dolore massificato.

Scene, rumori, colori, messaggi, attori e spettatori del dramma di quell’alluvione (giunto a finire ciò che l’uragano aveva già iniziato e a dare il colpo di grazia alle vittime di un impressionante-misterioso-imponderabile altare sacrificale) sono breathtaking.

Il vezzo tutto americano di dare agli uragani nomi umani non fa che creare una sorta di dissolvenza fastidiosa nel ricordo dell’infantile bisogno di esorcizzare la paura.

 

La fine del mondo è giunta per molti, nelle isole caraibiche, ove la terra (stravolta o infuriata?), in preda alle spasmodiche convulsioni di un pianeta indeciso tra la siccità e il diluvio, sta scaricando troppa pioggia per troppo tempo, trasformando il terreno in una spugna fradicia senza più contegno-tenuta. L’acqua, il liquido più prezioso e atteso delle stagioni del sempre, lancia, dai Caraibi, s.o.s. disperati verso i tempi biblici del diluvio universale (e della mitica arca salvante). Il lamento degli umani invoca invano aiuti primordiali (il saggio, giusto e patriarcale Noè non trova collocazione in questo nostro tempo; non riconosce più, tra gli umani, alcuna prole degna di passare i fatidici quaranta giorni nell’arca sballottata o, forse, non dispone neppure di colombe fidate che possano tornare a lui con un ramoscello di ulivo…).

I morti, all’appello finale, saranno migliaia; tra tanta acqua, i sopravvissuti soffrono anche la sete… I soccorritori distribuiscono l’acqua, tra i generi di prima necessità.

Haiti è devastata e Santo Domingo ha ferite alquanto doloranti… Nicaragua, Costarica e Panama, ancora indenni, trattengono il fiato, in attesa della fine delle piogge (ignari dei nembi killer che si formano sopra le loro teste, attraversano il golfo del Messico e raggiungono i Caraibi). L’Europa trema per i paesi colpiti e non sa che, dai Caraibi, l’umidità vola verso l’oceano atlantico, per farsi perturbazione/pacco-dono proprio a lei indirizzato.

 

Con più di dieci giorni di pioggia, la bella Hispaniola è lacerata dalle frane e devastata dalle inondazioni. L’opera dell’uomo grida tutta la caducità della sua essenza, mentre la furia degli elementi spazza via ponti, strade, linee elettriche e telefoniche e quanto incontra lungo la sua traiettoria.

Il contingente di pace statunitense e canadese lotta contro la forza del vento, dell’acqua e del tempo, mentre accorre a destra e a manca, a soccorrere chi ne ha bisogno, come meglio può.

I due terzi dell’isola, lussureggianti e verdi, appartenenti a Santo Domingo, sono meno colpiti dalle intemperie e dai disastri. La terza parte, arida (e/o fangosa), che ha nome Haiti e che possiede soltanto il 2% della rigogliosa flora dei tempi antichi, paga il tributo più alto. L’isola, ai tempi di Cristoforo Colombo, era vestita di foreste-scudo impenetrabili (che hanno dimenticato di tramandare la loro storia linfatica).

L’uomo vive il presente e del presente gode e si adorna, dimentico del futuro (che lo assalirà quando la terra sarà ricca soltanto di lombrichi e di uomini nudi…). Le lezioni che la natura gl’infligge sono molte, ma quante sono le menti che ne fanno tesoro?

 

Ci sono stati luoghi distrutti all’80%, nelle stesse aree, soltanto due anni fa (vedi Gonaives); quegli stessi luoghi sono tra i più colpiti anche oggi. Ciò vuol dire che tutto è andato avanti, come se nulla fosse accaduto… e che non abbiamo diritto allo stupore, di fronte alla reiterazione delle tragedie (pre-destinate) multiple.

L’UNICEF ha annunciato un programma di preparazione di risposta alle emergenze. Ciò è encomiabile e… terribile allo stesso tempo. Terribile è che le emergenze siano, ormai, la regola. L’uomo (non può fare altro?) vi si adegua (i. e. si adegua al suo fallimento di convivenza non belligerante con la natura). Non vorrei, però, che l’adeguamento dell’uomo a tali emergenze equivalesse a una dichiarazione di continuità delle attività belliche nei confronti del pianeta terra, fino all’estinzione del genere umano.

Ben vengano i programmi di preparazione, per far fronte alle emergenze, purché il genere umano (distratto dalle strategie d’urto) non dimentichi di correre ai ripari per rimediare alle offese arrecate alla madre terra e alla natura in senso lato.

 

È vero che Haiti sorge sulla parte dell’isola abbastanza brulla anche per ragioni geografiche, ma è altrettanto vero che il suo territorio montuoso non sia stato depredato dei boschi, che la vegetazione non abbia ricevuto continui ‘inviti’ a farsi vedere poco e che nulla potrebbe essere fatto per cambiare lo status quo ante?

Una… organizzazione mondiale che avesse a cuore la sopravvivenza del pianeta (e che volesse e potesse investire sforzi umani ed economici nelle zone a rischio di quella dimensione geografica) potrebbe ottenere buoni risultati? Vivo, forse, nel mondo dei sogni (e spero che esso non mi sfratti finché le parche fileranno per me), ma credo che avremmo bisogno di un programma comune (a livello mondiale, se non planetario) di risanamento vero. Il mondo avrebbe bisogno di volontari/esperti (provenienti da ogni dove e impegnati in ogni dove) che accorressero a soccorrere le zone a rischio in tempi di ‘pace’ meteorologica, con risanamenti-scudo mirati e previdenti. Ciò costerebbe denaro…, come negarlo? Il mondo, però, si mobilita già e spende il suo denaro, per dare aiuto ai paesi disastrati (e anche, un po’, per fare ‘bella figura’ a livello internazionale). Potrebbe mobilitarsi prima che le morti annunciate si verifichino e andare a piantare alberi, creare argini solidi ed ecologicamente corretti, dare sostegno e consulenze oculate e lungimiranti, anziché andare ad estrarre superstiti insieme a moribondi e a cadaveri. Vorrei, in altre parole, che il mondo rispondesse con la dovuta pietà e solidarietà, quando, via etere, i drammi dei diseredati entrano in tutte le case, ma che facesse qualcosa anche e soprattutto per evitare tali inenarrabili drammi.

 

 Penso a ogni essere umano che ha perduto una persona cara, a ogni famiglia distrutta, a ogni anziano che non ha più nessuno al mondo, a ogni bambino che ancora non comprende che cosa voglia dire questo disastro per lui, a ogni casa che più tale non è, a ogni senza tetto-senza masserizie-senza appartenenza alcuna, ai singoli e alle collettività martoriate e mi sento a lutto; a tutti loro esprimo la mia vicinanza e quella dello staff di Tellusfolio.

 

Bruna Spagnuolo



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