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Fabiano Alborghetti trova Liliana Zinetti 
Cercando l'oro 30
Liliana Zinetti
Liliana Zinetti 
06 Giugno 2009
 

Siamo quasi all’estate. Tempo di programmare viaggi, luoghi e riposi. Ed è anche tempo per accogliere/scoprire la voce di Liliana Zinetti.


Ancora una volta e come anche accadrà nelle puntate a venire, lo spazio è per la sola voce dell’autore, autore a nudo e senza la mediazione della domanda, autore lanciato nel vuoto e che arriva a noi per mezzo di una autopresentazione, cui seguirà una scelta di testi e solo in ultimo una breve nota bio-bibliografica.




AUTOPRESENTAZIONE in forma di dialogo di Liliana Zinetti


Un’autopresentazione?

Avendo convissuto con la sottoscritta più di mezzo secolo non mi trovo un granché interessante, ma pare sia necessaria, quindi…

Sono moglie, madre e scrivo. Non c’è molto da aggiungere. Ho scritto e scrivo in versi, anche se ho iniziato tardi, perché è il modo per me più naturale per esprimermi, per afferrarmi.

Nonostante la poesia, comunque, che è una continua sfida con la parola e che a volte detesto, ferocemente; per me perdermi è una condizione poco modificabile.


Non credo alla poesia che salva la vita, ma preme l’urgenza del dire, e nel dire mi afferro e mi affermo.

Sono, sia pure nel breve spazio/tempo della stesura.

Credo sia già molto per chi si ritrova in questi versi di Anne Sexton: «Quanto a me,io sono un acquerello. Mi dissolvo».

La mia scrittura è quindi fortemente marcata da questo senso della perdita, pur non rinunciando alla resistenza. Alcuni hanno mosso delle obiezioni sulla mia scrittura, nient’affatto serena, suggerendomi un approccio meno pessimistico, ventilando l’ipotesi di una costruzione strategica stabilita a tavolino.

Qui ho l’occasione di rispondere pubblicamente: nella mia scrittura non esiste “costruzione strategica” se non quella doverosa di una forma accettabile, sono un’istintiva e correggo molto poco. Il demone della variante non fa per me. E non leggete quel che scrivo, non fatelo, vi sono poeti (non ho la presunzione di appartenere a questa categoria) che sono una festa per lo spirito, leggete quei poeti.

Ma se mi volete davvero conoscere, io sono nelle parole che scrivo.


Che senso avrebbe scrivere, e scrivere in versi, mentendo?




da L’ultima neve (Lietocolle, 2007)


A Silvia che parte


Vedi le nuvole bianche?” “Le vedo”.

E tutta lieta entravi in casa “Vieni

mamma, vieni a vedere…”

Alessandro Parrochi


Sera che ti accompagno

sotto la pioggia grigia

alla luce dei fari delle auto

sera che ti vedo partire

e so di perderti ogni giorno un poco

sera che pesa questa vita

di abbandoni e non voglio

essere saggia

e lasciarti andare

sera che voglio cullarti ancora

e colmare il vuoto delle mie braccia

sera che odio

il conducente dell’autobus

che ti sorride nel portarti via,

sera dove si radunano troppe sere.

Sera del primo giorno d’estate,

niente luna, la luce invernale

dei lampioni sull’asfalto bagnato.

Sera che non ti volti.


 


Neve d’aprile


Edere? stelle imperfette? cuori obliqui?

Dove portavano, quali messaggi

accennavano, lievi?

Vittorio Sereni


E poi farla finita con il dolore,

le distanze

Sul tavolo

confusione di conti insoluti, fogli

d’appunti e scadenze

(illogico sentirmi a credito?)

una penna che non scrive, un vaso

senza rose, una crema per le rughe

(riavvolgere la vita addietro,

fermarla in un nido?)

un libro di Hesse

e la frase in copertina:

Io credo che la vita abbia un senso.


Fuori il vento di aprile

scrolla i platani del viale, qui

nessuno viene

solo tu che parli e carezzi il cane

e io che non sento.

Tutto si distanzia. Ascolto il vento.


Dimmi della neve.




a Francesca


Ai giardini, la giovane madre

non guarda l’azzurro, il glicine

arrampicato sul muro, pare non senta

il canto degli uccelli.

Nutre il suo bambino

con una tenerezza assorta, il capo

reclino, l’onda dei capelli

tenda leggera che chiude fuori il buio.

Ignora che la curva della

sua schiena sostiene il mondo.


 


Requiem



Si raccolsero nel soffio le ore

i giorni e tutte le parole e le estati

l’orto mai più seminato, le voci.

Barcollava stordito l’azzurro, tutto

non era più, tutto era già stato

nel nulla degli occhi spalancati,

cancellati i passi in un nugolo di cenere.

Scomparse le cose, i cassetti svuotati,

- non entra in vena la morfina -

nulla più che un allucinato soffrire.

Non avevi più un nome. Il tempo

un infinito sonno, un’eterna neve.

Noi non eravamo più noi, l’ora

si era fermata su una lacrima. Tutto

tornava, per non ricominciare.



Inediti


Sappiamo l’autunno, eppure

scriviamo poesie sulla lamina delle foglie.

Servirebbe un posto dove stare, un piccolo

momento perfetto, una mosca cieca da grandi

con le mani sugli occhi e, tra le dita,

la risata del sole.


Servirebbe non pensare allo scricchiolio

delle cose, al cedimento di ossa e profili.

Vedi, qualcosa passa (ed è già perduto)

senza aver avuto un nome.


Vita che ci regala albe e sogni e oscurità

la ruggine di chiavi che non aprono le porte

e vetri scagliati d’improvviso.


Il ragazzo si è gettato dal terzo piano.


(Un Dio distratto/un’accelerazione di molecole?)


L’hanno portato via a sirene spente

nell’aria chiara di aprile.


Hanno pulito il sangue, tutto

era come prima

solo gli alberi

andavano come pensieri nel vento.


 


***


Gli uccelli si sono chiamati per tutto il giorno,

sono andati sgombrando il cielo

di voli e traiettorie, stretto nel becco

il segreto. Insonne, urto gli spigoli

di tutte le domande.

E un rumore di vetri affila

la lama della luna, precipitano

nell’emorragia di stagioni

le vene degl’inverni. Quel qualcosa di noi,

fiato di bestie macellate

nel mattatoio di una luce

che scoperchia le tombe e

dissemina polvere di fiori,

alza mani dure nella notte

chiede la sfera perfetta nell’esatto silenzio.

Gli stormi sono bruciati nel rogo delle stelle.

Una piuma volteggia

si posa

pesa.



Cose così, nel solo ordine riconosciuto:

saracinesche e siepi, ossa.



***


L’inverno chiede pazienza di terra

addormentata, quando si abbuia

l’ora di mezza sera

le ossa un brivido lungo, un soffio

vertiginoso d’assenza e fuori

oscillando lanterne passano

(quante volte nascoste dalla luce?)

un anfiteatro d’occhi

dove chiarissima arde la notte.



 

***


Non so dirti questa discesa,

solo, la poesia non salva,

un colore, ecco, un graffio

nel bianco, dire sono

sempre dubitando, o banalmente

dire vivo quando scrivo, mentre

la pioggia cancella

un paesaggio che mai sarà casa

e qualcuno saluta nell’andare, in

questa vita che mi dici attesa

essere un’azione, prima del sangue sui fiori,

prima del sempre, prima del mai

e dell’asta conficcata nel cielo

- un intero. Gatti allucinati,

foglie, zampe di insetti, bitume nel capogiro della voce

- una tristezza d’assi sbarrati.

Ride tra le sillabe il bianco.

Vanno i colori

nella luna scolorita dalla luce,

grigio selciato e piscio di cani sui muri,

il gesto stanco che scosta dalla fronte

i capelli, e la notte, la notte, d’improvviso

- accesa.




Liliana Zinetti risiede a Casazza (Bg) dove è nata nel 1954.

Ha pubblicato due raccolte di poesie, Volo di terra (LietoColle, 2004) e L’ultima neve (Lietocolle, 2007), e una plaquette Pulcinoelefante nel 2008.

Sue poesie sono apparse nelle riviste Le Voci della Luna, Poesia, Soglie (ed altre ancora). Suoi testi sono inoltre apparsi in varie antologie. È ideatrice e promotrice del Premio di poesia “Il lago verde”. Gestisce il blog spaziozero54.splinder.com

È infine uscito (in quasi concomitanza con la scrittura di questo articolo) la raccolta Nel solo ordine riconosciuto (L’Arcolaio Editore, 2009).


Fabiano Alborghetti


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