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Gianfranco Cercone. “Forza maggiore” di Ruben Östlund: quelle valanghe dentro di noi
25 Maggio 2015
   

L’accusa di formalismo la si sente oggi rievocare raramente a proposito del cinema, anche se a volte nei film un sentore di formalismo lo si può percepire.

Cos’è il formalismo, nel senso negativo del termine?

Quella cura della forma - nel caso del cinema: della bellezza dell’immagine, dei movimenti virtuosistici della macchina da presa, di combinazioni originali tra colori e suoni, e così via – fine a stessa, sciolta da un contenuto da esprimere, o per la quale il contenuto non è che un pretesto.

Un sospetto di formalismo l’ho avvertito, ma soltanto in un primo tempo – il seguito del film ha poi smentito questo sospetto – di fronte a Forza maggiore dello svedese Ruben Östlund.

Il racconto, che si svolge sulle Alpi francesi, dove un gruppo di turisti, e in particolare una giovane coppia con due bambini, trascorrono le vacanze sulla neve, ruota intorno a un evento tanto “minimo”, che dapprima passa inosservato.

Un giorno, mentre la famiglia pranza sulla terrazza di un rifugio in cima a una montagna, si scatena una valanga. I turisti hanno l’impressione di essere travolti dalla neve; ma dopo qualche minuto si rialzano indenni, come se fossero stati immersi in una nuvola di fumo. La valanga li ha soltanto sfiorati.

Ma in quell’intervallo di tempo è accaduto che il padre di famiglia, preso dal panico, è scappato; mentre la madre è rimasta stretta ai due bambini.

Di qui, si sviluppa lentamente nella coscienza di ognuno dei componenti della famiglia, e poi tra loro, e poi tra gli amici intorno a loro, una requisitoria intorno al comportamento dell’uomo.

Può sembrarci sproporzionata, perfino paradossale. L’uomo ama davvero la moglie e i figli. Se nell’attimo del pericolo è fuggito, la sua è stata una reazione istintiva incontrollabile. Eppure egli stesso, dando prova di una coscienza morale assai sviluppata, e forse opprimente, non si dà pace e non gli dà pace la moglie.

Ci si può chiedere: rispetto a questo processo familiare, non è poco rilevante, alla stregua di un pretesto, l’ambientazione sulle Alpi francesi, sulla quale invece il film insiste con immagini raffinate, potenti, ma, a prima vista, estranee alla sostanza del racconto?

È un dubbio che si scioglie entrando nel vivo del film, perché quel paesaggio, nel quale la presenza umana – segnalata dal tracciato di una strada, o da un gruppetto di case di legno strette l’una all’altra – è sovrastata dalla presenza minacciosa delle montagne innevate, trasmette un’inquietudine che proviene proprio dal cuore del racconto.

Insomma: le forze della Natura da un lato, gli istinti primari dell’uomo – e della donna – dall’altro (l’egoismo primo fra tutti), a quanto pare possono mandare all’aria a ogni momento le costruzioni della civiltà. E i legami tra gli uomini, anche quelli apparentemente più solidi, come un matrimonio felice, una famiglia unita, possono rivelarsi vani come sogni.

Sono un’idea e un sentimento pessimistici. Ma nel finale il film esprime anche un invito all’indulgenza verso quelle fragili creature – fragili interiormente, prima di tutto – che tutti quanti siamo.

Così la profondità del contenuto si irradia in immagini paesaggistiche ricche di suggestioni che, insieme all’analisi sottile dei comportamenti, sono il punto di forza del film.

 

Gianfranco Cercone

(da Notizie Radicali, 19 maggio 2015)


 
 
 
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