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Bruna Spagnuolo: Birmania. Figli di nessuno del 3° millennio.
14 Maggio 2008
 

Myanmar è un nome che la gente ha imparato a riconoscere attraverso il telegiornale, di recente, che ha associato prima al racconto dei turisti intervistati e alle immagini della figura composta, dignitosa e perennemente dolce di Aung San Suu Kyi e che ora associa al disastro ambientale e alla tragedia umana gigantesca che ha colpito i Birmani.

La facilità non richiesta con cui le notizie più disparate e più tragiche piovono nelle case e sulle tavole imbandite delle popolazioni rischiano di togliere plasticità agli eventi e di renderli teorici, lontani, irreali e quasi simili ad alcuni film molto realistici.

Il senso di impotenza che tutti provano non ha, purtroppo, nulla di irreale… Chi cerca di colmarlo attaccandosi a internet si trova di fronte gruppi di solidarietà, proteste pacifiche, calendari, candele per la pace, concorsi fotografici, incontri-conferenze varie, discussioni, blog di relief e di rebuilding.

  

Non c’è nulla che la gente possa fare, oltre qualche donazione e molti sospiri, prima di ‘conservare’, nell’inconscio, ‘questo’ nuovo dramma indicibile, insieme ad altri drammi vecchi e nuovi e insieme al Tibet che non ha smesso di ‘sanguinare’. La posizione geografica (tra Tailandia, Laos, Cina, Tibet, India, Bangladesh e golfo del Bengala) avvolge questa ‘dimensione’ lontana in un’aura di mistero, leggenda, mito e sfaccettature ignote in cui l’imprevisto pare autorizzato a strisciare e a colpire i 50 milioni di abitanti, sotto forma di pericolo, in qualsiasi momento. La travagliata ‘posizione’ storica, d’altro canto, non è da meno; non ha risparmiato, neppure nel passato, epopee di ogni genere ai Birmani che, sottomessi dagl’Inglesi (1824), hanno sognato l’indipendenza e hanno lottato a lungo prima di poterla ‘sposare’ (1940). La libertà agognata e vagheggiata, però, ha sempre eluso la stabilità, in Birmania, giocando al gatto con il topo con la popolazione e facendo sì che essa scoprisse ogni accezione psico-fisica della parola ‘sacrificio’. La seconda guerra mondiale ha elargito sforzi impari ai Birmani, che hanno dovuto scrollarsi di dosso la massiccia invasione giapponese (con l’aiuto degli U.S.A.). Gli anni del dopoguerra hanno regalato alla Birmania belle speranze per un serio programma di stabilizzazione sotto forma di democrazia libera, finalmente, ma le forze oscure hanno, ancora una volta, congiurato contro la realizzazione di quel sogno ambito: un colpo di stato ha inchiodato (1962) irrevocabilmente la nazione, con i tentacoli maligni di una dittatura feroce. Il popolo birmano, da allora, non ha fatto che lottare contro quella specie di tumore maligno, che gli conficca le ‘metastasi’ nelle carni, per succhiargli la vita, e che lo combatte come il peggiore dei nemici, alla faccia del fatto che, senza il popolo, non avrebbe terra su cui camminare, pane da addentare, né ricchezze da accumulare. Le pressioni internazionali in favore della riforma democratica nulla hanno potuto. Il regime militare le ha ignorate e se n’è, anzi, infischiato, non risparmiando al ‘suo’ popolo orrori di ogni genere. Le violazioni dei diritti umani sono diventate il pane quotidiano dei Birmani. La dittatura ha abolito la libertà di parola, ha derubato i cittadini della propria terra e della propria casa, si è inventata i lavori forzati e ha perpetrato gli omicidi di massa. 

 

Il coraggio irriducibile del popolo ha continuato a covare sotto la cenere, non si è mai arreso e, in libere elezioni democratiche (1990) ha eletto, a valanga, la National Legue for Democracy guidata da Aung San Suu Kyi (premio Nobel per la pace). I militari, con una faccia di ‘tolla’ propria della mancanza di vergogna e di dignità dei prepotenti, dei tiranni e delle mafie di tutti i tempi, hanno ignorato a 360 gradi l’evento. Sono rimasti abbarbicati al potere e hanno schiacciato il popolo con un peso ancor più intollerabile. Le sanzioni applicate dagli Stati stranieri non hanno sortito effetti di sorta: il premio Nobel Aung San Suu Kyi è stata messa agli arresti domiciliari e vi rimane ancora (guardata a vista dal regime). Indifferente alle sanzioni, la dittatura militare continua a commerciare con l’India, con la Tailandia e con la Cina (lupus in fabula!), ad esportare droga e ad ammassare ricchezze, affamando il popolo, relegandolo nella miseria più nera e, trucidandolo, ove osi alzare il capo. La cosa che mi torna naturale, pensando a ciò, è un’antipatia profonda (o qualcosa di più grande) nei confronti di chi ‘tratta affari’ con un regime così spaventoso, ma mi rendo conto di peccare di ingenuità, poiché gli Stati in questione custodiscono, nei loro ‘armadi’, ‘scheletri’ che non risparmiano ai loro rispettivi popoli ‘piaghe’ al confronto delle quali quelle bibliche impallidiscono.

 

I Birmani, se possono, fuggono dalla loro martoriata terra; da uno a due milioni di Birmani (principalmente appartenenti alle minoranze etniche) si sono rifugiati in Tailandia; solo 150.000 di essi sono nei campi-profughi; il resto è sparso (illegalmente o legalmente) per i campi-le fattorie-le case dei Tailandesi, impegnato a svolgere le mansioni più umili e abbrutenti (al posto dei padroni di casa). È proprio il caso di dire che ‘quei’ Birmani, come tutti i reietti della terra, sono ‘carne da macello’, cioè esseri umani senza diritti (la cui vita ha un valore molto vicino allo zero), e che ricadono , comunque e sempre, sulla coscienza della ‘junta’ birmana.

 

Le ‘fondazioni pro Birmania’ non raccolgono fondi per i Birmani ospitati nei campi-profughi, perché essi stanno infinitamente meglio dei Birmani che ‘lavorano’ in Tailandia. È per questi ultimi che gli ‘aiuti’ vengono sollecitati.

Esistono tra gruppi etnici e junta birmana accordi di ceasefire, poiché alcune minoranze etniche sono considerate quasi intoccabili e, in ogni caso, indesiderabili ‘in casa loro’. I gruppi etnici che sono a rischio in Birmania, però, quasi sempre, non sono riconosciuti in Tailandia, ove si concede lo status di rifugiati ad alcuni (prevalentemente di etnia Karen) e lo si rifiuta ad altri (per esempio di etnia Shan).

Ci sono, in Birmania, dunque, minoranze etniche cui è negato il diritto di appartenenza e anche quello di esistenza… Essi sono i figli di nessuno del 3° millennio. Il loro dramma non è soltanto ‘loro’, ma del mondo intero (che -nel 3° millennio, appunto- non è autorizzato a lavarsene le mani pensando che ‘cose’ così non sono le uniche della storia).

 

Tutto ciò non bastava’? Viene spontaneo domandarsi…

 

Ci mancava anche il disastro ambientale…, ma esso è accaduto ed è accaduto proprio in ‘quella’ terra, con ‘quella’ dittatura e con quei ‘presupposti’ sociali…

Il mondo si sarebbe aspettato qualche barlume di umanità dietro la maschera del male, ma… esso non può permettere spiragli-varchi tra la tana in cui racchiude il suo maleodorante tesoro e la vita del popolo su cui siede e le cui carni mangia.

 

Il risultato è che il mondo, attonito, è costretto ad assistere a uno spettacolo indegno. Il popolo Birmano, sradicato e malversato dagli eventi, rantola e chiede aiuto; il gruppo militare, che si proclama ‘governo’ di tale popolo, non solo assiste all’agonia, ma vieta a chiunque di salvare chi può essere salvato e s’ingegna per ‘assicurare’ meglio che può i suoi tentacoli nelle carni del popolo in putrefazione. È uno spettacolo indegno! Il mondo è rimasto a guardare, mentre il popolo birmano veniva esautorato, schiacciato, annientato, ma, ora, deve stare a guardare e lasciare che una dittatura infame lo imbavagli, lo impastoi e gl’impedisca di raggiungere le zone disastrate, dove la gente muore e attende gli aiuti…? I tiranni di sempre non hanno mai raggiunto punti di abiezione così elevata…: il popolo muore, gli aiuti sono a disposizione e ‘il governo’ non li distribuisce… È più di quanto sia umanamente accettabile! Il popolo agonizzante deve anche subire la beffa-estorsione di elezioni-pantomima-stupro… E mi domando dove sia l’ONU…,, che posizione abbia in tutto questo, quale sia la sua utilità nel mondo… Il nome inglese (UN: United Nations), che preferisco e che mi piace di più, dice bene e con incisività il senso di questo ‘carrozzone’ che manca –mi si permetta di dire- di snellezza e di efficienza (nonché di utilità). L’idea delle Nazioni Unite è, indubbiamente bella, ma, in un mondo in cui i tiranni fanno il bello e il brutto tempo, qual è e quale dovrebbe essere la funzione delle Nazioni Unite? Che utilità hanno, se possono soltanto stare a guardare (proprio come ogni piccolo Stato impotente e senza voce in capitolo)?

 

Un ONU ‘disarmato’ che possa soltanto ‘presenziare’ e ‘parlamentare’ è davvero necessario a quella che si avvia a diventare ‘la nazione terra’? È davvero ‘pace’ quella che difende, quando assiste, senza muovere un dito, ai genocidi e ai misfatti più nefandi? Il mondo, è vero, non ha bisogno di guerrafondai, ma ha bisogno, forse, di un’istituzione forte e ben organizzata (legittimata da tutte le nazioni del mondo) che possa camminare tra ‘i serpenti’ senza esserne morsa e ‘salvare’ almeno le vittime ‘non consenzienti’ (in attesa dei tempi migliori, in cui il genere umano, privo di tiranni, non abbia più bisogno di ‘braccia salvanti’).

 

Bruna Spagnuolo


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