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Riccardo Cardellicchio. Una carneficina dimenticata
31 Maggio 2009
 

L’uomo – uno studioso attento, scrupoloso – dice che noi italiani ne abbiamo combinate in Etiopia, imperanti Mussolini e il fascismo. Una carneficina – precisa - che abbiamo rimosso.

Un sacerdote – monsignor Andrea Cristiani, arciprete della Collegiata di Fucecchio e fondatore del Movimento Shalom, presente in diciannove Paesi – ha immaginato una sorta d’atto riparatorio. Prima, con una delegazione ha raggiunto il monastero-città di Debrà Libanòs per consegnare all’abate qualche migliaio di euro per il mantenimento dei monaci. Poi, non lontano da Adis Abeba, in diocesi di Endbir, in una foresta, dove è alto l’analfabetismo, ha realizzato una scuola primaria. Quindi ha deciso di aggiungere un centro alimentazione, in corso di costruzione. Il tutto è reso possibile – precisa monsignor Cristiani – grazie all’attività degli aderenti a Shalom. A dirigere scuola e Centro, le suore della Santa Croce, congregazione siciliana, che hanno deciso di realizzare sul posto una loro casa. Primi passi – precisa – per impegni più consistenti. Un modo concreto di cominciare a chiedere perdono all’Etiopia per quanto avvenuto settant’anni fa. E per ricordare e far ricordare ai distratti.

L’attenzione di Shalom è sul massacro di Debrà Libanòs, il monastero-città, a 90 chilometri da Addis Abeba, fondato da San Takla Haimano’t, e abitato da migliaia di monaci copti.

C’è chi punta il dito accusatore sul maresciallo Rodolfo Graziani, nominato marchese di Neghelli e viceré d’Etiopia. Sulla sua ferocia. È una mezza verità. Difatti, Graziani agisce in base agli ordini ricevuti direttamente da Mussolini. Lo provano tre telegrammi. Il numero 6496: «Tutti i ribelli fatti prigionieri devono essere passati per le armi». Il numero 6595: «Per finirla con i ribelli, impieghi i gas». Siamo oltre la Convenzione di Ginevra. Il numero 8103: «Autorizzo ancora una volta Vostra Eccellenza a iniziare e condurre sistematicamente la politica del terrore e dello sterminio contro i ribelli e le popolazioni complici».

Non si salva nessuno, nonostante si sappia che si tratta, in gran parte, di innocenti.

Graziani subisce un attentato il 19 febbraio 1937 ad Addis Abeba, durante una cerimonia pubblica, affollatissima, al “Piccolo Ghibì”. Rimane ferito dall’esplosione di una delle bombe a mano, lanciate da Abraham Deboth, 25 anni, e Mogus Asghedom, 26 anni, tutti e due ex studenti del liceo “Tifari Maconnen” di Addis Abeba, e alle dipendenze – sotto Hailè Selassiè – del catasto. La moglie di quest’ultimo, Teddessiè Istefanos, chiede e ottiene rifugio a Debrà Libanòs.

Graziani viene ricoverato all’ospedale con 250 ferite da schegge. Non è grave. È andata peggio al generale Lotta, che ci ha rimesso una gamba e un occhio. Peggio ancora ad alcuni notabili etiopi e all’abuna Cirillo: formano l’elenco dei morti.

La reazione è immediata e crudele. Un medico ungherese, presente alla cerimonia, testimonia una verità terribile. Come la testimonia il documentario della Bbc “Fascist legacy”: nessun etiope esce vivo dal cortile della cerimonia. E ce n’erano oltre tremila. L’ambasciatore degli Stati Uniti in Etiopia annoterà: «Fatti del genere non si vedevano dal tempo del massacro degli armeni».

Ma Graziani non è soddisfatto. Non risparmia il clero copto, l’intellighentia locale, l’aristocrazia amhara, mendicanti, indovini, cantastorie e stregoni. Scrive al ministro Lessona: «Convinto della necessità di stroncare radicalmente questa mala pianta, ho ordinato che tutti i cantastorie, indovini e stregoni della città e dintorni fossero arrestati e passati per le armi. A tutt’oggi ne sono stati rastrellati ed eliminati settanta».

S’incendiano tucul, chiese e campi d’orzo. S’inquinano terreni con sostanze chimiche. S’abbatte il bestiame.

Ad Addis Abeba, settecento etiopi escono dall’ambasciata britannica, dove hanno trovato rifugio. Ritengono che il peggio sia passato. Non è così. Vengono fucilati a gruppi. Non pochi bruciati vivi, lapidati o squartati.

Il 22 febbraio, Graziani scrive a Mussolini: «In questi tre giorni ho fatto compiere nella città perquisizioni con l’ordine di far passare per le armi chiunque fosse trovato in possesso di strumenti bellici, che le case relative fossero incendiate. Sono state di conseguenza passate per le armi un migliaio di persone e bruciati quasi altrettanto tucul».

I numeri sono ben altri, stando a fonti inglesi, francesi e americane. Si parla di seimila vittime. In massima parte gente inerme.

Il 26 febbraio, è la volta di 45 persone. Sono in gran parte notabili. Qualche giorno dopo tocca a 26 intellettuali. E 400 notabili vengono deportati in Italia. Altri, in gran parte bambini e donne, sono portati al lager di Danane. Il viaggio è lungo e massacrante. E molti muoiono per vaiolo, dissenteria e stenti.

Il 21 marzo, Graziani informa Mussolini che le esecuzioni sommarie sono 324. Ovviamente – precisa – non sono comprese le esecuzioni avvenute subito dopo l’attentato.

Gli italiani non si fermano. Dal 14 marzo al 25 aprile vengono catturate e fucilate almeno cinquecento persone, occupati e incendiati Atzei ed Eso, ritenuti ostili, sequestrato centinaia e centinaia di capi di bestiame. Graziani rileverà, in ogni circostanza: «Li ho fatti passare per le armi».

A maggio l’escalation nei confronti del clero copto.

Il generale Pietro Maletti redigerà un documento in cui sosterrà che in due settimane le truppe italiane hanno incendiato 115.422 tucul, tre chiese, un convento e ucciso 2.523 ribelli.

Il 18 maggio, Maletti accerchia Debrà Libanòs con tre battaglioni di truppe coloniali. Graziani gli ha telegrafato: «Passi per le armi tutti i monaci, compreso il vicepriore». Aggiungendo: «Più Vostra Signoria distruggerà e più acquisterà benemerenze nei riguardi della pacificazione del territorio dell’Impero».

Graziani accusa il monastero di connivenza con gli autori dell’attentato. Hanno dato asilo alla moglie di uno dei due, se non agli stessi attentatori. Ma non ha le prove. Non gli importa che il monastero-città, dal 1881, goda «di una sorta di extraterritorialità giudiziaria, essendo stato autorizzato ad accogliere fuggitivi, inclusi ladri e assassini e a dare loro asilo».

Maletti costringe monaci e pellegrini dentro la chiesa. Fa sigillare le porte.

Il giorno dopo sono sottoposti a interrogatori-farsa, identificati, messi su camion e portati in una zona deserta a Chagel. Di qui a Laga Wolde, «una piana disabitata e ben protetta alla vista da colline».

Ian Campbell e Degife Gabre-Tsadik, negli anni Novanta, hanno potuto accertare che furono massacrate 1.600 persone. E Ciro Poggiali, nel suo diario, scrive: «Non si sono potute eseguire le fucilazioni coram populo perché i condannati dànno esempi superlativamente eroici, di coraggio e di dedizione alla causa abissina, e questa sarebbe stata una pericolosa propaganda contro di noi».

Sono stati risparmiati i diaconi, ma Graziani non ne vuol sapere. E telegrafa: «Ordino di passare immediatamente per le armi tutti i diaconi di Debrà Libanòs. Assicuri con le parole: liquidazione completata». E a Roma telegrafa di aver fatto giustiziare 129 diaconi a Dabfra Berhan. In realtà sono 400. Conclusione: sono rimasti in vita trenta seminaristi, «rinviati alle loro case di origine nei vari paesi dello Scioa».

«In tal modo» conclude «del convento di Debrà Libanòs non rimane più traccia».

I seminaristi non raggiungeranno mai le loro case: saranno portati nel lager di Danane, insieme con un centinaio di monaci dei conventi di Assabot e Zuquala.

Graziani scriverà in un suo memoriale: «È titolo di giusto orgoglio per me aver avuto la forza d’animo di applicare un provvedimento che fece tremare le viscere di tutto il clero, dall’abuna all’ultimo prete o monaco, che da quel momento capirono la necessità di desistere dal loro atteggiamento di ostilità a nostro riguardo, se non volevano essere radicalmente distrutti».

Graziani vive asserragliato nel suo palazzo di Addis Abeba, «circondato da filo spinato, da un numero inusitato di mitragliatrici, perfino di carri armati». Ha come guardia un battaglione intero.

Lessona s’è accorto che qualcosa non va in lui. Ma rimanda il suo richiamo in Italia. Lo sostituirà il 20 novembre con il Duca d’Aosta.

Nel frattempo, la carneficina continua. Il 5 luglio i fucilati sono 1.686, che salgono a 1.878 il 25 luglio e a 1.918 il 3 agosto. Si continua a procedere senza prove.

Per Graziani il capo dei capi della rivolta è Hailù Chebbedè, che riesce a catturare nel settembre 1937. Lo fa fucilare e ordina, poi, di esporre la sua testa su un palo nella piazza del mercato di Socotà e Quorum.

Inutilmente il ras Sejum manda a dire a Mussolini, tramite il Ministro alle Colonie: «Qui viviamo nel dolore e senza giustizia».

A ragion veduta Angelo Del Boca, nel suo ultimo lavoro (Neri Pozza editore), mette in dubbio che gli italiani siano stati veramente brava gente sotto il fascismo, ovunque siano andati. A dare corpo al dubbio di Del Boca arriva – è notizia delle ultime ore – il diario di un soldato (Elvio Cardarelli di Vignarello, Viterbo), morto due settimane dopo il suo rientro dall’Etiopia. Un diario bloccato dal regime fascista perché raccontava una verità scomoda nel momento di maggior consenso: l’Italia usò i gas in Etiopia. Precisamente l’iprite, chiamato gas mostarda, vescicante potente, usato nelle guerre chimiche. I tedeschi lo usarono nella prima guerra mondiale a Ypres in Belgio (di qui iprite). Fu adoperato anche nella seconda guerra mondiale. È certo che nell’Adriatico «sono depositate sul fondo alcune centinaia di tonnellate di iprite, in bombole, fatte affondare subito dopo il 1945 dal Comando Alleato per nascondere all’opinione pubblica il loro impiego durante la guerra». Ogni tanto finiscono nelle reti dei pescatori.


Riccardo Cardellicchio


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