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Bruna Spagnuolo: L’Afghanistan, i nostri caduti (e le inevitabili ‘cogitazioni‘)
22 Settembre 2009
 

È accaduto di nuovo: i nostri soldati di pace sono morti in guerra. Sei persone, sei giovani (con il rocchetto delle speranze tutto ancora da srotolare) non rivedranno mai più le loro case, i loro congiunti, la loro terra. Erano prestanti e qualificati, animati di belle intenzioni e di senso del dovere, ma ciò non ha impedito al tritolo di spedire la loro avvenenza, le loro fattezze, i loro sorrisi e la loro vitalità oltre la linea che separa la vita dalla morte. Di loro non restano che le foto e il battito incancellabile dei ricordi (che vivranno nel cuore di chi li ha amati quando respiravano il vento e che continuerà ad amarli ora che sono diventati vento).

   

Il tenente Antonio Fortunato, originario di Lagonegro (Potenza), il primo caporal maggiore Matteo Mureddu (Oristano), il primo caporal maggiore Davide Ricchiuto (Glarus -Svizzera), il sergente maggiore Roberto Valente (Napoli) e il primo caporal maggiore Gian Domenico Pistonami (nato a Orvieto - residente a Lubriano- Viterbo), non rivedranno più nulla e nessuno, né cammineranno da nessuna parte (di notte o di giorno, nella luce o nel buio…).

 

Chi li ha conosciuti piange e s’interroga, incredulo, sulle varie implicazioni del perché di tale assurda ‘cosa’, puntellando lo stupore ferito con l’eredità derivante dall’onore di una morte valorosa. Chi non li ha conosciuti si accomuna nella scia di sgomento che avvolge tutti di fronte agli eventi che rendono vane le parole (mentre paradossalmente se ne producono maree).

Vane sono, appunto, anche le mie povere parole (che, nondimeno, si dissolvono, con grande umiltà, nell coro sincero e genuino dei pensieri-balsamo rivolti alle famiglie colpite).

I nostri soldati italiani siano commemorati e onorati (perché sono figli di famiglie nostre, figli e sangue della nazione che è la nostra/ sono, perciò, sangue nostro) e le famiglie siano conglobate in un abbraccio caldo come il sole di agosto.

Le diatribe ideologiche e politiche striscino alle periferie dei drammi e abbiano il pudore di non attentare anche alla dignità delle tragedie in cui l’umanità, in senso lato, deve soltanto portare dignitoso-rispettoso conforto.

 

L’Italia non distolga il cuore dalla condivisione del dolore per la perdita dei suoi amati soldati, ma non imprigioni fughe di pensieri dolenti verso le quindici vittime e i sessanta feriti afgani, colpiti insieme ai nostri parà/ le decine di soldati dell’Unione africana morti nel contemporaneo attentato somalo/ le molte vite sanguinosamente trucidate dall’attentato pakistano, avvenuto in successione).

  

I nostri soldati partono con divise, scarponi, fucili e ideali nei borsoni. Non hanno il compito di decidere dove le missioni debbano essere autorizzate e dove no. Hanno il compito di fare il loro dovere e di rispettare gli ordini e lo fanno con umanità e non senza alleviare le sofferenze della gente che gravita attorno al loro raggio d’azione. Recarsi in zone ‘a rischio’ e viverci, guardando le albe e i tramonti nella consapevolezza che potrebbero essere gli ultimi, richiede fede nelle mete da raggiungere/ convinzioni profonde e forza di volontà da leoni/ richiede una dose massiccia di coraggio dalle dimensioni eroiche. Essere pronto a vivere per gli ideali è quanto pone l’uomo al di sopra dell’umano squallore/ essere pronto a morire per ciò in cui crede è quanto rende l’uomo eroe. I nostri caduti sono, perciò, sì, eroi e lo sono perché lo erano già prima di morire (a prescindere da ogni e da qualsiasi speculazione di qualsivoglia provenienza filosofico-politica). Questa è la premessa sine qua non di quanto scrivo qua sotto.

 

Il contingente italiano dislocato in Afghanistan fa parte delle forze mandate a “strappare l’Afghanistan alle grinfie del terrorismo”.

La gente s’interroga. I politici si accapigliano. Il mondo accantona le vecchie contese-rivendicazioni, gli addebiti, le accuse (archiviandole insieme a Bush e a tutta la sua disastrosa politica), ma l’interrogativo sulla presenza militare in Afghanistan rifiuta di farsi archiviare: restare o andare?

 

Alcuni di coloro che sono in favore del ‘restare’ pensano che andarsene significhi riconsegnare il paese alla confusione delle ambizioni tribali, ai signori della guerra (ergo ai Talebani). Temono, in altre parole, che andarsene significhi giustiziare ignominiosamente i piccoli passi fatti verso la decenza di un sistema sociale 1) che non costringa più le donne a vivere nell’abbrutimento più totale e a dover aspirare soltanto a un’alfabetizzazione acquisita (a proprio rischio e pericolo) nel nascondimento/2) che si avvii verso la fine di un sistema di vita in cui non c’è posto per l’infanzia (e in cui molti bambini possono aspirare soltanto a vivere come cagnolini randagi e a farsi violentare nelle caserme, per rimediare qualche avanzo)/3) che rinneghi il ritorno a una società in cui le donne si aggirino come balle di pezza senza volto e possano essere giustiziate per la strada (semplicemente ‘spente’ e lasciate cadere, con un colpo alla testa)/4) che dimentichi gli stadi-platee degli orrori (come gli arti troncati).

Il restare, però, è divenuto arduo e miete un numero inaccettabile di vite. Tutte le nazioni hanno ormai parecchie decine di caduti da piangere e da commemorare (l’America ha superato il centinaio). Come motivare le strategie del restare (e dove trovarne i miracoli catalizzanti?).

Ecco alcuni suggerimenti emergenti in Italia:

-“Conquistare il cuore degli Afgani” (ministro Frattini)

-“Far crescere la democrazia” (presidente Berlusconi)

-“Creare una situazione nella quale i Talebani si convincano che non possono vincere e che possono essere soltanto sconfitti” (ministro Dini)

-“Dare agli Afgani il diritto di andare a votare senza che qualcuno tagli loro un orecchio -com’è accaduto al contadino di cui ha parlato la stampa-” (Gianfranco Paglia)

Tali motivazioni hanno una logica, ma… sono lontane dal possedere la chiave dei sentieri tortuosi e complessi del terrorismo internazionale (non esattamente formato da ‘cuori’ ‘normali’ eventualmente facili da “conquistare”/ non proprio nutrito da humus sociali che abbiano interessenze-democrazia intese all’occidentale/ non ‘intriso’ della stessa concezione delle battaglie da ‘vincere’ o da ‘perdere’).

 

È doloroso-insopportabile-inaccettabile pensare alle vite stroncate in modo orrendo e a quelle in bilico dei molti feriti/ ai soprusi patiti dalla popolazione afgana/ alla libertà malversata e all’innocnza negata, ma… a quale esito-quale luce s’immolano gli sforzi (pur sempre ‘bellici’)?

È la guerriglia il ‘dove’ della lotta al terrorismo? E che cos’è il malessere chiamato terrorismo, che incombe sul mondo?

Dove nasce e dove porta questa nuova forma di ‘guerra’ che miete vittime consapevoli (apparentemente) e vittime inconsapevoli? Possono le armi raggiungere il cuore di mentalità-indottrinamenti-strumentalizzazioni-tentacoli aggrovigliati e oscuri radicati nelle più imprevedibili stratificazioni-dislocazioni geografiche?

Non dovrebbe il mondo ‘ripensare’ (e reinventare) le sue strategie (e trovare ‘armi’-adeguamenti-medicine adatte ai ‘mali’ che affliggono l’umanità)?

 

Il mondo deve imparare a ‘dosare’ il possesso/la distribuzione-ridistribuzione delle ricchezze della terra, a individuarne e colpirne i furti (a danno di interi popoli e continenti), a ‘imbrigliare’ i predoni più prepotenti e voraci (e, nel frattempo, deve imparare a conoscere l’animo e il pensiero del ‘vicino’ prossimo e remoto).

   Le varie nazioni non sono ancora in grado di ‘decifrare’ il mondo culturale che accolgono nell’abbraccio dei loro confini e pretendono di ‘ingerire’ nella ‘scultura’ globale di altre realtà territoriali e umane.

*

Accadono eventi tragici ogni giorno, nel mondo, ma ‘insegnano’ poco o niente, perché la gente (sia dei governi che delle masse occidentali), avvolta nelle ‘sciarpe’-quotidianità-mentalità individuali e collettive, non vede oltre il proprio naso (neppure quando delitti efferati insanguinano gli affetti più sacri e agghiacciano le città e le nazioni).

Una notizia è entrata nelle nostre case insieme a quella dei nostri soldati morti: un padre ha macellato la figlia, ancora una volta nella nostra Italia. Il commento a tale notizia ha, di nuovo, messo a nudo l’annoso e sgomentevole tallone d’Achille della nostra ignoranza. “L’ha uccisa perché non sopportava che si fosse fidanzata con un Italiano”: questa è la motivazione ufficialmente accettata da tutti ed è spaventosamente lontana dalla verità (che ha la sua casa nella ‘mentalità derivante dal retaggio culturale secolare).

 

Le culture che credono in un upbringing dei figli ispirato al rispetto degli adulti in generale e dei genitori in particolare/ al rispetto delle tradizioni e al compimento di un dovere che culmina nell’accasarsi secondo i canoni di valori tesi a dare onore a tutta la famiglia, prevedono l’uscita dalla casa paterna soltanto nell’ambito del matrimonio.

L’emigrazione ‘fisica’ di un nucleo familiare da un paese fondato su tali valori a un paese ‘emancipato’ (che ha fatto delle telenovele ventennali il pulpito indottrinante di bambini-adolescenti-giovani/ ha visto cadere tutti gli argini possibili e immaginabili, compresi quelli della decenza/ brancola in una decadenza in cui i giovani non sono più né carne né pesce e ondeggiano tra i nuclei familiari originari-paterni e l’assenza quasi assoluta di approdi-famiglia) è come un espianto-trapianto destinato (in buona parte dei casi) a incacrenire. Ciò che scrivo va collocato tra altri popoli-culture e la nostra società che ha sottoposto i genitori al ‘passaggio’ forzato e ‘concentrato’ attraverso le fasi dolenti del cambiamento e dell’adeguamento a ‘concessioni’ graduali che hanno ‘mutilato’ l’autorità genitoriale e hanno portato i figli, gradualmente, ad acquisire diritti (non sempre affiancati dai doveri), come quello alle uscite serali/ alle uscite notturne/ ai ritorni all’alba/ all’indipendenza fittizia da Peter Pan attaccati alle costole dei genitori/ all’uscita dalla casa paterna per vivere da soli o per ‘convivere’, non sempre con i giusti presupposti). Quasi tutti hanno dimenticato (nei paesi occidentali) il dolore dello scalpello di tali adeguamenti ‘coatti’ e lo stridore tra gli ‘spigoli’ del ‘moderno’ e dell’’antico’.

I genitori dei paesi che tale ‘processo’ non hanno ancora subito e che si trovano immersi, di colpo, nella realtà che lo ha superato a piè pari patiscono un travaglio interiore destabilizzante e gli si ribellano (con risultati spesso sanguinosi e catastrofici).

Le famiglie ‘piovute’ in occidente (con tutto il loro mondo mentale intatto) vivono ancora nella convinzione e nell’attesa di veder giungere, per la figlia femmina, un pretendente (che onori tutta la famiglia, con ‘serie intenzioni’, tese alla richiesta ufficiale della mano ed eventualmente al matrimonio). Le figlie (di genitori mussulmani) che escano in modo ‘irregolare’ dalla casa paterna, sono viste come ‘fuggitive’ e causano alla famiglia un trauma difficile da superare. Quelle di loro che si decidano ad andare a ‘convivere’ con un uomo che non sia il marito (a dispetto di tutto il dolore che sanno di causare ai genitori) diventano fonte di disonore e di vergogna talmente grande da richiedere il ‘lavaggio’ del sangue. Un padre ‘originario’ di culture all’antica (e mussulmane) ama la figlia e proprio perché l’ama la deve ‘liberare’ dalla macchia insopportabile del disonore in cui si è ‘sporcata’ e con cui ha ‘contaminato’ tutta la famiglia.

Molte sono le notti insonni che tali padri vivono (per quanto assurdo ciò possa sembrare) ed epico è il dolore attraverso il quale passano, prima di ‘organizzarsi’ per eseguire l’intervento ‘mondatore’ che potrà restituire a tutta la famiglia il diritto a camminare a testa alta di nuovo e ad esigere il rispetto degli eredi e di tutta la società dalla quale provengono.

Errato milioni di volte è, dunque, presumere che il “fidanzato italiano” sia la causa di un delitto ‘incomprensibile’: che sia italiano e non mussulmano è soltanto un particolare che aggrava la situazione, ma la ‘convivenza’ con un uomo (al di fuori delle convenzioni tradizionali socio-religiose) avrebbe sempre e comunque lo stesso impatto devastante sulla mentalità atavica familiare. La sola differenza è che un ‘mussulmano’ non esporrebbe se stesso né la ragazza corteggiata al ludibrio e alle conseguenze ben ‘note’, mentre lo ‘straniero’ (ignorante dei prodromi con cui si gingilla) non sa che cosa chiede alla sua fidanzata e alla sua donna di altra cultura quando (con nonchalance e nel completo disrispetto del volere eventuale del padre di lei), propone niente altro che una ‘semplice’ convivenza.

Un delitto è un delitto e quello commesso da un padre mussulmano non è meno condannabile di quello commesso da altri padri di altre religioni, ovviamente, ma… alle nuove generazioni che non sanno e alle vecchie generazioni che forse hanno dimenticato vorrei ricordare che non è tanto lontano il tempo in cui la ‘mentalità’ italiana era all’antica al punto che i genitori –quando non anche i fratelli- più violenti arrivavano a compiere gesti esecrabili e delitti e quelli ‘normali’ consideravano come morte le figlie -e spesso anche i figli- che li ‘disonoravano’.

*

L’ignoranza delle culture altre è un male da combattere (proprio come una malattia letale), perché è la causa di molti dei mali del mondo (e dell’errata ‘gestione’ dei rapporti tra singoli-masse-popoli diversi).

 

La mentalità (i convincimenti-le tradizioni-le culture-i condizionamenti) e le infinite facce delle strumentilazzazioni (pro domo di molte latitudini) che se ne fanno sono il ‘nemico’ con cui l’occidente deve fare i conti, se vuole cercare di arrivare da qualche parte, nella lotta al fenomeno terrificante che riesce a trasformare gli esseri umani in bombe ‘orrifiche’ sposate alla morte (non solo di se stessi e di quelli che credono il ‘nemico invasore’, ma anche di innocenti loro fratelli- a decine e a centinaia- senza colpa alcuna).

La ferocia degli attentati suicidi (immemori di qualsiasi parametro di rispetto minimo per amici e nemici/ per buoni e cattivi/ per colpevoli e per innocenti e per la vita in generale) è di una gravità talmente senza precedenti e paradossale da far tremare persino i mostri più ‘mostruosi’ dell’universo (ed è tanto più orrenda quanto più brainwashed sono le persone imbottite di tritolo mandate a compiere gesti insani da ‘registi’ più vili di qualsiasi sciacallo mai esistito).

È proprio con questo tipo di ‘nemico’ che credo impotenti le armi (degli eserciti universalmente intesi).

Gli armamenti militari nulla possono contro il condizionamento delle ‘idee’. La ‘battaglia’ contro simili ‘nemici’ va supportata da una rete internazionale di politica ‘buona’ fatta di ‘aiuti’-interventi veracemente umanitari e sapientemente e saggiamente ‘approntati’ come nuovo approccio al terrorismo (o, meglio, ai suoi molti volti-molti terreni di ‘coltura’). Credo che questa sia anche l’ottica in cui vadano ‘disegnati’ i ‘contorni’ della ‘configurazione’ di eventuali (centellinati-chirurgici-ben ponderati-genuinamente interessati al rispetto del genere umano) interventi militari-ultima spiaggia-disapprovazione-salvataggio degli oppressi (da parte di una forza ONU che abbia voce in capitolo –e… che deve ancora nascere).

 

L’orizzonte dei popoli del mondo pare offuscarsi ogni giorno di più e le ‘finestre’ della fede nel futuro paiono eludere i voli ventosi del bisogno di certezze rassicuranti. La speranza accorata contenuta in una breve frase di Claudio Di Scalzo mi torna in mente: “Speriamo nei giovani…”

Eccola la via maestra della speranza: si dia spazio ai giovani, nel mondo. Loro sapranno scegliere le vie del bene. Largo ai giovani.

 

 

Bruna Spagnuolo


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