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Niccolò Bulanti. Tra il Che e Cristo... 
Considerazioni ispirate dall'appellativo “Cristo Rosso” attribuito al “Comandante”
26 Aprile 2008
 

Sono passati anni da quando lessi per la prima volta una biografia di Ernesto “Che” Guevara. Sono passati anni da quando vidi, anni dopo quella lettura, un libro, in copertina il comandante Guevara, e il titolo: Cristo Rosso, evidentemente riferito a lui. Altri anni sono passati da quel giorno e la biografia del Che mi è tornata tra le mani e nel cuore.

È cambiato qualcosa in me, evidentemente, nel tempo trascorso nel mezzo di queste tappe. Il primo periodo è stata la semina, semi gettati nel suolo in attesa di acqua. Poi arrivò il primo temporale: disarmante, blasfemo, troppo ingombrante, un azzardo di nuvole che gettano al suolo pioggia acida, ma al tempo stesso curioso, una sottile lama di vetro infilata tra le pieghe della mente proprio per scuoterla, per sorprenderla, per scioccarla, per indurla a riflettere: Cristo Rosso. Lama lasciata lì, tra quelle pieghe del pensiero, da qualche scaltro editore che ha deciso di spararla grossa per vender qualche copia in più, o da qualche appassionato editore, libero da pregiudizi, preconcetti, che si sentì di fare un'affermazione tanto scomoda per il semplice motivo che per lui scomoda non è. Fatto sta che la lama resta lì e si muove nel movimento della mente aprendo nuovi orizzonti per nuovi occhi. Occhi nuovi aperti su orizzonti nuovi, è la fase contemporanea, ma tornando alla seconda, la mia reazione immediata, ricordo, fu quella di prendere il libro in mano, osservarlo, aprirlo, vedo ancora la foto del corpo morto del Che subito dopo l'esecuzione il 09/10/1967 a La Higuera, Bolivia; richiuderlo, rileggere il titolo; poi, chiamai la mia ragazza, che guardava qualche libro più in là in quel negozio, per farle vedere quel titolo e dissi qualcosa come: “Be', un grande il Che ma adesso paragonarlo a Cristo...” sottintendendo l'unicità e l'intoccabilità che allora naturalmente attribuivo al vostro figlio di Dio. (Ma non siamo tutti figli di un dio?! Che poi si chiami Allah, Dio, Denaro o Berlusconi...).

Oggi guardo al ragazzo che ero e che disse quella frase e vedo quanto era stolto. Evidentemente, la prima lettura della vita del Che sono stati proprio semi gettati al suolo, di certo non l'hanno rivoltato a dovere. Vero è anche che devo capire l'atteggiamento che ebbi: insomma fin da quando siamo bambini ci indottrinano dicendoci quanto è grande Gesù Cristo, ci dicono pure che camminava sull'acqua e noi ci crediamo, adulti, e molti sono certo che ancora ci credono. Beati loro. Agli occhi di un bambino Cristo appare una specie di mago, muore poi rinasce, sdoppia il cibo e il resto lo saprete certo meglio di me.

Giunge quindi da sé ovvio che un uomo non può essere paragonato a colui che un uomo non è: ecco perché mi sembrava blasfemo dire del Che il “Cristo Rosso”. Insomma, Ernesto Guevara era poi uno che illusionismo da cabaret non ne ha fatto. Ha cercato però di compiere il miracolo, e questo solo tentativo può esser considerata cosa di inestimabile spessore morale.

Intanto quella lama di vetro nella mia mente faceva giorno per giorno il suo dovere. Cominciai col rivalutare Gesù Cristo, arrivando oggi ad un punto dove non mi va minimamente di credere ai giochi di prestigio di cui sopra, ma quello era già un fattore che mi ha sempre lasciato perplesso e anche incredulo, la differenza sta che ora non ritengo più nemmeno lontanamente peccaminoso nel mio intimo pensare queste cose e anche dirle. Del resto, se Gesù Cristo fosse così magico, perché non decide di nascere di nuovo? Penso che abbiamo più bisogno di lui ora a due passi dall'apocalisse che duemila e otto anni fa. Per me Cristo è stato un grande profeta, ne sono certo e ne leggerò una biografia obbiettiva un giorno (se la trovo), ma non ritengo ci si debba fondare una religione. Facendo questo si pone la prima pietra sulla strada delle differenze imposte: un ipotetico io inizia a dire: “Io sono un buon cristiano, tu no...” e via quello che ne segue e ne ha seguito.

Non ci credo nel senso religioso quindi, ma questa è un'altra storia. Mi va di dare a Cristo il valore di uomo, perché voglio pensare che tale era, del resto le scritture non dicono: “..si è fatto uomo, morì e fu sepolto...”, chiedo scusa non ricordo altro, e quindi cosa c'è di più onesto, bello, e giusto che dare finalmente ad un uomo il valore di uomo? Così, lo comprendo io, così, sono certo che Gesù sia stato un grande uomo, così, penso che si senta compreso: un uomo tra gli uomini, come può qualcuno, che non è tra qualcun altro essergli considerato uguale?! Come può Gesù, nella sua grandezza, mischiarsi ad altri stando su un gradino sopra di loro?! La gente muore e lui la lascerebbe morire, mentre lui è in grado di risorgere?! (Dimenticavo, qualcuno ha colmato questa contraddizione inventando il Paradiso). Egoistico, poco da grande uomo, per questo non ci credo. Credo non l'abbia fatto. Che se li tengano a Hollywood gli effetti speciali!

Ora, ogni credente avrebbe ancora fede nel suo dio, se questo venisse spogliato dalla sua aurea di divinità? Penso di no. Allora, visto che c'è da credere in gente come il Che per il semplice motivo che si crede in Gesù, facciamo diventare Guevara un dio? Abbassiamo Gesù, piuttosto, dal piedistallo di fantasia, che noi abbiamo creato, dal quale lo si può contemplare in maniera distorta, e quanti passi in avanti potremmo fare, finalmente liberi dalle cinghie dell'ottusità.

Ernesto Che Guevara, essendosi sempre gettato nelle condizioni a lui più sfavorevoli (nel comune uso di questa parola), una volta che tracciò il suo destino, aspirava ad una fine alla Gesù Cristo, aspirava al martirio, l'ha cercato sulla strada del riscatto del più debole, l'ha trovato sulla piazza dell'uguaglianza sociale. Ernesto Che Guevara, l'altruista irriducibile, il “Cristo Rosso”, ora non più così scomodo, ora quasi calzante.

Quasi, in quanto è innegabile che il comandante Guevara per cercare la liberazione popolare usava metodi armati, mentre Cristo sotto questo aspetto mi pare più simile a Gandhi. Ma questa attitudine è solo un dettaglio se la si legge nel contesto temporale del Che, i turbolenti anni '60, dove egli è figlio del suo tempo allo stesso modo in cui quel tempo è figlio suo. Per lui era il mezzo per arrivare a plasmare l'uomo nuovo, che sarebbe così stato una tessera per plasmare la società nuova, basata sull'uguaglianza sociale: possiamo negare che questa aspirazione non sia dettata dalla giustizia?!

Quasi, perché ora mi pare addirittura riduttivo, in quanto il Che è un uomo che non necessita di paragoni. Come Cristo, come molti altri profeti di alleanza umana attorno ai quali nessuno ha inventato un culto. Sono chi sono, basta. Per fare un esempio, Maradona è Maradona non è il “Pelè bianco”, anche se entrambi sono calciatori e Pelè lo è stato prima di lui. Si applica lo stesso rapporto mentre sostengo la riduttività, ora, dell'appellativo “Cristo Rosso”, perché allora non potrebbe valere quello fatto all'opposto di Guevara Crocifisso riferito a Gesù?! Del resto entrambi sono vissuti cercando il miglioramento dell'umanità. Solo per questo può starci “Cristo Rosso”, ma ad un'analisi profonda appare appunto limitante nei confronti del comandante Guevara, visto che entrambi sono uomini sullo stesso livello morale, se, appunto si considera, finalmente, Gesù per l'uomo che è stato e non per il mago che è stato inventato. Appellare un uomo con il nome di un altro, nonostante ne condivida molti passi, scalfisce l'unicità del primo e tende ad innalzare alla gloria il secondo. Inoltre il Che è per le masse indistinte, per noi tutti, per l'umanità, ecco perché lo slego dalla croce alla quale è stato inchiodato nel titolo di quel libro, che anni fa addirittura mi pareva come sacrilego. Lo libero da simboli perché egli stesso è un simbolo. Lo stesso varrebbe per Cristo e per ogni altro profeta che l'uomo ha messo a perno di una religione e quindi “oggetto di nicchia” per quella religione stessa, sottraendo così i suoi insegnamenti agli “infedeli” che sono derivati da questo stesso processo che proprio noi ci siamo creati, erigendo i muri della più imponente, forse, tra le differenze imposte.

Il termine “Cristo Rosso” in tre periodi della mia vita mi è sembrato: inadatto perché blasfemo, poi adatto in analisi sommaria per la vita e il sacrificio voluti dal Che, similari a quelli di Gesù e, in ultimo, di nuovo inadatto in quanto riduttivo e fuorviante. Questo lo devo a quei semi, e a quella lama di vetro con cui ho aperto questo testo.

Ernesto Che Guevara, non si stancò mai di seguire la sua aspirazione, come mai si stancò di sentirsi deluso, e di percepire bellezza nella nostra superficiale diversità umana tenendo sempre ben presente il concetto che, di base, tutti siamo uguali. Il paradosso pare proprio questo, un uomo che vuole abbattere le differenze ma che ne resta inebriato. Sono certo due tipi di differenza che percepiva: quelle innate e quelle imposte. Il Che è inebriato dalle differenze innate come il colore della pelle, ma anche dai diversi paesaggi se parliamo di ambiente, è infatti stato un entusiasta viaggiatore, è attratto da queste differenze che comunque riconosce di superficie riducendo al comune denominatore di esseri umani tutti noi donne e uomini, e di un'unica casa il nostro mondo. Ma detestava le differenze imposte, ovvero quelle introdotte dall'uomo sull'uomo, quelle che fanno dei ricchi i ricchi e dei poveri i poveri. Quelle che fanno il paradiso delle elite e l'inferno delle masse. Detestava l'ordine politico globale, che promuove queste differenze imposte, basato sulla legge del valore, che snatura l'uomo a robot. Contro questo ha vissuto ha combattuto ed ha lasciato il suo corpo. Profeta di alleanza umana. Non vi erano differenze per lui, dottore laureato argentino, nelle foreste di Cuba, come non ve ne erano per lui, non musulmano e argentino, ad Algeri. Non vi erano differenze per lui, ministro dell'economia a Cuba, nei campi di lavoro volontario cubani, quando dà esempio tagliando più canna da zucchero degli altri, come non ve ne erano per lui, bianco, in Congo dove, nell'attesa di combattere, faceva piccoli interventi medici sulla popolazione. Non vi erano differenze per lui, politico-non politico (i politici pianificano con il cervello, i non politici agiscono col cuore), nella terra boliviana. Non vi erano differenze per lui, padre di una numerosa famiglia, nello sbrigare le faccende della Rivoluzione all'inseguimento del suo sogno. Per il comandante Che Guevara non vi erano differenze alcune tra le fila del popolo indigente nel mondo, non vedeva confini, non vi erano neri e bianchi e rossi e gialli, vi erano oppressi ed oppressori. Non c'era limite alla sua visione generosa. Questa sua essenza è innegabilmente grandezza. Profeta di alleanza umana.

Non abusava della sua posizione per prendere quello che proprio la sua posizione poteva offrirgli (metodo in gran voga oggi), anzi non ha mai preso come pretesto nemmeno la sua condizione di asmatico per trincerarsi dietro una scrivania e mandare gli altri allo sbaraglio. Sarebbe stata una scusa comoda e agli occhi di tutti. No, il comandante Guevara era il primo a partire e l'ultimo ad andarsene. E non riuscì mai a restare inerte. Anche nella gola dello Yuro, dove fu catturato l'8 ottobre '67, fu l'ultimo a chiudere il suo gruppo in fuga nonostante fosse appena stato ferito ad una gamba e gli fu proposto dai suoi soldati di essere nell'avanguardia per scappare. Ci sono un paio di situazioni che meritano esser ricordate. La prima in Congo, dove ai guerriglieri cubani, in Africa per combattere con i congolesi alla conquista della loro libertà, dopo qualche tempo si logorarono gli scarponi, i suoi compresi, e alla domanda di un suo tenente di richiederne di nuovi il Che disse: “Guardati intorno, ti pare che gli Africani indossino scarponi?”; sempre in Congo, dopo due mesi di dissenteria e crisi asmatiche, i suoi, preoccupati, si adoperarono per fornirgli medicinali ma Ernesto Guevara li rifiutò categoricamente dicendo che lì attorno la gente moriva (e muore) per dissenteria curabile con semplici sali minerali, lui non era migliore degli altri, perché doveva averli lui quei sali?! Per questo il Che non morì in Bolivia e non morì per il semplice morire. Lui scelse di morire nella sua aspirazione al sacrificio che già si infondeva in lui ancora adolescente. Finì il suo corpo per noi tutti e in tutte le parti del mondo: così comprendendolo si può affermare che il Che vive, come dice un motto. Profeta di alleanza umana.

Non ho parlato di un santo sul calendario: queste righe, che semplicemente sono storia, lo potrebbero far credere. No, ho scritto solo di un uomo, Ernesto Guevara, “il Che”, che molti considerano un sognatore nel migliore dei casi, e un perdente in altri casi: considerando che il comandante ha vissuto anche per queste persone, credo che ora si consideri lui stesso un perdente, se davvero disse al momento della cattura ai suoi aguzzini: “Sono Che Guevara, e ho fallito”. Riconoscere un ringraziamento a quest'uomo, per il merito di aver accarezzato un sogno e disperatamente provato a farne la nostra realtà, è il minimo che possiamo fare. Nell'attesa che qualcuno ci scriva una storia mitologica, dalla quale far sbocciare un culto che abbracci miliardi di persone, dicendo che era alto tre metri e sapeva volare, proviamo ad insegnarlo nelle scuole per davvero chi è stato e cosa rappresenta. Certo, insieme a Cristo, quello vero, a Maometto pure e a Confucio anche, insieme a tutti gli altri profeti di alleanza umana che hanno parlato per chi voce non ha, persone, che oggi questo sistema tanto ama lasciare chiuse nell'armadio della roba vecchia.

Quella lama di vetro ha davvero aperto nuovi orizzonti per nuovi occhi per me. Spero di esser riuscito a lasciarla tra queste righe, così che tu possa, volente, usarla e poi passarla ad altri. Grazie a te per avermi letto, al Che e a Cristo per le riflessioni che mi hanno donato, e ai tanti come loro a cui, per motivi di spazio, non ho dato nome in queste pagine.

 

Niccolò Bulanti

(da 'l Gazetin, aprile 2008)


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