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Ivana Cenci. Russell Wilkinson: Tra isolamento intellettuale e nuova percezione dell'opera di Camus 
Intervista a Catherine Camus e Robert Gallimard
08 Marzo 2011
 

L'importanza de Il primo uomo nell’ambito di una valutazione di Albert Camus come scrittore e filosofo politico nel tempo attuale

 

 

PRESENTAZIONE

 

Il 29 luglio del 2000, presso la Cité du Livre di Aix-en-Provence ha avuto luogo la cerimonia ufficiale del passaggio del Fond Camus alla Biblioteca di quella città che, per l’occasione, aveva allestito una vasta esposizione di volumi, foto, registrazioni, video, manoscritti etc., creando un evento adeguato alla portata dell’autore, e uno spazio per accogliere e conservare tutto quel materiale. Trovandomi in quella città per ragioni di studio ed essendo già sua appassionata lettrice ed estimatrice, non ho voluto perdere una così insperata occasione per dare spazio alla mia viva curiosità sull’autore e sull’uomo Camus, trovando ampia conferma dell’intima e perfetta connessione che avevo intuito, fra l’artista e la sua opera. Quello che non sapevo e che mai avrei potuto immaginare, e che in quell’occasione apparve fin troppo evidente, fu la discrepanza fra il consenso e l’amorevole sostegno che lo avevano aiutato a crescere in Algeria, pur nella più assoluta povertà, e l’isolamento, i ripetuti vili attacchi che dovette subire in Francia, dai compagni di lotta e di partito, proprio mentre e dove stava dando il meglio di sé.

Volendo dire qualcosa che illustri e faccia intendere la portata, l’autorevolezza, l’umanità e il grande senso di responsabilità che hanno mosso quest’uomo, unitamente all’impensabile solitudine in cui, per il suo straordinario acume, l’anticipo sui tempi e l’irrinunciabile rigore si è trovato a vivere, mi è parso naturale e pertinente riportare questa testimonianza della figlia che, a mio avviso, dice assai più di quanto qualsiasi storico o studioso potrebbe mai dire. Di più, poi che in quell’occasione ebbi modo di incontrarla, e volendo testimoniarle quello che ritenevo un debito omaggio e riconoscimento per il gesto che stava compiendo, fui enormemente sorpresa nel trovare in lei, unitamente a tanta devozione e alla totale dedizione all’opera del padre (non per scelta, come mi disse, ma per obbligo di eredità), la stessa semplicità, l’essenzialità, lo stesso senso di responsabilità, di rigore e rispetto per l’umanità, che avevo trovato e trovo nell’opera del padre. Qualità rare, cui può far bene attingere, di tanto in tanto. (Ivana Cenci)

 

 

Russell Wilkinson: Nella sua nota dell’editore per Il primo uomo, lei sembra indicare che ci troviamo oggi in un'epoca più ricettiva rispetto al lavoro di Camus. Pensa che Camus sia stato trascurato negli ultimi anni?

 

Catherine Camus: Non è mai stato abbandonato dai suoi lettori. Camus è enormemente letto. È l'autore che vende di più in tutta la collezione Gallimard ed è stato così per tanti anni. Le vendite non sono mai calate, quindi parlare di riscoperta suggerirebbe l’idea che non sia più stato letto, e questo non è vero. Si tratta solo del fatto che, nel mentre stavamo pubblicando Il primo uomo, mi dicevo: “Sarà orribile”, ma orribile sul piano della critica. Non avevo paura del suo pubblico. Avevo paura di ciò che sarebbe stato scritto sui giornali. Ci sono comunque dei segnali che dicono che gli intellettuali tornano di nuovo a Camus, oggi. La storia ha dato loro ragione, con la caduta del comunismo. In realtà, è stato sempre a causa del problema comunista che ci fu opposizione contro Camus. È stato sempre e soprattutto qualcosa di politico, una sorta di malinteso. Camus aveva denunciato i gulag e i processi di Stalin. Oggi possiamo dire che aveva ragione. Ma all’epoca, dire che c’erano campi di concentramento in Unione Sovietica era blasfemo, davvero molto grave. Oggi, quando pensiamo all'URSS, teniamo conto dei campi, ma prima non era permesso, molto semplicemente. Nessuno aveva il diritto di dirlo o di pensarlo, se era di sinistra. Camus ha sempre insistito sul fatto che i criteri storici e l’argomentazione storica non erano le uniche cose da tenere in considerazione, che non erano onniscienti, e che la storia poteva sempre sbagliarsi in rapporto all'uomo. È così che cominciamo a pensare oggi.

 

RW: Lei pensa quindi che all'opera di Camus si stia rendendo giustizia, dopo questo periodo di isolamento intellettuale?

 

Robert Gallimard: Tutto dipende dal momento storico. Subito dopo la guerra, con la liberazione nel 1945, Camus era molto conosciuto e molto amato da Sartre e da tutti gli intellettuali di quella generazione. C'è un'intervista rilasciata da Sartre negli Stati Uniti dove gli si chiede qual è il futuro della letteratura francese, e lui risponde che il prossimo grande autore per il futuro è Camus. E poi il tempo passa, e un’argomentazione molto più politica che letteraria prevale, e dal giorno in cui Camus ha scritto L’Uomo in Rivolta, nel 1955, c’è la rottura, e tutti o quasi tutti gli intellettuali di sinistra gli diventano ostili. E poiché era già malvisto dalla destra, rimase completamente solo. E poi, durante gli anni '80, quelli che chiameremmo i giovani filosofi di Francia, come Bernard e Gluxman hanno fatto notare che Camus aveva detto cose che nessuno voleva sentire nell'arena politica. Hanno detto che era Camus che era nel giusto, e non quelli che sono caduti sotto l'influenza di Sartre, la qual cosa comportava una resa incondizionata al comunismo come abbiamo visto in Unione Sovietica. E da quel momento in poi, le opinioni su Camus hanno continuato a modificarsi, fino ad ora. Gli intellettuali della sua età che non lo avevano amato prima, ora lo apprezzano. Ritorniamo quindi alla letteratura, e constatiamo che è sempre stato un grande autore.

 

RW: Il che ci porta specificamente alla pubblicazione de Il primo uomo. Come pensa che questo libro possa cambiare la nostra percezione del lavoro di Camus?

 

CC: Bisogna sottolineare che egli ha scritto soltanto un terzo di quello che avrebbe voluto scrivere. Il primo uomo è il suo ultimo lavoro, postumo. Ma in realtà, in un certo senso, è il suo primo, perché vi si trovano le linee del suo impegno e anche del suo modo di scrivere nel suo complesso. Quella combinazione di austerità e di sensibilità, la volontà di parlare per coloro che non possono farlo da sé.

 

RW: Ci sono delle volte in cui, nelle sue lettere a Louis Germain [il docente di filosofia di Camus in Algeria, pubblicate in appendice] sembra insoddisfatto del suo lavoro su Il primo uomo. Dopo aver ricevuto il premio Nobel, si sentiva sotto pressione per produrre la sua opera definitiva?

 

CC: Non scriveva sotto l'influenza del Premio Nobel. Era una cosa superficiale per l'artista che era in lui. Il Premio Nobel viene da fuori, è una sorta di riconoscimento sociale. E penso che un vero artista sia spinto da esigenze interne. Non possiamo parlare del libro che voleva scrivere perché abbiamo soltanto l'inizio. Non ne aveva scritto un gran che, ma aveva bisogno di scriverlo. Mi sembra che quando si guarda allo stile de Il primo uomo, assomigli molto di più a quello ch’egli era come uomo. Gli assomiglia enormemente.

 

RW: Arriveremo a farci un'idea più chiara delle sue idee filosofiche con la lettura di quest’opera?

 

CC: Forse no, perché è ad uno stadio piuttosto grezzo. Ma in questo modo, in queste condizioni, si vede di più, senza alcun artificio dell’arte, senza cancellature. Esso è forse, nello stesso tempo, più vero. Penso che volesse scrivere qualcosa per spiegare chi era e in quale modo si distingueva dall’epoca che gli era stata assegnata. È stato spesso visto come un moralista severo, ma è sul campo da calcio e a teatro che ha imparato la sua “moralità”. È qualcosa di sensuale, non passa solo attraverso il pensiero. Non è possibile. Egli ha iniziato a pensare con la sensazione. Non avrebbe mai potuto pensare con oggetti o modelli culturali, perché non ce n’erano. Quindi è vero che la sua moralità era estremamente vissuta, fatta di cose molto concrete. Questo non passa mai attraverso astrazioni. È la sua esperienza, il suo modo di parlare. Ci sono coloro che sono attratti dalle sue idee di assurdità e altri che sono attratti dal lato solare del suo lavoro sull’Algeria, il caldo, ecc.

 

RW: Dato che Il primo uomo parla della nascita di Camus e della sua infanzia in Algeria, sembra strano che i suoi rapporti profondi e personali con la crisi nazionalista algerina vengano ignorati nel ritratto tradizionale di lui come scrittore francese. Pensa che Il primo uomo possa farci rivalutare l'importanza dell’Algeria nelle nostre considerazioni su Camus?

 

CC: Spero di sì. Camus è nato in Algeria, di nazionalità francese ed era assimilato nella comunità francese, anche se i coloni francesi l’avevano assolutamente respinto a causa della sua povertà. Politicamente, è stato a favore di una federazione e, infatti, considerava che, come in Sud Africa oggi (o come tentano di fare), ci dovesse essere una popolazione mista con pari diritti, gli stessi diritti per gli arabi e i francesi, e poi anche per tutti gli altri popoli che vivevano lì.

 

RW: Pensa che egli si considerasse come il primo membro di una razza di sradicati, a motivo della assenza del padre e della dualità culturale della sua formazione?

 

CC: No, non a livello politico. Egli è Il primo uomo perché è povero, il che non è mai stato così rilevante per gli esseri umani. Conosceva bene l'Algeria. E stato esiliato dal suo paese, ma ha sempre vissuto nella sua lingua. Solitario e solidale. Non è come per coloro che sono in esilio in un paese in cui la lingua non è la loro. Aveva poca speranza che potesse funzionare, ma voleva che funzionasse. L’Algeria aveva prodotto tanta violenza, e quando una tale violenza si verifica non c'è più spazio per la riflessione. E non vi è alcuna posizione di mediazione. Se guardiamo oggi la situazione in Bosnia, i Croati, i Bosniaci e i Serbi hanno creato così tanto orrore che ci si chiede come queste persone possano vivere insieme dopo tutto quello che hanno fatto. La violenza ha già raggiunto un punto tale che tutti vivono nell’odio, non vi è alcuna possibilità di riflessione, né di conciliare le rispettive posizioni.

Non c'è nessuno che può dire “Questa gente ha torto su questo, e ragione su quello”. Questo potrebbe dare la possibilità a delle popolazioni, o anche a due esseri umani, di vivere insieme. Possiamo risolvere i problemi soltanto con l'accettazione e l'arricchimento attraverso le nostre differenze.

 

RW: Allora, Camus ha cercato di vivere il paradosso di essere allo stesso tempo “solitario e solidale”?
 

CC: Credo che Camus si sentisse molto solo. Si può vedere questo in tutti i suoi libri. Lo straniero non è Camus, ma ne Lo straniero vi sono elementi di Camus. C'è questa sensazione di esilio. E non è né da Parigi né da altra parte che egli è in esilio, ma dal mondo intellettuale, a causa delle sue origini. E questo è un esilio completo. Proprio a causa del suo modo di sentire prima di pensare. Si trova in un contesto dal quale vorrebbe spesso sfuggire. In ogni caso, dobbiamo imparare che cos’è il sangue. Tutto questo deve essere razionalizzato. Su questo punto egli si sente esiliato, solo...

 

RG: E tuttavia, qualcosa che è evidente è che Camus non avrebbe mai potuto essere un uomo neutrale. Era impegnato veramente e fisicamente nella Resistenza. In quel caso si è impegnato nella lotta contro il nazismo. E ha sempre avuto un profondo impegno, una vera resistenza contro tutti i totalitarismi. Spesso dimentichiamo che Camus era molto feroce contro il regime di Franco, e fino alla fine. Ha rifiutato di andare in Spagna, ha lasciato l'UNESCO perché l’UNESCO aveva accettato la Spagna di Franco e gli aveva permesso un discorso. Camus è stato assolutamente intransigente, questo non è affatto una neutralità... È la lotta, un uomo che si è impegnato. Certo, non era esistenzialista, ma era impegnato, un combattente. Non per niente dirigeva il giornale della Resistenza intitolato Combat.

 

RW: E come possiamo spiegare la differenza tra il suo impegno e quello degli esistenzialisti?

 

CC & RG insieme: Non è stato un esistenzialista!

RG: Ha sempre rifiutato di esserlo.

 

RW: Un altro esempio di essere solo e solidale, essere un amico di Sartre, ma mantenendo la sua distanza dal credo esistenzialista?

 

CC: Sì. Oggi cominciamo a vedere come vanno queste cose. Ma di solito è solo quando le cose ti colpiscono in pieno che cominci a capirle. Ognuno ha molte speranze per un’umanità migliore e molti, tra cui Sartre, si sono indirizzati verso il comunismo nella sua fase iniziale. La generosità aveva un posto nella speranza degli uomini. Ma Camus aveva notato che abbiamo molto da attraversare. Bisogna che tutto sia accettato prima di essere migliorato. Quando hanno chiesto a Sartre se voleva vivere sotto un regime comunista oppure no, ha detto, “No -. per gli altri è buono, ma non per me, no”. L'ha detto! Quindi è difficile dire fino a che punto il suo atteggiamento sia intellettuale. Come si può pensare che mai nella propria vita si vorrebbe vivere sotto un regime comunista e, allo stesso tempo, dire che è un bene per tutti? Una cosa alquanto difficile, ma Sartre vi è arrivato. Camus no, ed è con questo che dobbiamo confrontarci oggi, voglio dire con ciò che è l’ideologia pura, che non tiene conto del contesto umano. In materia di economia, è la stessa cosa. L'economia voleva basarsi sulla teoria senza considerare i criteri umani, o il parametro “uomo”. Si finisce per sbattere la testa contro il muro, non può funzionare. Non se ignoriamo l'uomo. Questo è il motivo per cui Camus è più moderno adesso, perché dice sempre “sì, ma c’è l’uomo”. È la prima cosa, “perché io sono l’uomo”. Ed è questo, la solidarietà.

 

RW: Il primo uomo è quindi il suo “ponte” fra l'esperienza e la filosofia?

 

CC: Quello che propongono gli articoli che sono già stati scritti su Il primo uomo è l'umiltà. L'accettazione di queste contraddizioni. Cercare una spiegazione è la morte. La menzogna è la morte per Camus. È per questo motivo che nel dramma Il malinteso, il figlio muore, ucciso dalla sorella e dalla madre, perché aveva mentito. Non ha mai detto loro chi era. Esse lo uccidono perché non lo riconoscono. Ma Camus dice anche che niente è vero, di ciò che impone l’esclusione. Quindi dobbiamo accettare delle contraddizioni, se non vogliamo respingere alcune cose riguardo alla vita, alcune evidenze. Se creiamo un sistema, e poi diciamo: “Qui c’è la verità, qui, in questo genere di percorso”, si abbandoneranno tutti gli altri percorsi, e si ucciderà la vita. Questo dipende dal singolo individuo. Non era esattamente il sistema, che Camus aveva attaccato. Egli diceva: “Se funziona, tanto meglio”. Il suo scopo era quello di aiutare le persone a vivere. Questa è la cosa importante. Penso che la cosa più importante per un artista sia di provare tutti i canali possibili.

 

RW Essendo dedicato a sua madre, pensa che Il primo uomo dia un’immagine più chiara delle sue idee sulla femminilità?

 

CC: È vero che le donne appaiono pochissimo negli altri suoi lavori. Hanno un posto molto marginale. Ma la femminilità, sì, in effetti è più presente ne Il primo uomo, non soltanto relativamente alle donne ma stilisticamente, nella sua interezza, nelle annotazioni che ha scritto. Vi si può vedere una vera storia d'amore, una storia d'amore d'infanzia, la prima di Camus. Meursault [il protagonista de Lo straniero] e Maria non hanno realmente mai vissuto un gran che. C’è Dora ne I giusti e poche altre nelle sue opere di teatro, ma non sono molto conosciute. Penso che per Camus sua madre fosse più di una madre. È l'amore, l'amore assoluto. È per questo che Il primo uomo è scritto per lei, dedicato, “A te che non potrai mai leggere questo libro”. E l'amore è molto importante ne Il primo uomo, perché egli ama quelle cose che non ha mai scelto, ama le sue esperienze infantili in un modo molto reale. La loro povertà voleva dire che non c'era nient’altro a cui pensare se non cosa mangiare, come vestirsi. Non c’è davvero spazio per altro, nella sua famiglia. È difficile per gli altri mettersi al suo posto. Non vi è esistenza immaginaria nelle loro vite. Gli intellettuali francesi sono per la maggior parte dei piccoli borghesi, ma è difficile dire se questo conferisca più valore all’opera di Camus. Direi piuttosto che egli è diverso. Necessariamente. Le sue posizioni si fanno sentire. Così, naturalmente, gli intellettuali che non hanno avuto questa esperienza, hanno difficoltà a comprenderla. Ma penso che questo lo abbia reso più tollerante, perché aveva già visto entrambi i lati delle cose, mentre gli altri ne avevano visto uno solo. Essi immaginano la povertà, ma non la conoscono. Hanno anche una sorta di cattiva coscienza nei confronti della classe operaia. È la prospettiva che essi non avrebbero mai potuto adottare, non come Sartre avrebbe voluto, perché non la conoscevano. Non hanno mai saputo come rivolgersi a loro. Non capiscono cosa vuol dire, e questo conferisce loro una cattiva coscienza. Camus era più vicino ai poveri.

 

RW: Questa vicinanza viene forse dalla sua umiltà, come possiamo vedere nelle lettere al signor Germain, il suo vecchio insegnante, pubblicate alla fine de Il primo uomo?

 

CC: È per il fatto che il suo insegnante, ne Il primo uomo ha un posto fondamentale. Camus ce lo mostra esattamente come era. Il primo uomo è completamente autobiografico. La madre che descrive è la donna che ho conosciuto, ed era esattamente come lui la descrive. E quell’insegnante è realmente esistito. Ma questo mostra anche che gli uomini attribuiscono molta importanza alla celebrità, e Camus ha scritto il suo discorso di accettazione del premio Nobel come ringraziamento per il suo insegnante. Il riconoscimento, l'apprezzamento esistono. Lo ha fatto per mostrare che quello era il risultato di tutto ciò che il suo maestro aveva fatto per lui. E, più ancora, che ci sono dei Signor Germain ovunque nel mondo. Questo è il motivo per cui ho pubblicato le lettere, per assegnargli un posto nell’opera... Ma non potrei mai pensare o agire per conto di quello che mio padre avrebbe detto o fatto. Era un artista, egli si considerava un artista, e per questo si è preso la responsabilità di parlare per coloro che non hanno né i mezzi né l'opportunità per farlo.

 

Traduzione di Ivana Cenci - 8 marzo 2011


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