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Salimata Badji-Knight / Maria G. Di Rienzo. Contro le mutilazioni genitali femminili
(UNICEF, foto G. Pirozzi/Niger)
(UNICEF, foto G. Pirozzi/Niger) 
07 Gennaio 2009
 

[Salimata Badji-Knight, trentasettenne, è cresciuta in una comunità musulmana senegalese, dove è stata mutilata all'età di cinque anni]

 

Sì, avevo cinque anni quando le donne del villaggio mi dissero che saremmo andate nella foresta. Con me c'era un intero gruppo di ragazzine, dalla mia età sino ai 16 anni: eravamo tutte felicissime, perché ci avevano detto che era un picnic. Ma non lo era. Più del dolore e del pianto ricordo lo shock dell'aver compreso che ci avevano ingannate. Sapevo che avrebbero tagliato via qualcosa da me, ma non sapevo cosa. Durante il percorso le donne erano molto gentili, ci regalavano dolci e così via: era il loro modo di chiedere perdono, ma era anche il loro modo di vendicarsi, il ripetere su di noi un crimine che loro avevano subito.

Solo più tardi, nell'adolescenza, compresi davvero cos'era accaduto.

Eravamo state mutilate in modo che rimanessimo “pulite” e non avessimo ragazzi. I miei genitori credevano in questo modo di prepararmi al matrimonio, di aver agito per il mio bene, ed io volevo accettarlo perché mi dicevano che le donne mutilate erano maggiormente rispettate. All'età di nove anni, quando ci trasferimmo a Parigi, fu una grande sorpresa per me scoprire che non accadeva a tutte le donne. E poi fui costretta a vedere bimbe di origine senegalese a cui veniva detto che sarebbero andate in vacanza in Africa, ma in effetti vi venivano portate per essere mutilate. Mia madre, a Parigi, fece mutilare segretamente tre delle mie sorelle.

Ero infuriata per tutto questo e in me crebbe la determinazione di porre fine a questa pratica brutale. Ho cominciato a parlarne con chiunque volesse ascoltarmi: i servizi sociali, i medici, la polizia, gli altri africani che vivevano a Parigi. Per lungo tempo ho provato rancore per le donne che mi avevano fatto del male, per gli uomini che lo avevano voluto e approvato, per mia madre che lo aveva permesso, per mio padre che non aveva mai fatto nulla per fermarlo.

Cominciavo a pensare al suicidio. La mutilazione ti porta via identità e dignità. Solo quando ho smesso di pensare a me stessa come ad una vittima ho smesso di credermi priva di valore. Dalla rabbia è uscita la compassione, e ho capito che la colpa non era di quelle donne o di mia madre, ho capito che erano semplicemente accecate dal dover seguire una “tradizione”.

Se avessi continuato a vivere di rabbia e rancore sarei di certo morta. Ma la mia rabbia ha avuto anche risultati positivi, perché mi ha spinta a lottare per mettere fine alle mutilazioni. Adesso lavoro in una campagna sul campo che si chiama “Forward” e parlo nelle scuole, in Francia e in Gran Bretagna.

Quando ho incontrato l'uomo che sarebbe poi divenuto mio marito, ho dovuto dirgli di non aspettarsi che io potessi rispondergli sessualmente. «E se dico no, è no», ho aggiunto con fermezza. Mio marito è un uomo che ha un grande rispetto per me, ed è molto paziente. Oggi, le mie tre sorelle che ho citato prima lavorano con me per fermare le mutilazioni. Persino mia madre adesso ne parla come di una violazione dei diritti umani. E prima che morisse, sei anni fa, sono riuscita a parlarne bene con mio padre. Ho aperto il mio cuore per lui, gli ho spiegato cosa le mutilazioni sono davvero, come ti rovinano fisicamente e mentalmente. Mio padre è scoppiato in lacrime, e mi ha detto che nessuna donna gli aveva mai parlato della propria sofferenza. Poi mi ha chiesto scusa, mi ha pregato di perdonarlo. Il giorno dopo ha chiamato i nostri parenti in Senegal, e il risultato è stato che un “picnic” come quello a cui ho partecipato io a cinque anni è stato cancellato, e cinquanta bambine sono state salvate.

 

Salimata Badji-Knight

(traduzione di Maria G. Di Rienzo)

 

 

 

Le bambine cercano di salvarsi anche da sole. Nello scorso dicembre, nel Kenya del sudovest, sono fuggite da casa in trecento per non essere sottoposte a mutilazioni. Le più piccole hanno fra i sette e i nove anni. A prendersi cura di loro ci sono i parrocchiani di due chiese e la Maendeleo Ya Wanawake, un'ong femminista.

Sarà utile sapere che in Kenya le mutilazioni genitali femminili sono bandite per legge, e che la maggioranza dei genitori delle bimbe ha dichiarato di essere contraria alla pratica, ma di esservi spinta dalle pressioni e dalle rappresaglie altrui...

 

Maria G. Di Rienzo

(da Notizie minime della nonviolenza in cammino, 7 gennaio 2009)


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