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Alberto Figliolia. I Promessi Sposi (1922) di Mario Bonnard
05 Giugno 2015
 

1922, l'anno della Marcia su Roma. La nefasta dittatura percorre i primi passi: si concluderà nella tragedia collettiva della Grande Guerra. Eppure c'era ancora lo spazio per coltivare i sogni e il romantico amore. Il cinema era una fabbrica di sogni, l'amore una faccenda universale e senza tempo o, meglio, è sempre tempo dell'amore.

Il 1922 è anche l'anno in cui esce per gli schermi italiani I Promessi Sposi, con la regia di Bonnard.

Un'impresa da far tremare i polsi era (è) quella di dare trasposizione cinematografica al capolavoro del romanzo italiano. Ebbene Mario Bonnard – da attore la sua interpretazione di un dandy all'italiana aveva ispirato il Gastone di Petrolini, dallo stesso Bonnard poi diretto al cinema – riuscì a confezionare un'opera popolare e ricca, toccante e rispettosa del genio dell'immenso Manzoni.

La vicenda è oltremodo nota e superfluo sarebbe raccontare la trama. Quella trionfale pellicola in bianco e nero/seppia conobbe un notevole successo al punto da essere doppiata in sonoro una dozzina di anni dopo.

Il 2 giugno, Festa della Repubblica, allo Spazio Oberdan di Milano è stata proiettata, grazie all'opera della Fondazione Cineteca Italiana, la versione restaurata del film muto del 1922 (digitale in 2k a partire dal negativo camera 35 mm nitrato d'epoca conservato dalla Cineteca).

Una proiezione di estrema suggestione, con il meraviglioso particolare della musica dal vivo che fluiva insieme con lo scorrere dei fotogrammi. L'accompagnamento musicale è stato eseguito da Matteo Zurletti, violoncello, Lydia Colonna, clarinetto, e Francesca Badalini, pianoforte (quest'ultima artefice anche della bella partitura).

Con Domenico Serra ed Emilia Vidali nelle parti, rispettivamente, di Renzo e Lucia, tutto il cast era comunque di alto livello artistico (evidente l'impostazione teatrale). Come nella miglior tradizione del muto la recitazione si dimostra "carica", molto accentuata, il labiale palese. Farsesche ed espressionistiche le maschere di Don Abbondio e di Azzeccagarbugli, commovente invece la madre di Cecilia, così come toccante è la conversione dell'Innominato; straziante la presenza della Monaca di Monza, la sventurata e perduta Gertrude, la rea la cui sorte induce a malinconica meditazione; centratissimo l'aristocratico portamento del colto Cardinal Borromeo; magnifiche le scene di massa – l'assalto ai forni, la peste, l'arrivo delle orde dei lanzichenecchi...; ieratico sino alle soglie dell'idea di santità Fra Cristoforo e comico-grottesco, di contro, Fra Galdino; di sfolgorante venustà Donna Prassede (Fiamma Donati). Ogni parte è ben tenuta e caratterizzata: tutti i personaggi sono tratteggiati con finezza psicologica.

Splendidi la ricostruzione degli ambienti, la fotografia di lago e i paesaggi, i costumi, i passaggi delle didascalie (integrate con quelle della copia 35 mm positiva colore nitrato CSC-Cineteca Nazionale, Roma) e le tavole artistiche di Camillo Innocenti. Un kolossal riuscitissimo per 130' godibilissimi.

Una curiosità... Alla chiusura del lavoro l'attrice che interpretava Lucia si mise con colui che vestiva i superbi e disgraziati panni di Don Rodrigo (nella vita Mario Parpagnoli)... Ah, l'irresistibile fascino del cattivo!

 

Alberto Figliolia



 
 
 
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