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Niccolò Bulanti. L'Africa e il suo problema 
Grandi questioni di oggi: perché non pensarci tutti assieme?
28 Settembre 2008
 

Alla domanda: “Quali sono i grandi problemi del mondo?”, si risponde sempre, tra gli altri, l'Africa.

Questa domanda e il termine problema, mi fanno sorgere delle riflessioni. La parola problema, nel suo uso comune implica, a mio modo di vedere, la pesantezza di una questione, il problema è un peso, scomodo, fastidioso a volte inaccettabile; nel nostro vivere comune sempre più spesso al problema si pone un rimedio, molto meno drastico, più accondiscendente e facile, più effimero di una soluzione, masso troppo pesante per poter anche solo considerare di muoverlo e porlo alla fine di una strada che mai più dovrebbe esser calcata.

Africa, il problema che in quest'ottica non mi va di considerare tale. Del resto sarebbe irresponsabile da parte nostra, in quanto nella storia appaiono le intromissioni occidentali che hanno generato quest'Africa. Insomma noi abbiamo creato il problema e ora lo consideriamo un peso, visto il comune uso di questa parola analizzato brevemente sopra. Una breve esposizione di queste nostre intromissioni mi pare doverosa.

Seguendo ordine cronologico troviamo la tratta degli schiavi, il più imponente a livello numerico e non solo, tra tutti i crimini contro l'umanità. Dalla porta di Gorèe in Senegal passarono per secoli un numero, che resta indicativo, di diverse decine di milioni di esseri umani, destinati al Nuovo Mondo in qualità appunto di schiavi, pagati dal loro “padrone” al venditore, fino a dodici volte meno del costo di un cavallo. Il passo successivo alla tratta degli schiavi fu la colonizzazione, diretta e deforme figlia dell'espansione europea, specialmente francese e inglese prima, ma anche portoghese, belga, olandese e non dimentichiamo i suoi crimini, anche italiana, poi. Colonizzazione volta a render prestigio e importare ricchezze in Europa. I confini delle colonie, furono decisi per la prima volta a Berlino nel 1885, disegnati semplicemente su una cartina da bambini saccenti e cresciuti troppo e male. Prima era un più indicativo possedimento francese dall'Atlantico al Mediterraneo comprese le regioni del Sahara e del centro Africa, inglese nella parte Est del continente da Nord a Sud. Le matite di questi artisti del ritrovo tedesco non tennero ovviamente conto delle popolazioni che inclusero all'interno di un nuovo Paese, tanto meno dei loro attriti tribali, tenuti sempre sotto controllo dalla libertà spaziale che un continente della vastità dell'Africa permette. E così entro gli stessi confini si ritrovarono Hutu e Tutsi, in Rwanda, popolazioni bianche nomadi del Maghreb divennero concittadini di popolazioni nere, Bantu, stanziali del Sud Sahara. Questi attriti portarono e portano ad altri disastri umanitari come il genocidio rwandese appunto, o il Darfur oggi “tanto” attuale.

Con la colonizzazione ecco nuovi modi di pensare, una nuova religione, nuovi requisiti sociali, nuove forme di governo. E queste sono cose rimaste, allo sbando tra l'altro, alla fine del processo di decolonizzazione, l'Europa che ha spezzato le gambe a Mama Africa, (non veniamo tutti da lì?!) se ne va, a cavallo della metà del secolo scorso, indicativamente e con le dovute eccezioni, senza lasciar nemmeno stampelle a quel figlio, di cui si era fatta malvagia tutrice, ora storpio e malato.

Europa e Occidente intero perché specialmente dalla fine della II guerra mondiale gli Stati Uniti con la loro planetaria e sempre attenta, per le loro tasche, paternità hanno avuto un peso fondamentale nel sostenere visionari e folli despota che hanno affamato i loro paesi rendendosi orrendamente obesi, assassinando - con il consenso a volte, con l'intervento della CIA stessa altre - come sempre e ovunque, gli oppositori delle nuove sinistre che andavano formandosi. Un esempio su tutti il dittatore Mobuto Sese Seko, che ora tanto condanniamo, la cui ascesa fortemente appoggiata dagli USA, in funzione anti-URSS e di mantenimento del potere di sfruttamento delle risorse dopo la decolonizzazione, ha causato 32 anni di terrore nell'ex Zaire, e l'uccisione di Patrice Lumumba e di alcuni uomini a lui fedeli, temuti dalla CIA per simpatie filosovietiche. Dietro le mani dei peggiori tra gli abitanti degli Stati economicamente poveri, ecco le braccia mal celate del nostro Occidente, i cui molteplici peli rappresentano i nostri pretenziosi e smisurati interessi.

Interessi delle nostre tasche che continuiamo a farci, finanziando i War Lords, i “Signori della Guerra”, moderni capi tribali che ricevono sovvenzioni dalle multinazionali per continuare e infiammare rancori che nella confusione della lotta permettano al detto Occidente di rubare in sordina petrolio, oro, diamanti, minerali per le nuove tecnologie e, non meno importante anzi, di perpetuare la condizione di servilismo nero all'Occidentale bianco, come racconta Raffaele Masto: «Lo schiavismo terminò, ma i colonizzatori lo sostituirono con un sistema di lavoro coatto (...) che umiliava la popolazione locale, tenuta a un livello pesantissimo di sottomissione culturale e psicologica. Ancor oggi ne restano i segni. Per esempio quando un Angolano stringe la mano ad un bianco di solito si inclina leggermente e appoggia la mano sinistra sull'avambraccio della destra. Lo volevano i colonialisti che temevano sempre che se l'altra mano non fosse visibile avrebbe potuto stringere un coltello».

Oggi l'Africa, non è nemmeno lo stabilimento dell'Occidente, in quanto negli stabilimenti almeno la gente ci lavora, no l'Africa è il magazzino dell'Occidente, un magazzino aperto, senza muri né porte: noi arriviamo, prendiamo ciò che ci serve, incuranti se su quel suolo da secoli vi vive una comunità, e ce ne andiamo per vendere nel nostro mercato questi prodotti, e non tarderemo, anzi già lo facciamo, a rivendere quella merce alle ristrette e vergognose élites di Africani che per interesse manteniamo. E che a loro volta per loro interesse non sostengono la popolazione. Risaltano le piscine e le fontane interne ai grandi hotel per Occidentali nelle metropoli africane, dalle quali l'acqua sgorga copiosa, quando all'esterno di quelle quattro mura l'agglomerato urbano deve procurarsi l'acqua spesso infetta da autobotti di proprietà privata che la rivendono a prezzi così alti che la popolazione, si prosciuga la quasi totalità del denaro che è riuscita ad arrangiare in quella giornata. Questo solo per bere, questo “solo” per molte bidonville africane che contano nelle loro baracche di lamiera e cartone anche il doppio della popolazione di Milano e il suo hinterland.

Ora, mi pare più coerente sentire un Africano rispondere: “l'Occidente!” alla domanda iniziale di questo scritto: quali sono i grandi problemi del mondo? Nell'ottica nella quale ho steso queste righe mi appare quindi stupido sentir un Occidentale rispondere Africa. Il problema siamo stati e siamo proprio noi. Anzi a questo punto mi sento di affermare che l'Africa non è il problema, è la soluzione. Proviamo a pensare alle potenzialità dell'Africa: è il continente a livello demografico più giovane di tutti, certo la bassa speranza di vita alla nascita non aiuta a innalzare il dato, ma la popolazione al di sotto dei 15 anni è in aumento continuo ed ha un rapporto nemmeno più pensabile con le nostre anziane società. E chi sono i giovani se non soluzioni?! Chi sono i giovani se non speranze e opportunità?! Ancora una volta, ragionando in questi termini, non vedo dove possa essere il problema. Se non nelle nostre politiche appunto di sfruttamento e di condizionamento economico che riducono queste masse di giovani, di bambini, a sterili mucchi di corpi affamati, morenti nelle zone rurali, morenti ed elemosinanti nelle aree urbane.

Pensatori, artisti, rivoluzionari, persone comuni, quanti capitali potenziali per l'umanità, questa nostra organizzazione sociale (o economica?!) lascia latenti e orbitanti in quel mondo che noi con la nostra boria chiamiamo “terzo”. Bocche lasciate mute, mani lasciate legate, piedi costretti in scarpe di cemento, stomaci lasciati vuoti. E mai ci chiediamo cosa stiamo perdendo, le occasioni di crescita umana globale, ben rinchiusi nelle nostre prigioni dorate d'oro rubato.

Certo vanno ricordate le organizzazioni umanitarie al lavoro in Africa, come in altre parti del globo, che lavorano nel senso della valorizzazione, autodeterminazione nella formazione africana. Ma che sono queste entità se non tenaci formiche che alla costruzione di un formicaio se lo vedono calpestare dal solito stupido bambino indisciplinato?! Perchè installato un campo per rifugiati, quel bambino con i suoi capricci avrà creato altri profughi (e morti) e allora via di nuovo per costruire ciò che mai sarà abbastanza, una diga che sempre si vedrà di questo passo sommergere rapidamente dal livello delle acque tumultuose.

Oltre alle soluzioni che presentano i giovani, riprendiamo anche quelle che abbiamo già considerato: le risorse naturali di cui l'Africa è uno dei più ricchi forzieri del mondo. Dobbiamo solo, per far sì che esse diventino soluzioni e non problemi, lasciare indipendenza all'Africa finalmente, lasciare che quelle ricchezze servano prima ai suoi abitanti che a noi, credo sia una questione ovvia e anche morale visti i secoli di crimini con cui l'abbiamo piegata.

Non ha diritto d'essere che la ricchezza sia causa di povertà per un determinato luogo, è un paradosso davvero troppo grande. Che non ci spaventi più colui che ci diranno sia un despota quando vorrà nazionalizzare le risorse del suo Paese. Ben venga, è il primo passo per l'autosufficienza e per distribuire una vita dignitosa. Proviamo a credergli, del resto per gran parte del popolo africano altri gradini sotto a quello in cui si trova non ce ne sono. Semmai rischiamo noi, ma non siamo così sviluppati tecnologicamente, così saldi nei principi, così giusti nelle nostre società per non prendere questo rischio nell'ottica di donare speranza ad un miliardo di persone a cui da secoli l'abbiamo frantumata sotto i loro nasi?!

No non lo siamo, almeno non i nostri governi che dettano il prezzo di mercato dei prodotti che rubano agli stessi Paesi produttori, tenuti saldamente al giogo del debito con l'estero da mani pulite e ben curate, pallide e con i polpastrelli viscidi dal freddo sudore del meschino calcolatore senza scrupoli.

Non vi è coerenza evidentemente oltre che etica morale: non lo realizzano i nostri governi che con l'arricchimento di questo continente, (oltre che ridurre l'affluenza migratoria di quegli esseri umani sventurati che sono un altro nostro prodotto, ma che loro considerano più facilmente merce non gradita) noi non saremmo più costretti a inscenare ridicole parti da Buon Samaritano che dona un boccone del suo pasto per potersi compiacere e ricevere gli elogi dai suoi pingui commensali?! Del resto, forse, questa parte di ladri con maschere cristiane è proprio quello che serve a quegli uomini e donne, che così possono riempire lo stomaco nell'illusione di riempirsi anche l'animo. Ben paga loro una vita salvata e sponsorizzata sulle milioni di morti nascoste.

A conclusione di ragionamenti del genere spesso, si usa una frase: “Dietro ci sono interessi molto grandi”. Ma, mi chiedo io, come possono certi interessi, seppur grandi, esser più grandi della vergogna individuale che, in proporzione certo, credo dovremmo tutti provare per queste condotte? Quando non lo saranno più qualcosa cambierà.

Infine, cosa possiamo fare noi per l'Africa nell'ottica di una soluzione e non dell'ennesimo rimedio, considerando come unica vera soluzione, la sua completa autonomia che implica il risanamento sociale, sanitario, economico, culturale e psicologico?

Pensiamoci tutti insieme... – Tu puoi escludere che tra noi non vi sia il Risolutore?!

 

Niccolò Bulanti

(da 'l Gazetin, settembre 2008
il giornale è disponibile in tutte le edicole
di Valtellina e Valchiavenna e in abbonamento
)


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