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Kathy Kelly. Giordania. Viaggiare leggeri
11 Dicembre 2007
 

Viaggiare con il bagaglio più leggero possibile è qualcosa che faccio per sopportare i lunghi periodi che passo lontana da casa. Di routine getto persino le bozze dei miei lavori e i periodici, riciclo i regali e do via gli abiti. Ma qui ad Amman, quando una bimba di dieci anni che si chiama Nauras mi ha regalato una “macchina fotografica” l’ho messa via velocemente nella borsa in cui tengo il denaro, fiduciosa che il dono sopravvivrà alla mio prossimo repulisti. La “macchina” consiste di due pezzi di carta da disegno, intelligentemente piegati insieme di modo che slittino lasciando una piccola apertura quadrata, “l’obiettivo”. Penso a Nauras, che scruta attraverso il buchetto “scattando” fotografie a me, e poi quando viene il mio turno si mette felicemente in posa mentre le prendo foto immaginarie. La ricordo andare a prendere l’unico giocattolo che possiede, una bambola stracciata con lunghi capelli bianchi e occhi d’acquamarina, per mettermelo fra le braccia. Nauras è giocosa e piena d’inventiva. Nel tempo in cui siamo state insieme sembrava non conscia della disperata insicurezza in cui vive assieme alla propria famiglia. Ma anche così, a Nauras la tragedia non è estranea. Mentre cresceva, ogni giorno poteva guardare la mano destra di suo padre senza dita, un brutale messaggio dal governo di Saddam Hussein che rese la madre l’unica provveditrice di reddito della famiglia. Avevano sperato di ottenere cure mediche per quella mano, all’estero. I due genitori hanno dapprima viaggiato sino in Giordania, cercando di avere un visto per la Germania. Ma per prima cosa, il denaro per il viaggio che tenevano nell’alloggio di Amman è stato rubato durante una rapina. Poi hanno scoperto che quegli stessi soldi venivano richiesti a Baghdad, da una gang che minacciava di uccidere la sorella maggiore di Nauras, rimasta in Iraq con quest’ultima e gli altri bambini, e di rapire il resto dei figli. Il padre di Nauras si è precipitato in loro soccorso a Baghdad, ma non è mai arrivato. Nessuno sa più nulla di lui. Uno zio di Nauras è riuscito a riunire lei e le sorelle alla madre, in Giordania. Nauras non ha più visto suo padre da quando aveva sette anni, un terzo della sua vita, tanto tempo fa.

Sin dal 2004, la famiglia vive in un umile appartamento senza mobili, a parte alcuni cuscini allineati contro il muro e quattro letti. Il fratello di Nauras, che ha 18 anni, è ancora a Baghdad, dove vive con alcuni parenti. Sua madre non lo vede da tre anni. Ha chiamato la notte prima che io le facessi visita: disperato, perché non ha denaro, non trova lavoro, non sa a chi rivolgersi. Le autorità giordane non gli permettono di passare il confine per riunirsi alla sua famiglia. Qui intanto un giudice ha di recente decretato che la madre di Nauras è da ritenersi divorziata, poiché il marito è scomparso e non si sa se sia vivo o morto. Il suo nuovo status legale, di madre single, potrebbe procurarle dell’assistenza, ma ormai il sostegno che le istituzioni provvedono si è drammaticamente ridotto. Sono previsti nuovi tagli all’inizio del nuovo anno, ed i prezzi di cibo e carburante stanno costantemente crescendo.

Già indebitata con uno strozzino che pretende il 15% di interesse, la madre di Nauras si chiede come riuscirà a procurare una stufa per i freddi mesi a venire. Mi ha mostrato l’interno vuoto del suo frigorifero, spento per risparmiare energia, e abitato da grossi scarafaggi. Il puzzo della latrina riempie la seconda delle due stanze della sua “casa” in affitto, dalle cui mura nude pende la pittura scrostata. Quando ci siamo salutate, le ho detto di rimanere forte. Ha distolto il viso da Nauras, per non mostrarle gli occhi pieni di lacrime. Non vuole trasmetterle senso di miseria e paura, mentre la bimba si delizia del fotografare per finta facce amichevoli.

La “macchina fotografica” di Nauras è un vincolo. Si unirà ad altri tre oggetti che sono così importanti per me da seguirmi ovunque io vada. Il primo è una fotografia di un vecchio uomo russo, un mendicante senza casa, curvo in una strada di Mosca, coperto da un velo di ghiaccio. Mi ricorda l’orrenda miseria che la guerra causa persino quando è solo in preparazione; in questo caso mi ricorda la povera gente che in Usa e in Russia non è mai stata soccorsa, perché i due paesi hanno preferito una folle e dispendiosa corsa a chi era il migliore nel procurarsi mezzi di distruzione globale. La seconda è pure una foto, molto famosa, di un bambino che sta morendo di fame tra le sabbie del deserto, accanto ad un avvoltoio che aspetta. Il terzo oggetto è la stampa di un discorso di Muriel Lester, qualcosa che disse ad uno dei numerosi training nonviolenti che ha tenuto come pioniera in decenni e decenni di instancabile attivismo, dall’inizio del ventesimo secolo: «Ricordate che il possesso di una mente sana, libera, non oppressa, può essere nostro se abbiamo la volontà di osservare la disciplina necessaria. La regola d’oro per mantenerla è non diventare pigri. Fate che la vostra disciplina sia mirabilmente bilanciata, come il corpo di un ballerina. Disarmare, disarmare non solo i nostri corpi rifiutando di uccidere, ma disarmare le nostre menti dalla rabbia, dall’odio, dalla malizia. (...) Ad un certo punto, nella fredda luce che precede l’alba, in un inaspettato momento di solitudine, ci troviamo di colpo a fronteggiare la cruda realtà, il nostro futuro, il futuro del mondo, guerra, dolore, fame. Ci sentiamo intimiditi, mentre consideriamo la condizione umana e delle cose. Metà del mondo è malata, ingolfata dall’eccesso. L’altra metà è come il mendicante che ci ha oltrepassato poco fa, e che ha detto grazie in lacrime per un pezzo di pane. La faccenda è chiara, è urgente: trascorreremo la nostra vita a sgomitare e lottare per avere un posto nella metà ipernutrita? O ci metteremo di traverso ai vecchi fantasmi della guerra e dell’ineguaglianza, togliendo loro le maschere, svelandoli del loro fascino, rivelandoli quali sono, vecchi impostori e tiranni che non possiamo più tollerare, non in un mondo che potrebbe essere pieno di buon senso, di abbondanza e di buona volontà?»

Proprio nella strada dove vivo io ad Amman, in Giordania, diverse dozzine di iracheni sono arrivati, da ogni parte del loro paese, per partecipare ad una settimana di training nonviolento, nello spirito di Muriel Lester. I seminari sono stati organizzati da un gruppo iracheno per i diritti umani, al Massalla, in collaborazione con Un Ponte Per, un’ong italiana che ha una sede ad Amman. Il gruppo ha terminato la prima parte del training con la determinazione ad organizzare un’azione della durata di una settimana in Iraq, una dimostrazione pubblica della determinazione nonviolenta in un paese in cui ogni iniziativa politica può diventare orribilmente pericolosa. I partecipanti ridevano ed applaudivano mentre venivano consegnati i certificati del training e si mettevano in posa per le foto, un ulteriore atto coraggioso, visto ciò che hanno pianificato di fare. L’altra cosa che hanno in programma è il riunirsi con i rappresentanti di reti nonviolente in tutta la regione, per fare ulteriori piani insieme.

Hanno loro, e i loro certificati, una piccola possibilità di produrre un’immagine felice in Iraq, come fa Nauras con la sua macchina fotografica di carta? Questo è un mondo duro per viaggiarci, e se lo facciamo dobbiamo viaggiare leggeri. Possiamo tutti scegliere piccole cose che ci rendono più forti durante il viaggio: qui in Giordania la ferita Nauras sopravvive grazie alla sua immaginazione, un piccolo attrezzo che senza dubbio le mostra un mondo migliore di quello in cui è profuga. E per il loro viaggio, i miei amici dei seminari hanno scelto la speranza, e la determinazione che nasce dalla speranza, per essere dei “credenti” nell’immagine della giustizia e della gentilezza. Un’immagine che può diventare davvero il mondo in cui viaggiamo, ma solo se ci uniremo a loro.

 

Kathy Kelly

(7 dicembre 2007, trad. Maria G. Di Rienzo)

 

 

Kathy Kelly, che ha ricevuto per tre volte la nomination al Premio Nobel per la Pace, coordina il gruppo Voices for Creative Nonviolence. In questo momento si trova ad Amman, in Giordania, dove lavora con e per i rifugiati iracheni.


 
 
 
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