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Bicentenario Wagner e Verdi: campanilismi nazionali o speranza di un’Europa unita? 
di Claudia Osmetti
22 Maggio 2013
 

Il 17 novembre 1839 il teatro alla Scala, che allora era già considerato uno (se non il primo) grande tempio dell'Opera con la “o” maiuscola, aprì il sipario su una produzione completamente nuova la cui musica era stata scritta da un compositore praticamente sconosciuto al grande pubblico italiano. Veniva da Busseto, in provincia di Parma, e viveva a Milano da pochi anni. Nell'ambiente però lo conoscevano tutti, il ragazzo aveva talento, poteva diventare qualcuno. L'opera che andò in scena quell’anno fu Oberto, Conte di San Bonifacio e a dar voce ai primi personaggi del castello di Ezzelino furono il tenore Lorenzo Salvi, il basso Ignazio Marini e i soprani Mary Shaw e Antonietta Ranieri-Marini, non proprio un cast da turno-B, come si direbbe oggi.

Solo tre anni prima, in Germania, e precisamente a Magdeburgo, andava in scena la nuova opera di un altro compositore praticamente sconosciuto al grande pubblico tedesco. Veniva da Lipsia, in Sassonia, e non viveva a Magdeburgo, anche perché Magdeburgo non era proprio Milano, specialmente in termini belcantistici. Il ragazzo era determinato, e sapeva che sarebbe diventato qualcuno. L'opera sulla quale si aprì quel sipario fu Das Liebesverbot ode die Novizie von Palermo, cioè Il divieto di amare ovvero la Novizia di Palermo e, oltre alla musica, quel ragazzo ne scrisse anche il libretto, basato sulla commedia di William Shakespeare Misura per Misura, non proprio bazzecole. Il cast non era stellare, come ci si può aspettare da un piccolo teatro di provincia.

I due ragazzi di questa storia sono, ovviamente, Giuseppe Verdi e Richard Wagner. Entrambi nati esattamente duecento anni fa, entrambi compositori destinati a cambiare profondamente la storia del teatro lirico mondiale e i cui destini si sono intrecciati, influenzati, scontrati da allora fino ad oggi, anzi forse oggi più di allora. Un microcosmo per dire Italia e Germania al confronto, insomma.

Verdi e Wagner rappresentano una delle grandi dicotomie che negli anni sono diventate il punto di forza di un teatro come la Scala, abituato a far parlare (spesso a torto) più di sé che della musica. E se il teatro riflette la società a cui si rivolge, il nostro Paese è abituato a far parlare (spesso a torto) più di sé che della politica.

Qui si incentra la polemica sui festeggiamenti scaligeri per il bicentenario congiunto dei due compositori. Non sarebbe stato meglio inaugurare quest’ultima stagione del teatro meneghino con un’opera di Verdi piuttosto che con il Lohengrin di Wagner? Premesso che Verdi avrebbe probabilmente storto il naso difronte ai festeggiamenti del bicentenario, un po' come fece per il cinquantenario dell'Oberto e premesso che a conti fatti il Lohengrin con Kaufmann e Barenboim e Guth è stata (a mio avviso) una delle più belle aperture di stagione degli ultimi dieci anni, questa polemica è tutto sommato sterile e poco produttiva. Orgogliosa come il campanilismo, insensata come il provincialismo.

«Verdi è la Scala, Verdi è tutti noi», ha dichiarato Muti quando si è fatto portavoce del sentimento nazionalpopolare deluso dalle scelte del sovrintendente scaligero Lissner. Ma bisogna ricordare che il Lohengrin è, tra le opere di Wagner, quella più “italiana” e che in Germania la Deutsche Oper di Berlino ha in programma più Verdi di quello che potremmo immaginare. E sempre la Scala, che comunque in cartellone mantiene molti titoli verdiani, alcuni non di repertorio, a dicembre metterà in scena Traviata, probabilmente la più famosa tra le opere del Cigno di Busseto.

Ma oltre all’orgoglio nazionale (che di per sé è lecito, intendiamoci), proviamo a guardarla da Bruxelles, questa bagarre di loggione. La musica riesce laddove la politica (spesso fallisce): travalica le frontiere di un’Europa che di frontiere non vorrebbe più sentir parlare e lo fa quotidianamente. Anzitutto perché il linguaggio del pentagramma è per sua natura universale, parla a tutti, italiani e tedeschi, e non solo di spread. E poi perché ci ricorda che una cultura comune, tutto sommato, c’è. Ci ricorda che, forse, Spinelli aveva ragione quando si batteva per dire che un’Europa unita non lo è solo a livello economico, ma anche culturale e sociale. Ci ricorda che l’Europa unita non è quel guazzabuglio di staterelli che oggi non son capaci di mettersi d’accordo su nulla (a parte la lunghezza delle banane, s’intende), ma qualcosa di più radicato, qualcosa che forse ha ancora un futuro.

Non a caso, alla stessa polemica che ha suscitato, Muti si è risposto da solo quando ha affermato: «Le diatribe sono stupide. Dobbiamo pensare che nel mondo dell’Opera ci sono due giganti. Noi italiani abbiamo avuto la fortuna di averne uno». E per noi europei la fortuna è stata doppia, li abbiamo avuti entrambi.

 

(da Radicalweb.org, 22 maggio 2013)


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