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Gianfranco Cercone. “Anime nere” di Francesco Munzi: criminalità senza eroi
01 Luglio 2015
 

La qualità più evidente di Anime nere, il film di Francesco Munzi che ha fatto incetta di premi ai David di Donatello (aggiudicandosi, fra gli altri, quello al miglior film e al miglior regista) è darci l’impressione di rendere senza artifici spettacolari, “allo stato grezzo”, il mondo della criminalità calabrese, prossimo o appartenente alla ‘ndrangheta.

È un mondo, come vediamo, come già immaginavamo, articolato in clan familiari, che si arricchiscono soprattutto grazie al traffico della droga; dotato dunque di spregiudicatezza imprenditoriale; trapiantato attraverso alcune sue articolazioni in grandi città come Milano, e tuttavia disperatamente arretrato per la mentalità di coloro che lo compongono.

Fedele al valore dell’onore – personale e familiare, da difendere anche a rischio della vita, a prezzo del sangue proprio e altrui; incline al sopruso ai danni di chi quell’onore non sa tenerlo alto; aggregato a chi dimostra di saper essere il più forte, è un mondo, proprio per tali caratteristiche, foriero di disgrazie e di lutti senza fine. Una via di uscita da tanto dolore ci sarebbe, e sarebbe evidentemente la resa alle leggi dello Stato.

Ma ecco: in una scena del film, la nonna di una famiglia di criminali, proprio subito dopo aver subito l’uccisione di uno dei suoi figli, quando si presenta un carabiniere a casa sua e le chiede i nomi dei presunti colpevoli, tace e sputa. Ed è un silenzio e un disprezzo rivolto ai rappresentati dello Stato, che sigilla lei stessa, la sua famiglia e tutto intero il suo mondo, in un destino tragico senza redenzione.

Il film di Munzi non trasforma in eroi i criminali e i conniventi di cui racconta. La sua è una denuncia, di una mentalità, prima ancora che di atti fuorilegge e impuniti.

Grazie alla conoscenza che ha maturato di quel mondo – dimostra infatti di sapere bene che per denunciare efficacemente bisogna conoscere a fondo ciò che si denuncia – Munzi riesce a disegnare tre ritratti incisivi, perfino potenti.

Il primo è di un criminale internazionale – si muove, tra Milano e l’Olanda – il quale, sottratto agli scontri quotidiani tra famiglie rivali nella sua regione d’origine, ha assunto i modi blandi, rilassati di un viveur: ma all’occorrenza, tornato al suo paese, ridesta in sé la ferocia che gli fu insegnata.

Il secondo è suo fratello maggiore, per il quale la rinuncia alla vendetta contro le tremende ingiurie subite, non diventando perdono cristiano, o nonviolenza gandhiana, dà luogo a un tormento che lo macera interiormente, fino allo smarrimento della ragione. Il terzo è suo figlio che, in contrasto con il padre, si assume l’onere di vendicarsi da solo, ma con la malinconia di chi presagisce di esporsi in questo modo a un martirio. Va detto che non tutti i personaggi del film sono altrettanto ben definiti. Ma l’affresco, ambientato tra i paesini arroccati sull’Aspromonte, o negli interni rustici delle case e dei casolari dove i clan vivono e si riuniscono, mantiene sempre un sapore di verità.

 

Gianfranco Cercone

(da Notizie Radicali, 27 giugno 2015)


 
 
 
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