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Vetrina/ Gianluca Moro. I risuonatori
10 Febbraio 2016
   

I risuonatori
___________

Certe volte non è vero
che una strada o l’altra è lo stesso,
e se avessi preso l’altra
non avrei incontrato
– gettandomi per quella via

[un po’ dimessa

e tortuosa che sfociava
in un teatro quasi nascosto –
i risuonatori.
Mi presento con un sorriso, e mi portano
per i piedi a visitare le sale prove e poi
il proscenio fino a immergerci nel golfo mistico
con i pesci d’allenamento per il training psicofisico:
tinche turchesi, carpe
del giorno, salmoni svedesi.
C’è il risuonatore dolce, che ti prende per mano
e ti mostra dov’è il bagno,
e quello più aggressivo che risponde alle domande
come a un affronto personale;
l’agitato sulle costole e quello che batte sul diaframma,
che è il risuonatore più innamorato di tutti
e non fa che guardare
il risuonatore delle luci e dei suoni laggiù
nel buio in disparte,
non parla mai e a fondo sala
dà fondo ai suoni e alle luci
quando lo spettacolo s’insinua tra le ascelle e prende inizio
e quando finisce non c’è più traccia e scompare,
ma tu, in tutto questo,
hai trovato il tuo risuonatore?
La voce ti è rimasta strozzata in gola
o riuscirai a dichiarare
il tuo amore
ad espanderlo
dai fianchi
nella cassa toracica fino alle dita dei piedi?
– cosa?
non ho sentito, dillo più forte –
Quando sono uscito dal teatro dei risuonatori
mi sono trovato
nella tasca due biglietti per la sera
(ma che spettacolo è, la sera?)
e un bambino con un naso da clown che mi tirava
per il retro dei pantaloni,
perché la giacca era troppo in alto:
“Sono il tuo risuonatore”. Siamo andati
allo spettacolo della sera e ci è piaciuto
tanto, soprattutto
la parte in cui siamo saliti sul palco
e sapevamo le battute a memoria,
eravamo una famiglia
di fato e di bellezza,
rischiavamo e ci amavamo da professionisti

 

Gianluca Moro

(dal blog giantropomorfo, 4 febbraio 2016)

 

 

Piccola nota di patrizia garofalo

 

Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

Montale

 

I ri-suonatori non scelgono vie di facile accesso e, pur nello smarrimento, ripartono e s’accordano nuovamente “per simpatia”. Può accadere di volerli incontrare e soprattutto può capitare di riconoscerli e seguirli. Una viuzza immette in un microcosmo prezioso e forse il “teatro” connota il suo significato etimologico di guardare per vedere dentro le cose. Il cosmo si muove all’unisono con il poeta al quale come capocomico, spetta di scovare gli angoli di dissonanza e l’accordo degli strumenti. E proprio da quello spazio Gianluca Moro suggerisce un mondo apparentemente scomposto, affollato d’immagini, fluttuante e liquido e ri-suonante come una campana tibetana innamorata quanto più vicina al cuore. È un bambino a definire la vita nella leggerezza della sera, «...soprattutto/ la parte in cui siamo saliti sul palco/ (…)/ eravamo una famiglia/ di fato e di bellezza,/ rischiavamo e ci amavamo da professionisti».


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